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VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti

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7 ^:Chi ha creato il debito dello stato italiano ?

 Sull’Espresso (Rivista) di questa settimana si denuncia: “Esclusivo. I contratti segreti che hanno svenduto l’Italia alle  banche.”   Questo blog da anni sostiene che la crisi economico finanziaria  é frutto del ruolo delle banche e degli enti finanziari   che é stato attribuito  ad essi da chi gestisce la cosa pubblica e dai politici. C’è da precisare che il debito pubblico in Italia ha una origine lontana. 

Secondo chi ha accettato il ruolo delle banche e della finanza? La burocrazia pubblica e i politici che hanno messo la firma ai documenti per le operazioni. Questo é una questione  che riguarda i giovani perché è sui nostri figli e nipoti, sul futuro che é stato scaricato il problema del pagamento del debito pubblico dovuto all'insipienza, all'ignoranza e all'ingordigia della classe politica, con maggiori e minori responsabilità. I bambini nascono con un fardello di 300.000 euro a testa  senza aver fatto niente.

Chi ha creato il debito pubblico italiano

Il debito pubblico italiano ha  sforato in valore nominale quota 2.200 miliardi di euro, mentre la sua incidenza sul prodotto interno lordo era - a fine 2015 - pari al 132,7 per cento. È un fardello che, ho l’impressione, condizionerà le scelte di politica economica per decenni futuri: vediamo in che anni si è formato, e sotto la responsabilità di quali governi.

Anno

Governi

Inflazione

Debito

Rapporto debito/Pil

   

(milioni di euro)

 

