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"Serve un cantiere lungo due generazioni. Così ricostruiremo la spina dorsale d’Italia"
L'architetto racconta l’incontro con Renzi: "Voleva dei consigli, una visione. Nel progetto ho proposto incentivi e sgravi ma anche l’aiuto dei migliori esperti mondiali"
FEDERICO RAMPINI - La Repubblica
Renzo Piano NEW YORK - "Il presidente del Consiglio mi ha chiamato all'ultimo momento, venendomi a trovare voleva discutere con me sulla ricostruzione. Non mi ha dato un incarico, non era questo lo scopo. Anche se, come senatore a vita, oltre ad occuparmi di periferie potrei dare un contributo sul dopo-terremoto. Da me Matteo Renzi voleva dei consigli, una visione, un aiuto per un grande progetto. Gli ho detto: ci vuole un cantiere che impegni due generazioni. E con un respiro internazionale, contributi dal mondo intero ". Renzo Piano mi parla al telefono da Genova, poco dopo l'incontro alla sua Fondazione con il premier. Spiega che questa volta l'emergenza va inserita subito in una visione lunga, che rimedi ai terribili errori d'imprevidenza che hanno causato troppe tragedie.
Quali suggerimenti ha dato lei al premier per l'immediato, gli interventi urgenti?
"Per i sopravvissuti che hanno perso le case bisogna operare con cantieri leggeri, che non allontanino le persone dai luoghi dove abitavano. Non tendopoli ma edifici leggeri, vicinissimi, che si potranno smontare e riciclare in seguito. Abbiamo parlato di una visione non-partisan, che possa essere condivisa da tutti a prescindere dagli orientamenti politici. E di una visione internazionale, che ispiri un disegno di lunga portata. L'emergenza come primo tassello strettamente inserito in un progetto di lungo termine".
Quanto vasto il progetto? E di che durata parliamo?
"Parliamo di tutta la dorsale degli Appennini, la spina dorsale dell'Italia da Nord a Sud. Parliamo di un intervento progettato su 50 anni e su due generazioni. Parliamo di contributi internazionali anche perché la straordinaria bellezza dell'Italia non appartiene solo a noi, è un patrimonio dell'umanità. Abbiamo ereditato una natura meravigliosa, generazioni di nostri antenati dall'Antica Roma all'Umanesimo l'hanno addomesticata, ingentilita, noi a volte siamo stati crudelmente inadeguati".
Un editoriale del New York Times promuove la nostra protezione civile ma ci accusa di imprevidenza imperdonabile nella prevenzione, "tragica impreparazione in uno dei paesi più sismici del mondo".
Tra gli ostacoli alla ricostruzioni ne elenca tre: mancanza di risorse, corruzione, leggi troppo complicate.
"Sono giudizi che purtroppo ci tocca sentire dal mondo intero, le stesse cose vengono dette in queste ore dai tedeschi o dagli inglesi. Si aggiungono alla sofferenza che provo per le tante vite sacrificate, per le famiglie distrutte. Voglio per smentire subito almeno un luogo comune, quello sulla mancanza di risorse. No, le risorse ci sono eccome. È evidente che il Patto di Stabilità europeo consente flessibilità straordinarie per calamità atroci come questa, quando sono in ballo le vite umane, la sicurezza nazionale".
Nel concreto, di che cosa avete parlato con Renzi sul versante economico?
"Ovviamente si deve agire subito, con urgenza massima, per mettere a norma antisismica gli edifici pubblici. Ma la stragrande maggioranza sono privati. E non puoi costringere i privati se non hanno le risorse. Qui però si sa come intervenire: incentivi, sgravi fiscali, come già fatto nel campo energetico. Bisogna anche sapere intervenire nei passaggi generazionali, quando la casa dei nonni passa in eredità, e una nuova generazione può essere più motivata a fare lavori di ristrutturazione. Deve entrare in modo permanente nelle leggi del paese, l'obbligo di rendere antisismici gli edifici in cui viviamo, così come è obbligatorio per un'automobile avere i freni che funzionano. Sul lato economico, non dimentichiamo poi che tutti i soldi spesi sono investimenti che generano ricchezza: oltre a salvare le vite umane danno lavoro a tante imprese, spesso micro-imprese, talvolta addirittura cantieri di auto-produzione familiare ".
