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Esplorazione oltre i confini

«Per certi fumettisti molto accademici faccio illustrazione, per gli illustratori sono un fumettista... Io mi considero un autore di immagini: lavoro in una terra di nessuno dove i confini vengono superati, i generi si fondono e il tempo non è orizzontale, ma circolare».

Lorenzo Mattotti evita la parola artista, anche se negli ultimi quarant'anni ha attraversato mondi diversi, dal fumetto all'illustrazione, dalla pittura alle immagini in movimento, senza mai perdere intensità. Anzi, riuscendo a condensare nelle sue opere sia lo spirito di un'epoca — si pensi alle illustrazioni per i grandi quotidiani e periodici internazionali — che la dimensione interiore dell'uomo che la attraversa. Quale sia stato il suo cammino e quali le terre visitate è possibile capirlo oggi grazie a una mostra che abbraccia il suo intero universo: "Sconfini", a Villa Manin in Friuli fino al 19 marzo. Divisa in diciotto sezioni, l'esposizione organizza 400 opere secondo temi che accompagnano il visitatore in un viaggio tra amori, paure, catastrofi, paesaggi, visioni, foreste, distruzioni.

La mostra spazia dalle tavole di "Chimera" ai manifesti per i festival, dall'albo "Fuochi" a paesaggi e ritratti di donne: si è mai sentito combattuto tra l'amore per la pittura e quello per il fumetto?

«Ho risolto il conflitto lentamente, ho cercato di imparare tecniche diverse e a un certo punto ho capito che tutto si stava fondendo. In questo sono stato facilitato dalla mia provenienza: ho iniziato con i fumetti che a lungo sono stati considerati una sottocultura e che mi permettevano più libertà di quella che veniva riconosciuta ad altri artisti ingabbiati in definizioni più precise».

Ha paura dei confini?

«Ho bisogno di esplorare cose che non conosco, temo le definizioni che ti cuciono addosso e di cui non riesci più a liberarti. Mattotti diventa sinonimo di colori squillanti? Io passo al tutto nero di Hansel e Gretel. Non ho mai voluto ripetere una formula per piacere».

Come evita di "cadere" nel fumetto quando lavora su testi già esistenti, ad esempio una canzone di Bob Dylan?

«Quando mi chiesero di illustrare un testo per l'albo Bob Dylan Revisited, pensai che sarebbe stato difficilissimo riassumere tutte le emozioni che le sue parole e la sua voce mi procuravano. Poi ho scelto A Hard Rain's A- Gonna Fall, una delle canzoni più cupe. Ho organizzato la storia in quadri indipendenti che rispecchiavano le visioni del ragazzo. Sono le parole della canzone a dargli un senso ».

Che cosa significa per lei illustrare?

«Non mi fermo alla descrizione, al puro mestiere. Cerco di andare oltre, di aggiungere un'emozione, un mistero. Prendiamo The Raven, cioè Il Corvo.

Lou Reed mi disse di non fermarmi al suo testo e nemmeno a quello di Poe. Mi disse che come lui aveva rivisitato l'opera del poeta per trasformarla in musica, così io avrei dovuto farmi ispirare dalla sua musica per creare delle immagini. Nel libro testo e immagini dialogano tra loro e si rafforzano».

Il fumetto, i disegni per Vanity Fair, le illustrazioni... Come è arrivato alla pittura?

«Ho iniziato a dipingere dalla metà degli anni Ottanta, all'inizio ero molto influenzato dalla pratica del fumetto, poi ho scoperto la tela, il grande formato. È stato un percorso lento, senza alcuna rottura con il passato. Nella serie Ondulazioni l'unico protagonista è il paesaggio, in altre ci sono personaggi che lottano con la narrativa: ad esempio le coppie colte nell'intimità o immerse nell'acqua e nella luce».

Accanto a opere piene di gioia, ci sono disegni cupi, a volte brutali come "Bestie e cani di razza".

«Sono quadri che ho realizzato per un libro illustrato in edizione limitata: clochard aggrediti da cani di razza. In mostra ci sono anche disegni a inchiostro nero mai pubblicati con clo- chard distesi in canali di scolo o abbandonati in spazi privi di punti di riferimento».

La violenza la attrae o la spaventa?

«Nella realtà mi spaventa, ma voglio guardare le cose in faccia. Non mi diverto a farlo, ma considero necessario tirare fuori il lato oscuro che ognuno porta dentro di sé. Quell'energia che a volte si perde nella disperazione, altre sfocia in cose orribili come guerre, stupri, omicidi. Io ho la possibilità di sublimarla nell'immagine e di mostrarla. Evito però di essere cinico: nelle mie opere più cupe, nella serie delle foreste, nelle immagini di distruzione o di abbandono, c'è sempre compassione ».

A Villa Manin si passa dall'ombra alla luce. È stata una scelta dettata dagli spazi o una precisa volontà?

«Entrambe le cose: il piano basso ospita le opere più drammatiche, quello alto le più luminose. Il percorso si conclude con la sezione Incandescente che presenta una serie di opere su carta nepalese: immagini piene di simboli, più spirituali. Non volevo rinchiudere il mio lavoro nel suo lato oscuro, volevo mostrare la mia energia creativa, che è prima di tutto positività ».

LOU REED

Illustrare non è descrivere lui mi disse: non fermarti al mio testo lasciati ispirare

LA VIOLENZA

Non mi diverto a farlo, ma considero necessario guardare in faccia le ombre che ognuno porta dentro di sé

 

 

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