1970

Rumor, Colombo

5,1%

13.087

37,1%

1971

Colombo

5,0%

16.146

42,0%

1972

Andreotti

5,6%

20.108

47,7%

1973

Andreotti, Rumor

10,4%

25.780

50,6%

1974

Rumor, Moro

19,4%

32.404

50,2%

1975

Moro

17,2%

41.899

56,6%

1976

Moro, Andreotti

16,5%

52.318

56,2%

1977

Andreotti

18,1%

62.460

55,2%

1978

Andreotti

12,4%

79.092

59,4%

1979

Andreotti, Cossiga

15,7%

94.801

58,2%

1980

Cossiga, Forlani

21,1%

114.066

56,1%

Pubblicità

1981

Forlani, Spadolini

18,7%

142.427

58,5%

1982

Spadolini, Fanfani

16,3%

181.568

63,1%

1983

Fanfani, Craxi

15,0%

232.386

69,4%

1984

Craxi

10,6%

286.744

74,9%

1985

Craxi

8,6%

347.593

80,9%

1986

Craxi

6,1%

404.336

85,1%

1987

Craxi, Fanfani, Goria

4,6%

463.083

89,1%

1988

Goria, De Mita

5,0%

524.528

90,8%

1989

De Mita, Andreotti

6,6%

591.619

93,3%

1990

Andreotti

6,1%

667.848

95,2%

1991

Andreotti

6,4%

755.011

98,6%

1992

Andreotti, Amato

5,4%

849.921

105,5%

1993

Amato, Ciampi

4,2%

959.714

115,7%

1994

Ciampi, Berlusconi

3,9%

1.069.415

121,8%

1995

Berlusconi, Dini

5,4%

1.151.539

116,9%

1996

Dini, Prodi

3,9%

1.213.535

116,3%

1997

Prodi

1,7%

1.239.879

113,8%

1998

Prodi, D'Alema

1,8%

1.258.223

110,8%

1999

D'Alema

1,6%

1.285.054

109,7%

2000

D'Alema, Amato

2,6%

1.302.548

105,1%

2001

Amato, Berlusconi

2,7%

1.360.285

104,7%

2002

Berlusconi

2,4%

1.371.679

101,9%

2003

Berlusconi

2,5%

1.397.460

100,5%

2004

Berlusconi

2,0%

1.449.657

100,1%

2005

Berlusconi

1,7%

1.518.640

101,9%

2006

Berlusconi, Prodi

2,0%

1.588.072

102,6%

2007

Prodi

1,7%

1.605.945

99,8%

2008

Prodi, Berlusconi

3,2%

1.671.130

102,4%

2009

Berlusconi

0,7%

1.769.983

112,5%

2010

Berlusconi

1,6%

1.851.507

115,4%

2011

Berlusconi-Monti

2,7%

1.907.769

116,5%

2012

Monti

3,0%

1.989.878

123,3%

2013

Monti-Letta

1,1%

2.070.013

129,0%

2014

Letta-Renzi

0,2%

2.137.119

131,9%

2015

Renzi

-0,1%

2.172.673

132,3%

2016*

Renzi-Gentiloni

-0,1%

2.220.662

132,8%

 Si tratta dello storico del debito pubblico italiano a partire dal 1970, con tutti i nomi del Primi Ministri. Ce ne sono altri in giro, ma si tratta di grafici con curve più difficili da interpretare. Questo invece ci fa capire tutto molto bene, risale molto indietro nel tempo, e soprattutto ci riserva qualche sorpresa.

Proviamo ad esaminarlo. Anzitutto, si vede bene che il debito pubblico sale fin da quaranta anni fa, di 20 punti sul PIL nel decennio della famigerata inflazione a due cifre.

Ma è sbirciando i governi che si trovano le sorprese. Ad esempio, sotto Andreotti è andata come con il vituperato Craxi, 10 punti in tre anni. E poi il clamoroso balzo del governo Amato, il "risanatore", che con lo scippo dei conti correnti per "rimettere a posto le finanze pubbliche" è riuscito a far salire il debito di 10 punti in un anno appena. Certo, era l'anno 1992/93, forse il periodo finanziariamente (e non solo) più torbido della storia della Repubblica, ma Amato detiene un record di scasso finora imbattuto

Poi arriva l'era Berlusconi, che comincia con un'altra scassatina. Ma incredibile a dirsi, negli anni successivi, gli sforzi congiunti di Prodi-D'Alema-Berlusconi-Prodi riescono a far scendere il debito fino a -17 punti.

Nel 2009 c'è un nuovo governo Berlusconi, e lì accade il disastro definitivo: +15 punti in tre anni. Arriviamo ad oggi, e con Monti il debito sta salendo ancora.

A questo aumento del debito pubblico non ha corrisposto un aumento della qualità e quantità di servizi, (anzi abbiamo un'esperienza di anni di tagli e peggioramento nelle pensioni, sanità scuola, negli aiuti agli handicappati ecc. ecc,) ma è servito a foraggiare le consorterie di potere del governo, delle regioni e degli enti locali come viene fuori dagli scandali, del malaffare, delle ruberie, dalle condanne di coloro che presiedevano e sono a capo degli enti pubblici. Di fronte a questa realtà gli uomini del potere politico si ritengono più eguali degli altri cittadini ed esplicitamente vorrebbero essere al di sopra della legge rimpiangendo i tempi in cui il sovrano emanava le leggi, faceva la giustizia ed era a capo del governo.

 

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Il debito pubblico continua ad aumentare nonostante lo stato spenda meno (surplus) di ciò che riceve dalle imposte e tasse , mentre gli altri paesi europei sono di gran lunga  meno virtuosi (non hanno surplus).

Dobbiamo confutare la credenza (in Italia e all’estero) che noi italiani siamo stati delle persone allegrotte che hanno vissuto al di sopra delle loro capacità.

Allora noi dobbiamo pagare, tutti i cittadini devono pagare due volte il debito pubblico che è già stato pagato una volta nei primi anni novanta ?  Si cerca  il politico che:

- si assumerà l’onere della trattativa con la UE  per cambiare le regole che riguardano le banche e gli enti finanziari. Che si muoverà con attenzione e circospezione visti gli interessi che dovrà intaccare e le derivate conseguenze.

-con la UE tratterà in modo che la BCE compri dallo stato i titoli all’1%, e non presti alle banche all’1% i denari che poi gli stati pagheranno alle banche il 5% come avviene per la banca d’Inghilterra e la banca  Federale per gli USA. Già così per i cittadini italiano sarebbe un buon sollievo

I debiti vanno sempre pagati?