In quanto alle tecnologie da utilizzare, la sua personale esperienza in questo campo è ormai antica. Lei ha progettato e costruito edifici in alcune delle zone più sismiche del pianeta, dalla California al Giappone.
"È da 40 anni che mi occupo di questi temi. L'architettura e l'ingegneria degli edifici hanno seguito un questo campo un'evoluzione notevole, con delle analogie sorprendenti con la medicina. Quando parlo di cantieri leggeri, il primo che usai fu 40 anni fa ad Otranto. L'uso della diagnostica - un termine preso proprio dalla medicina - ci consente di risparmiare e al tempo stesso raggiungere la massima efficacia, senza infierire crudelmente sugli abitanti. La termografia consente di conoscere lo stato di salute dei muri, come di un corpo vivente, senza interventi
invasivi. Questo permette di rendere gli edifici più sicuri, preservando i centri storici, rispettando l'attaccamento alle case antiche, quel fortissimo rapporto affettivo che fa parte della nostra storia, della nostra natura umana, della nostra identità".
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L'architetto cileno famoso per aver fatto risorgere Constitución con case pronte a metà, lasciando agli abitanti il compito di completarle: la rinascita va iniziata subito coinvolgendo tutti
FRANCESCO ERBANI - La repubblica
Alejandro Aravena ROMA.
Poche regole, semplici. Per prima cosa una buona ricostruzione è fondata sulla partecipazione delle persone colpite da un terremoto, sul loro senso comunitario. Inoltre non bisogna avere fretta né confondere la carità - necessaria - con la qualità degli interventi. Una buona ricostruzione, poi, comincia un minuto dopo la tragedia e tutto quel che si fa dai primi istanti è parte dell'obiettivo finale. E nell'obiettivo finale è compreso il miglioramento della qualità di vita di chi il sisma ha subito. Alejandro Aravena, l'architetto cileno premio Pritzker 2016, artefice della svolta marcatamente sociale della Biennale architettura in corso a Venezia, sostenuta con forza dal presidente Paolo Baratta, ha nel curriculum il lavoro nella ricostruzione di Constitución, la città di circa 50 mila abitanti distrutta nel febbraio 2010 da un terremoto di magnitudo 8,8 e sulla quale successivamente si abbatté lo tsunami. Lavoro che si è ripetuto anche recentemente in Ecuador, dopo il sisma (magnitudo 7,8) dell'aprile scorso. A Constitución, dove la ricostruzione procede (l'80 per cento del tessuto urbano è stato distrutto), Aravena, che ora è a Venezia per uno dei periodici incontri previsti dalla Biennale, ha proseguito nell'esperimento già avviato anni prima a Iquique: con i pochi soldi pubblici a disposizione ha progettato insediamenti in cui veniva realizzata solo metà di un appartamento, comprese però le strutture portanti, lasciando a chi la abita di completarla. Uno dei sistemi considerati più innovativi dell'edilizia sociale.
Che cosa vi ha insegnato l'esperienza di Constitución?
"Fin dalla prima emergenza tutta la comunità, nessuno escluso, doveva essere coinvolta. Cominciando dalle piccole cose. A Constitución erano i bambini che s'incaricavano di distribuire l'acqua. Di solito nelle tendopoli arrivavano i camion cisterna e la gente si ammassava, contendendosi una razione d'acqua. Oppure occorreva andare a rifornirsi lontano e nessuno poteva procurarsi più di dieci litri per volta. Nel 2010 fu sperimentato un sistema appreso in Africa. Venticinque bottiglie da un litro erano sistemate in una specie di bidone che anche un bambino poteva far rotolare. Si alleviava una sofferenza e si faceva partecipare chi di solito non partecipa".
