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Il fascino del complotto

Una riflessione su un modo di pensare nella società attuale (ndr.)

Anais Ginori -  La Repubblica

 Il cospirazionismo è sempre esistito, poi i social network ne hanno moltiplicato la diffusione. Oggi in Francia un ragazzo su cinque crede nelle macchinazioni. Nelle scuole nascono corsi di “autodifesa intellettuale”. Ma solo ricreando un legame di fiducia con i media e con le istituzioni si potrà “fermare l’ingranaggio”

Parigi. Sophie Mazet ha deciso di creare il suo corso per “autodifesa intellettuale” dopo un esperimento in classe. L’insegnante di inglese ha sottoposto ai suoi allievi di liceo un discorso di Barack Obama inventato dalla trasmissione satirica The Onion. Il testo, delirante in molti punti, finiva con un improbabile: «Dio benedica l’America e andate a farvi fottere!». Su trenta ragazzi, pochi hanno capito subito che si trattava di un falso. «L’urgenza è insegnare ai giovani a esercitare il loro spirito critico per evitare due estremi: creduloni o iperscettici» analizza Mazet che riassume cosi la miscela esplosiva in cui nascono e si alimentano le teorie del complotto.

Tutto ormai circola e tutto si confonde. Dall’ironia di The Onion al finto sbarco sulla Luna, alla setta degli Illuminati che governerebbe il mondo, alle scie chimiche, il passo è breve. Tanto che la ministra dell’Istruzione, Najat Vallaud-Belkacem, ha lanciato una mobilitazione generale tra gli insegnanti per cercare di arginare il fenomeno: un ragazzo su cinque, dicono i sondaggi, crede a tesi cospirative.

Nel liceo di Saint-Ouen, banlieue nord di Parigi, il corso di Mazet è diventato un modello che il governo vuole seguire. L’insegnante, 35 anni, ha lanciato 5 anni fa un ciclo di lezioni ed esercitazioni che servono a smontare leggende internettiane, una narrazione alternativa della Storia che si costruisce a colpi di video, fotomontaggi, sovrapposizioni di coincidenze o dettagli. Mazet dialoga con la fascia più esposta alla mistificazione: giovani di classi sociali medio-basse. È questo il profilo standard del complottista. «Non si tratta di convincerli della verità ufficiale — precisa Mazet — ma di fornire strumenti per esercitare il dubbio in modo intelligente». L’insegnante propone agli alunni di fingersi avvocati in un processo o di interpretare il guru di una setta fittizia. Chi sa praticare l’arte della retorica o della manipolazione, spiega Mazet, saprà meglio difendersi.

Le tesi cospirative sono sempre esistite ma negli ultimi anni sono uscite allo scoperto, diffondendosi a gran velocità. Già il 7 gennaio 2015, qualche ora dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, circolavano in Rete decine di versioni alternative, tra cui quella dell’immancabile Thierry Meyssan — autore di bestseller dietrologici sull’ 11 settembre — che vedeva la manina dei servizi segreti americani o israeliani negli attacchi. Nei giorni successivi, le teorie complottiste sono salite a oltre 200: dai fratelli Kouachi agenti dei servizi segreti al poliziotto giustiziato dai terroristi che non sarebbe mai morto.

È uno dei paradossi della nostra epoca L’accesso all’informazione non è mai stato così facile, ma anche quello alla disinformazione. «Le teorie complottiste esistevano anche prima», ricorda Gérald Bronner, sociologo autore del saggio La democrazia dei creduloni. «Ma fino a qualche anno fa non erano riprese dai media o dagli universitari, i cosiddetti gate keeper. Con il web, le porte sono spalancate e qualsiasi cosa può circolare».

Il giornalista francese Thomas Huchon ha confezionato un finto documentario in cui cerca di dimostrare che l’Aids è stato creato in laboratorio dagli americani per contaminare l’isola di Cuba. 11 video è salito rapidamente in testa ai siti cospirativi. «Per fabbricare una teoria complottista— spiega Huchon —basta seguire alcune regole». Mischiare pezzi di verità con notizie fasulle, concentrarsi su alcuni dettagli controversi su fotografie o filmati. «Un millefoglie di argomenti che alla fine sembra una montagna solidissima», sintetizza Huchon. Il resto lo fanno spesso gli algoritmi: digitando “mostro di Loch Ness” o “Cerchi di grano”, i link che parlano dell’esistenza di un mostro marino o di figure disegnate dagli extraterrestre vengono prima di testi scientifici che smentiscono le stesse tesi.

È dentro questo capovolgimento delle fonti d’informazione che si costruisce una lettura manichea del mondo, con categorie schematiche. «La teoria complottista è spesso più seducente della banale realtà», osserva l’insegnante Mazet che ha pubblicato anche un libro, Manuale d’autodifesa intellettuale. «Chi se ne appropria ha la sensazione di accedere a una verità nascosta, di essere più furbo degli altri». Nelle lezioni di Mazet sono stati invitati intellettuali come Tzvetan Todorov e Gilles Kepel. «È una battaglia culturale che non si risolve con una legge», spiega Rudy Reichstadt fondatore del sito www.conspiracywatch.info Dal suo osservatorio, il politologo individua una radice comune al fenomeno: la perdita di credibilità dei media ufficiali, del sistema universitario e delle istituzioni democratiche in generale. .«Soltanto ricreando un legame di fiducia — conclude Reichstadt — si potrà fermare l’ingranaggio»

 

Intervista a Max Fenster, docente dell’Università della Florida

Nell’attuale insicurezza diffusa si cercano certezza paranoiche.

Il cospirazionismo è sempre esistito, poi i social network ne hanno moltiplicato la diffusione. Il professore di legge dell'Università della Florida ha analizzato le più famose teorie

 ANNA LOMBARDI – La Repubblica

"CHI CREDE ai complotti ha bisogno di sentirsi nel giusto: e il complotto gli offre un perverso senso di sicurezza. Credere a oscure cospirazioni, in fondo, rende la lettura del mondo più semplice". Mark Fenster, professore di legge dell'Università della Florida, ha analizzato le più famose teorie - dagli anziani di Sion agli alieni di Roswell, fino all'11 settembre - nel saggio Conspirancy Theories. Secrecy and power in american culture (2009).
 

Un sintomo di alienazione sociale, dunque?

"I complottisti sono disconnessi dalla realtà. Non hanno senso critico. Non vogliono mettere in discussione i loro sistemi di valori. E infatti sono sempre in disaccordo con i governi in carica. Non si fidano della politica né dei media e preferiscono pensare che c'è qualcuno che trama alle loro spalle. Nell'insicurezza, creano certezze paranoiche".
 

I social media hanno responsabilità particolari?

"Sicuramente velocizzano la diffusione delle notizie. Ma le teorie del complotto ci sono sempre state. Chi le insegue, vuole fortemente crederci. Non conta da dove gli arrivino le informazioni".
 

Eppure è un fenomeno che continua a diffondersi tra i giovani.

"Perchè oggi rappresentano la categoria più fragile. Dieci anni di recessione economica li ha convinti che il sistema - qualunque sistema, perchè trova gli stessi atteggiamenti in America, in Europa, in Medio Oriente - non funziona. Pensano che non c'è futuro per loro, e pensano che qualcuno ha lavorato contro di loro di proposito".
 

Come combattere questi atteggiamenti?

"Con l'informazione e l'onestà. E con l'istruzione, che formi persone sempre più critiche".

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