PER alcuni, la risposta è ovvia: i debiti vanno sempre pagati, non c'è alternativa alla penitenza, soprattutto quando è incisa nel marmo dei trattati europei. Eppure, un rapido colpo d'occhio alla storia del debito pubblico, soggetto appassionante quanto ingiustamente trascurato, mostra che le cose sono molto più complesse di così.

Prima buona notizia: in passato ci sono stati casi di debiti pubblici ancora più importanti di quelli che osserviamo ora, e si è sempre riusciti a trovare una soluzione, facendo ricorso a una grande varietà di metodi, che possiamo suddividere così: da una parte il metodo lento, che punta ad accumulare pazientemente surplus di bilancio per rimborsare poco a poco prima gli interessi e poi il capitale del debito in questione; dall'altra parte una serie di metodi che puntano ad accelerare il processo: inflazione, imposte eccezionali, puri e semplici annullamenti del debito.

Un caso particolarmente interessante è quello della Germania e della Francia, che nel 1945 si ritrovavano con un debito pubblico di dimensioni pari a due anni di prodotto interno lordo (il 200 per cento del Pil), un livello ancora più elevato del debito pubblico che affligge oggi la Grecia o l'Italia. All'inizio degli anni ‘50, questo debito era ridisceso a meno del 30 per cento del Pil. È evidente che una riduzione così rapida non sarebbe mai stata possibile solo attraverso un lento accumulo di surplus di bilancio. Al contrario: i due Paesi utilizzarono tutta la vasta casistica dei metodi rapidi. L'inflazione, molto alta su entrambe le sponde del Reno fra il 1945 e il 1950, fu l'elemento centrale.

Alla Liberazione, la Francia introdusse anche un'imposta eccezionale sui capitali privati, che arrivava al 25 per cento sui patrimoni più alti e addirittura al 100 per cento per gli arricchimenti più significativi avvenuti tra il 1940 e il 1945. I due Paesi ricorsero anche a forme diverse di "ristrutturazioni del debito", definizione tecnica utilizzata dagli esperti di finanza per indicare l'annullamento puro e semplice, totale o parziale, del debito (si parla anche, più prosaicamente, di haircut, sforbiciata): per esempio in occasione dei famosi accordi di Londra del 1953, dove fu annullato il grosso del debito estero tedesco. Furono questi metodi rapidi di riduzione del debito — e in particolare l'inflazione — che permisero alla Francia e alla Germania di lanciarsi nella ricostruzione e nella crescita del dopoguerra senza questo fardello. È grazie a ciò se i due Paesi negli anni ‘50 e ‘60 furono in grado di investire nelle infrastrutture, nell'istruzione e nello sviluppo economico. E sono proprio questi due Paesi che adesso spiegano al Sud dell'Europa che il debito pubblico va rimborsato fino all'ultimo euro, senza inflazione e senza misure eccezionali.

Attualmente la Grecia avrebbe un lieve avanzo primario: in altre parole, i greci pagano di tasse leggermente più di quello che ricevono sotto forma di spesa pubblica. Secondo gli accordi europei del 2012, la Grecia dovrebbe mantenere per decenni un avanzo colossale del 4 per cento del Pil per rimborsare i suoi debiti. Si tratta di una strategia assurda, che la Francia e la Germania, per nostra grande fortuna, non hanno mai applicato a loro stesse.

In questa incredibile amnesia storica, la Germania porta chiaramente una pesante responsabilità. Ma simili decisioni non avrebbero mai potuto essere adottate se la Francia si fosse opposta. I governi francesi che si sono succeduti, di destra e poi di sinistra, si sono dimostrati incapaci di valutare adeguatamente la situazione e proporre un'autentica rifondazione democratica dell'Europa.