Un problema che in Italia si propone ad ogni terremoto è la sistemazione provvisoria dei senzatetto. Purtroppo è come se si partisse sempre da zero. Voi come avete proceduto?
"Il punto è come considerare il temporaneo. Non dev'essere né scadente né assomigliare a qualcosa che resterà permanente. A Constitución abbiamo realizzato strutture che sarebbero diventate parte di quelle definitive. Sia perché alcuni elementi dell'edificio sono stati riutilizzati, sia perché quell'edificio è stato successivamente completato. La ricostruzione è un processo incrementale. E la si deve concepire in questi termini fin da subito: si risparmiano tempo e soldi. Le persone sono disposte ad aspettare più tempo pur di avere una ricostruzione ben fatta. Ma il temporaneo ha anche bisogno di una dimensione collettiva".
In che senso?
"Le abitazioni provvisorie devono raggrupparsi e prevedere servizi in comune. Anche questo è utile a cementare uno spirito comunitario. A Constitución abbiamo realizzato strutture con un numero che andava da otto a venti abitazioni, ognuna per un gruppo familiare. Si formavano piccole cellule sociali, a metà strada fra il privato e il pubblico. Questi nuclei avevano un rappresentante e hanno costituito un elemento di base per la partecipazione alla ricostruzione vera e propria".
Questi nuclei riproponevano un rapporto di vicinato precedente il terremoto?
"In certi casi sì, in altri no. Non venivano stabilite regole fisse. Una gran parte di questo processo era comunque affidata alla volontà dei singoli".
Veniamo alla partecipazione.
"La questione più delicata di una ricostruzione è il coordinamento di diverse risorse e di diversi interventi. Spesso la partecipazione viene considerata come una perdita di tempo, mentre è esattamente il contrario. Senza partecipazione dei cittadini ogni passaggio sarebbe stato più lento e sarebbero aumentati i fattori di inefficienza. Inoltre partecipare può anche funzionare come terapia per alleviare il dolore e ridurre la paura. Si condivide una visione del futuro. L'importante è capire che dalle persone colpite dal terremoto non bisogna aspettarsi risposte, ma domande che occorre interpretare alla luce delle conoscenze tecniche".
Mi fa l'esempio di un effetto del coinvolgimento dei cittadini?
"Dopo il terremoto, Constitución è stata investita da uno tsunami. Fra le soluzioni proposte c'era la costruzione di un muro che avrebbe dovuto proteggere da un'eventuale, nuova furia del mare. Discutendo con rappresentanti dei cittadini a diversi livelli, durante incontri e assemblee, abbiamo capito che la sicurezza era certo una priorità. Accanto alla quale, però, emergevano altri problemi, più antichi".
Quali?
"La carenza di spazio pubblico, in primo luogo. Ogni abitante di Constitución aveva a disposizione appena 2 metri quadrati di spazio pubblico. Tenga conto che a Londra sono 44. E, ancora: a ogni pioggia intensa parti della città finivano alluvionate. Poi entrava in gioco l'identità collettiva".
L'identità?
"In Italia hanno valore identitario un campanile, una torre, un edificio antico, un centro storico. Ed è fondamentale che questi manufatti, danneggiati da un terremoto, si restaurino. A Constitución l'identità trovava raffigurazione nel fiume, le cui sponde erano quasi integralmente in mano a poche famiglie. Questi e altri elementi ancora ci hanno fatto capire quanto articolata fosse la domanda proveniente dalla comunità. E allora, invece di realizzare un muraglione, abbiamo cercato soluzioni che dessero risposte anche agli altri bisogni. Così è nata l'idea di un bosco davanti al mare, un bosco che potesse dissipare le onde di uno tsunami, ma che contemporaneamente fosse luogo di svago e di benessere, che consentisse l'accesso al fiume e che garantisse maggiore assorbimento delle acque piovane".
E la gente ha apprezzato?
"Ha votato e per il 94 per cento ha approvato il nostro progetto. È maturata la convinzione che da una tragedia si può uscire reinventando se stessi, conservando ciò che di buono la città aveva espresso e anche ottenendo nuove conquiste".