Con il loro miope egoismo, la Germania e la Francia maltrattano il Sud dell'Europa, e al tempo stesso si maltrattano da sole. Con un debito pubblico che si avvicina al 100 per cento del Pil, un'inflazione nulla e una crescita fiacca, questi due Paesi impiegheranno anch'essi decenni prima di ritrovare la capacità di agire e investire nel futuro. La cosa più assurda è che i debiti europei del 2015 sono essenzialmente debiti interni, come peraltro quelli del 1945. ( da tener presente che il reddito della Grecia rappresenta il 2% del reddito delle altre nazioni dell’Europa) Certo, la quota di titoli di Stato detenuta da altri Paesi dell'Eurozona ha raggiunto proporzioni senza precedenti: i risparmiatori delle banche francesi detengono una parte del debito tedesco e italiano; le istituzioni finanziarie tedesche e italiane possiedono una bella fetta del debito francese; e via discorrendo. Ma se si guarda alla zona euro in generale, allora possiamo dire che il debito è tutto nelle nostre mani. Non solo: deteniamo più attività finanziarie noi fuori dalla zona euro che il resto del mondo nella zona euro.

Invece di impiegare decenni per rimborsare il nostro debito a noi stessi, spetta a noi, e a noi soltanto, organizzarci in un altro modo. ( Traduzione di Fabio Galimberti)

Articolo contenuto nel libro di Pikketty con sguardo alla Francia, ma un discorso in realtà rivolto all'Europa.

Thomas Pikketty: "Si può salvare l'Europa?" Articoli di Economia con taglio sociale

Ed. Bompiani 2015 € 20

 Dal 7° capitolo pag. 107 di Francesco Gesualdi “Le catene del debito pubblico". Ed. Feltrinelli € 14 Quando a dirlo sono le Nazioni Unite

 

Le catene del debito pubblico di Andrea Baranes

Di tutte le forme di investimento, il prestito è la più allettante perché garantisce un guadagno facile. Addirittura perpetua e di tipo crescente se il debitore non ce la fa a pagare gli interessi nei tempi dovuti. A quel punto, come ben sanno gli italiani, gli interessi si trasformano automaticamente in un nuovo debito su cui matureranno nuovi interessi in una spirale senza fine.

A causa di questi meccanismi, il debito è la macchina più infernale di dominio, di impoverimento, di squilibrio sociale che l’essere umano si sia inventato. In passato il debitore insolvente poteva essere messo in catene e venduto schiavo per permettere al creditore di recuperare i suoi soldi. Oggi simili eccessi sono banditi, ma persiste la mentalità che il creditore ha sempre ragione e che il debitore si deve sottoporre a ogni forma di sacrificio pur di onorare i suoi impegni. Lo dimostra l’austerità da sempre imposta dal Fondo monetario internazionale ai paesi indebitati del Sud del mondo, oggi intimata anche ai paesi europei.

Le condizioni di povertà, disoccupazione, fame in cui versa la Grecia sono la riprova che, nella testa di chi comanda, il pagamento del debito viene prima di tutto.

Ma all’alba del terso millennio dobbiamo chiederci cosa vale di più: l’arricchimento dei debitori comunque o la dignità umana?

Quando il banchiere bussa alla porta e il bimbo piange perché ha il piatto vuoto, cosa dobbiamo fare dei pochi soldi che abbiamo. Pagare la rata al grasso banchiere o comprare la pappa al nostro bambino? L’art. 103 della Carta delle Nazioni Unite non lascia dubbi: “In caso di contrasto tra obblighi contratti da membri delle Nazioni Unite con il presente Statuto e gli obblighi da essi assunti in base a qualsiasi altro accordo internazionale, prevarranno gli obblighi derivanti dal presente Statuto”. Tra gli obblighi contenuti nella Carta compaiono quelli definiti agli articoli 55 e 56 che impegnano gli stati a promuovere “un più elevato tenore di vita, il pieno impiego della mano d’opera, e soluzioni di progresso e di sviluppo economico e sociale [….] il rispetto e l’osservanza universale dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di sesso, razza, lingua o religione”. I rapporti delle Nazioni Unite ricordano costantemente l’imperativo di proteggere i diritti umani fondamentali. La risoluzione n. 18 adottata nel 2004 dalla Commissione per i diritti umani dell’ONU afferma: ”L’esercizio dei diritti fondamentali delle popolazioni residenti nei paesi indebitati, diritti come quelli dell’alimentazione, all’alloggio, al vestiario, al lavoro, all’istruzione, alla sanità, a un ambiente salubre, non possono essere subordinati all’applicazione delle politiche di austerità e di riforme economiche legate al debito.(risoluzione adottata dalla Commissione ONU per i diritti umani del 16 aprile 2004) Un concetto già affermato dalla stessa commissione nel 1980: “non è ammissibile che uno stato chiuda le sue scuole, le sue università, i suoi tribunali, in una parola chiuda i suoi servizi pubblici, gettando la popolazione nel caos e nell’anarchia, semplicemente per risparmiare denaro da utilizzare per rimborsare i creditori nazionali o internazionali. Come per gli individui, anche per gli stati ci sono dei limiti agli obblighi a cui devono essere sottomessi (rapporto annuale Commissione ONU peri diritti umani1980. Vol. I).

E’ tempo di rialzare la testa e gridare in faccia ai creditori che abbiamo in onore il pagamento dei debiti, ma anche la difesa dei cittadini. Dei loro diritti, dei loro servizi, dei beni comuni. E poi non si capisce : le banche e le istituzioni finanziarie pretendono la restituzione di quanto hanno prestato a imprese, stati, ma loro non restituiscono i soldi spesi dagli stati (cioè con i soldi dei cittadini) per il loro salvataggio (possono restituirli quando si sono rimesse in sesto) E’ tempo di affermare che il guadagno di chi sta già bene non può essere preminente rispetto alla dignità delle persone, al benessere sociale, all’interesse collettivo, Prima vengono i diritti per tutti, poi i guadagni di pochi. E’ una questione di valori, di civiltà di equità. E’ tempo di annunciare che non accettiamo più di porre il pagamento del debito sopra di tutto. Non accettiamo più di considerare il debito come l’unico criterio guida delle nostre scelte fiscali e di bilancio.

Vogliamo voltare pagina considerando il debito come una delle tante spese da affrontare tenendo conto di tutte le altre esigenze sociali e collettive. A maggior ragione vogliamo voltare pagina mettendo fine agli attacchi speculativi che hanno il potere di obbligarci a pagare tassi di interesse più alti. La speculazione non ha alcuna giustificazione giuridica. Non fa parte del diritto dei creditori. La speculazione è un abuso, una prepotenza, un’aggressione per estorcere ricchezza alle comunità nazionali. I mercati la attuano in virtù della loro arroganza e della sottomissione dei politici nei loro confronti.

Qualcuno dovrà spiegare perché gli stati debbono trasformarsi in quaglie che si fanno impallinare da cacciatori autorizzati ad usare qualsiasi tipo di arma. Qui non siamo più di fronte a creditori che rivendicano i loro capitali e gli interessi pattuiti. Qui siamo di fronte cacciatori di frodo che in nome dell’arricchimento crescente pretendono di mettere le mani in tasca di chicchessia solo invocando la propria abilità predatoria. Una china pericolosa che potrebbe portare a permettere ogni tipo di truffa purché attuata con astuzia.

L’argomentazione utilizzata per ammettere la legalizzazione di questo tipo di furto è il libero mercato. Ma cosa ha a che vedere il mercato . inventato per vendere e comprare merci, con l’arricchimento alle spalle degli altri basato sulla capacità di creare paura ? Oppure riteniamo che anche il terrorismo psicologico sia una operazione imprenditoriale che ha diritto di essere renumerata ? Ma se così fosse perché non dare riconoscimento anche alla mafia che diffonde paura per estorcere il pizzo? L’esperienza ci dice che molta speculazione si base sul puro e semplice azzardo. Ci si prova: può andare bene e può andare male, come alla roulette. Ma quale abilità c’è in una operazione totalmente affidata al caso? L’azzardo non è un’abilità, neanche un’astuzia. L’azzardo è incoscienza. Che razza di società è la nostra che incoraggia l’incoscienza e l’azzardo fino al punto di mettere a rischio l’interesse di milioni di risparmiatori, addirittura l’economia di intere nazioni?

Lo testimonia la crisi bancaria mondiale del 2008 e , concentrandosi su casa nostra , la vicenda del Monte dei Paschi emersa nel gennaio 2013. Quanto durerà ancora la nostra sottomissione alla cultura del denaro e la nostra sudditanza verso i signori della finanza ? Quanti altri tracolli dovremo subire prima di trovare il coraggio di rimettere la museruola alla finanza selvaggia affinché torni al suo ruolo originario di intermediario del credito per i bisogni dell’economia reale? In attesa di trovare la forza per regolamentare l’intera finanza, cerchiamo almeno di prendere provvedimenti per impedire alla speculazione di danneggiare i conti pubblici. Lo possiamo fare perché fino a prova contraria la potestà legislativa non appartiene ai mercati (anche se negli USA e nella UE le regole sulla finanza sono state scritte da enti finanziari privati), ma al potere politico (che per formazione, affinità culturale ed interessi era ed é legato alla finanza) Dopo gli attacchi speculativi alla Grecia, all’Italia, alla Spagna, l’Unione Eropea ha capito che doveva fare qualcosa e nel marzo 2012 ha emesso un regolamento che induce tre novità principali: vieta la sottoscrizione di Cds nudi, vieta le vendite allo scoperto nude, obbliga a dare informazioni su talune operazioni (Regolamento UE236/2012 del Parlamento europeo 14 marzo 2012) . Inoltre la Commissione europea sembra determinata a emettere una direttiva sulla tassazione delle transazioni finanziarie anche detta Tobin Tax. Si tratta senz’altro di provvedimenti lodevoli, ma assolutamente insufficienti ad arginare gli attacchi speculativi sui titoli di stato. Limitano gl eccessi e le operazioni rocambolesche come la vendita a consegna immediata di titoli che non si possiede affatto, neanche sotto forma di prestito: le cosidette vendite allo scoperto nude. Ma tutti gli altri meccanismi, compresi i futures, non sono toccati, per cui la speculazione non subirà seri contraccolpi. (Non è conveniente intervenire quando i buoi sono scappati dalla stalla, ma impedire che escano dalla stalla).

Segno di timidezza, di chi ha paura di irritare i manovratori.

Nel 2011 l’attività finanziaria mondiale era stimata in 912 mila miliardi di dollari, di cui:

• 54.000 per azioni

• 49.000per prestiti bancari

• 67.000 per prestiti obbligazionari

• 41.000 per titoli del debito pubblico

• 700.000 per strumenti derivati – In pratica 10 volte il PIL lordo mondiale

– Ammontare che le banche e enti finanziari possono movimentare senza alcun controllo delle autorità pubbliche. Questa è la normativa attuale.

Pensiamo solo al discorso dell’inflazione: chi la crea? Si è fatto un gran parlare della Banca centrale europea che con una decisione si è resa disponibile ad acquistare sul mercato secondario i titoli sotto attacco, previa richiesta del paese interessato e accettazione a parte di quest’ultimo delle regole di austerità. Obiettivo: attenuare il panico provocato da una massiccia vendita (attuata dalle banche) di titoli allo scoperto tramite un’operazione di acquisto altrettanto poderosa. Perché ricorrere a mezzi e mezzucci di dubbia efficacia quando il problema potrebbe essere risolto alla radice con un provvedimento di poche righe? Basterebbe un regolamento del Parlamento Europeo che ammettesse come uniche operazioni possibili su titoli di stato la compravendita e consegna immediata senza impegni di riacquisto, i depositi in garanzia, l’assicurazione di titoli realmente posseduti. Automaticamente ogni altra operazione (vendite allo scoperto, futures, Cds nudi e altre forme di derivati) sarebbe proibita e la speculazione decapitata. Se un simile provvedimento non viene preso non è perché sia impossibile o perché farebbe cadere il mondo. Non viene preso solo per mancanza di una volontà politica, perché non si ha una visione diversa dell'economia e della società . (visto che si hanno le stesse idee e si pensa allo stesso modo quando non ci sia un interesse ndr.), che esercitano tutta la pressione possibile per bloccare leggi non gradite

In ambito finanziario le associazioni di categoria più impegnate in attività di lobby a livello europeo sono:

Isda – International Swaps and Derivates Association -, associazione di soggetti finanziari attivi in derivati:

Aima – Alternative Investiment Managenent Association -; associazione di fondi speculativi;

Evca – European Private Equity and Venture Capital Association-, associazione di fondi di investimenti industriali;

Afme – Association of Finantial Markets in Europe, associazione di società di Borsa;

Ebf – European Banking Federation-, federazione delle banche europee

. Ma ciò che manca al vertice può essere imposto da una diversa concezione della società e dell'economia, dalla proposta politica E’ ora di farci sentire.

Alcuni dati confermano questa proposta.

Ecco alcune cifre prese da Andrea Baranes: finché le cose vanno bene i profitti rimangono privati, quando il giocattolo si rompe si socializzano le perdite

. Nel 2000 la comunità internazionale fissa otto <<Obiettivi di sviluppo del millennio>>. Tra questi, ridurre di due terzi la mortalità infantile e garantire un’istruzione primaria a tutte le bambine e i bambini del mondo entro il 2015.

Gli ultimi dati rivelano un fallimento storico. Per ridurre la mortalità infantile mancano 80 miliardi di $ aggiuntivi rispetto a quanto versato oggi, 80 miliardi sono una cifra ragguardevole, almeno finché non si realizza che tra il 2008 e il 2011 sono stato spesi 4.700 miliardi per salvare le banche. 80 miliardi non si riescono a trovare per salvare milioni di vite umane. 4.700 per i responsabili della peggior crisi degli ultimi decenni vengono versati senza battere ciglio.

Parliamo delle risorse unicamente immesse nel sistema bancario. Se includiamo tutti i pani di salvataggio e di rilancio dell’economia il conto sale parecchio. Negli soli USA, Governo e Federal Reserve (FED) hanno impiegato una cifra che a seconda delle stime varia tra 7.700 e 29.000 miliardi ( Levy Economic Institut. A Detailed Look at the Fed’s Bailout by Funding Facility and Recipient, working paper n. 698 december 2011). Oppure Luciano Gallino pag. 27 “la lotta di classe dopo la lotta di classe “ le leggi nei paesi sviluppati anziché combattere la disoccupazione e la povertà la sanciscono come mali inevitabili. Gli USA e la UE, fino alla fine del 2011 dal 2008, hanno impegnato almeno 18 trilioni ( un trilione = 1 miliardo di miliardo) per salvare gli enti finanziari “troppo grandi per fallire”.

Per contro, allo scopo di rilanciare l’occupazione, gravemente colpita dalla recessione, sono stati spesi pochi miliardi.

 

 

Per un ruolo diverso delle banche

Cinque medicine per curare la malattia delle banche

Marianna Mazzucato - La Repubblica

I TRAVAGLI che da diversi anni scuotono il sistema finanziario italiano offrono spunti di riflessione sul ruolo che la finanza potrebbe e dovrebbe avere in un ecosistema economico dinamico ed efficente. Non si tratta soltanto di interrogarsi sul ruolo delle banche in Italia, perché la finanza è il combustibile fondamentale per ogni sistema capitalista. Concentrerò la mia analisi in cinque brevi punti.

Primo: il denaro non è solo un mezzo di scambio che sostituisce simbolicamente l'oro. È l'essenza del sistema capitalista che, secondo la tesi sostenuta in particolare dal grande economista Hyman Minsky, si fonda in primo luogo sul debito. La moneta dunque, in quanto garantita da un'autorità superiore, in genere lo Stato, rappresenta la creazione del debito, motore centrale del processo capitalistico. Quindi per capire come un moderno paese funziona all'interno del sistema capitalistico è soprattutto importante capire come funziona il debito, capire chi presta a chi e come.

Secondo: la finanza in teoria dovrebbe creare debito per finanziare la crescita dell'attività nell'economia reale. Invece, a partire dalla deregulation del sistema finanziario globale dagli anni Settanta, la finanza ha finito per finanziare… la finanza. In gran parte del mondo occidentale negli ultimi vent'anni il valore aggiunto lordo della intermediazione finanziaria è cresciuto più dell'economia reale.

IN ALTRE parole si è preferito prestare soldi a chi maneggia i soldi invece di investirli in attività produttive. E così siamo arrivati allo scoppio della bolla nel 2007. A livello mondiale è quindi importantissimo reindirizzare la finanza verso l'attività produttiva nell'economia reale.

Terzo: in Italia al problema globale della finanziarizzazione si aggiunge una sorta di sclerotizzazione degli interessi e delle relazioni che ha reso ancora più problematica l'attività creditizia verso l'economia reale. Se invece di basarsi su un giudizio obiettivo che valuti la natura produttiva di un investimento e misuri i potenziali profitti realizzabili, il credito segue logiche clienterali, il sistema diventa incapace di vera crescita e innovazione. Non dimentichiamo che il termine "clientelismo" non deriva dal moderno "clienti" (una reale relazione economica) ma dal latino clientes, i parassiti sbeffeggiati da Giovenale che campavano di favori e regalie e si presentavano ogni mattina per la salutatio al loro patronus.

Le banche italiane malate sono insomma sia causa che sintomo dell'eterna cultura clientelista del paese.

Quarto: quando la crescita è bassa, come in Italia negli ultimi vent'anni con il Pil e la produttività più o meno fermi, finanziarizzazione e clientelismo diventano ancora più pervasivi e perniciosi. Se non emergono buone aziende da finanziare, se non ci sono opportunità di investire in progetti validi nell'economia reale il sistema continuerà ad investire nella finanza speculativa o nei rapporti clientelari. Il problema non è l'offerta, ma la domanda di credito da parte di imprese valide: le piccole e medie imprese innovative e produttive trovano il credito di cui hanno bisogno, ma sono troppo poche. Perché? Le imprese innovative ad alta crescita prosperano in genere in paesi dotati di ecosistemi dinamici di innovazione, in cui esistono forti legami tra ricerca e industria, cospicui investimenti pubblici nel settore dell'istruzione e della formazione professionale, nazioni in cui le imprese private spendono in formazione, ed in Ricerca e Sviluppo.

Quinto. Per generare crescita serve un sistema creditizio paziente, che persegue strategie a lungo termine. Senza finanza paziente non si avrà crescita, per quanto il governo possa pensare che basti ridurre la burocrazia, o rendere meno rigido il mercato del lavoro. E se l'economia reale non cresce, la finanza diventa una roulette in cui i soldi scommettono sui soldi. È essenziale insomma puntare sulla qualità e non sulla quantità del credito.

Storicamente il credito ad alto rischio iniziale è sempre stato erogato da varie forme di finanza pubblica, che soltanto in una fase successiva hanno attratto la finanza privata dei venture capitalist. E non stiamo parlando di paesi comunisti. In Israele, attraverso il fondo di venture capital pubblico Yozma. In Germania grazie alla banca pubblica KfW. In Finlandia attraverso agenzie di investimento pubblico come Sitra. Negli Usa attraverso agenzie di innovazione come Darpa, ma anche grazie al programma Small Business Innovation Research che attraverso attività di procurement crea un mercato per le piccole imprese più innovative. In Italia non esiste nulla del genere, nessun ente serio preposto all'innovazione. La Cdp non è mai stata messa in condizione di diventare una vera banca pubblica come quelle che operano in Cina, in Germania e persino in Brasile. Si è scelto di dare alla Cdp soltanto un ruolo di prestatore e investitore di ultima istanza, che sussidia più che investire. Il prevalere dei sussidi sugli investimenti ad alto rischio ha finito per aumentare l'apatia del sistema invece che svegliarlo dal suo sonno. La politica pubblica dovrebbe creare addizionalità, ossia intervenire laddove il credito privato non ha coraggio di andare. Agendo come investitore di prima istanza può in seconda battuta attrarre finaziamenti privati risvegliando quel famoso spirito animale di cui parlava Keynes.

Se analizziamo come funziona il debito in Italia, chi presta a chi e come, riusciamo a capire quali siano i grandi problemi italiani e che tipo di soluzioni attendano. Dobbiamo chiedere al governo una vera politica di crescita che crei addizionalità e riassegni con autorità al settore privato il suo compito primario: assumersi il rischio di investire in nuove opportunità piuttosto che continuare da una parte a lagnarsi di lacci e lacciuoli burocratici e dall'altra a domandare sussidi pubblici a gran voce.

L'autrice ha scritto Lo Stato Imprenditore ( Laterza) ed è Professor in the Economics of Innovation, University of Sussex

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