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VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti

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10^ : Questione Europa

Il discorso sull’Europa é prioritario su tutte le questioni e  non può prescindere dal ruolo della Germania, il paese economicamente più forte del continente. Non si tra tratta di essere antitedeschi ma di trovare un ruolo adeguato e propulsivo di questa nazione chiarendo quali sono le soluzioni dei problemi  che riguardano tutti gli stati dell’unione dal punto di vista storico politico. Per quanto riguarda l’Italia ci vuole un gruppo politico abile  poiché non è economicamente forte, sapendo che nessuno ti regala niente nella vita.  

Io credo che ci sarà un gruppo di persone che avrà il coraggio di dire qual’ è la reale situazione economico sociale e di proporre un  percorso con delle priorità viste le risorse limitate e che solo dopo, quando  saranno individuate le risorse, si potranno affrontare i problemi meno urgenti.

Una cosa deve essere subito chiara: il rinchiudersi nel nazionalismo e nella sovranità statale non gioverà a nessuna nazione (neanche alla Germania).

Se avvenisse così non ci rimarrebbe  che accodarci a quale potenza economica mondiale per  fare i  loro  servitori   (ndr.)

Il discorso sull’Europa è complesso, chi volesse approfondirlo va su: blog di mario bolzonello e nella ricerca dei vari articoli pubblicati mette “europa” (89)

Così pure:

economia (209)

cultura – società (180)

vita vissuta (87)

cultura (83)

 

 

Lo sapevate del disanzo commerciale della Germania?

Perché alla Germania conviene ridurre il surplus commerciale

Nelle regole europee non si parla solo di deficit e debito, come sappiamo bene in Italia, ma anche di equilibrio delle partite correnti, cioè la somma degli scambi commerciali con l'estero. Si dice che non si può avere un rosso superiore al 3% del Pil per più di tre anni di fila, ma ugualmente un surplus superiore al 6%.

Questa storia assomiglia in parte all'accumulo dell'oro e del'argento della Spagna dopo le scoperte dell'America, quando essa credeva che questo accumulo significasse ricchezza, mentre ora sappiamo che ci dev'essere equilibrio tra i sistemi economici perché ci sia convenienza per tutti e forse prospettive di sviluppo. (ndr.)

 

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Che Europa desideri 5 ?


MASSIMO L. SALVADORI – La Repubblica
ALTIERO Spinelli viene onorato come un grande padre dell’Unione Europea. Sennonché è rimasto un padre senza figli. Il suo progetto di Stati Uniti d’Europa, delineato nel 1941 a Ventotene, appare come un’utopia, che non ha avuto luogo e non si sa se e quando possa trovarlo. A leggerlo oggi suscita commozione e ironia. Vi si dice che la nazione è obsoleta, che avendo gli Stati nazionali seminato disastri all’ordine del giorno occorre porre la Federazione europea, che l’anima di questa dovrà essere l’emancipazione delle classi lavoratrici.

Il Manifesto di Ventotene si chiudeva in modo battagliero: «La via da percorrere non è facile, né sicura. Ma deve essere percorsa, e lo sarà!». Sembra di trovarsi di fronte al sogno di un visionario. Abbiamo infatti una Unione nominale ma non reale, fortemente incompiuta, difettosa, traballante.
La drammatica crisi greca, che è la crisi di un Paese entro quella dell’intera Unione, non rappresenta se non l’ultimo capitolo di uno storico insuccesso. La clamorosa vittoria dei “no” al referendum di Atene ne è, al di là di ogni altra cosa, lo specchio nero. La federazione si colloca in un orizzonte senza tempo. Si profilano sintomi di disgregazione a partire dalla possibilità concreta che la Gran Bretagna — tradizionale palla al piede di ogni avanzamento verso l’unificazione politica — abbandoni l’Unione; avendo a corona una proliferazione di movimenti ostili al progetto europeistico.


Chi semina vento raccoglie tempesta. E a farlo è stata l’Unione stessa. È sotto i nostri occhi come le tendenze variamente antieuropeistiche siano state e siano alimentate dai limiti organici della sua costruzione. La Comunità economica europea da un lato era stata un successo, ma dall’altro aveva segnato il passo in relazione all’unificazione politica. Era stata posta sotto il segno di un debole e incompiuto confederalismo, sviluppatasi all’ombra della divisione del continente sanzionata dalla guerra fredda aveva lasciato il potere sostanziale in politica interna ed estera nelle mani degli Stati nazionali, si era legittimata sostenendo di aver dato finalmente pace ai popoli che la componevano: ma era retorica, poiché le chiavi della pace e della guerra erano tenute da Usa e Urss. Sotto lo stimolo della dissoluzione dell’impero sovietico, della riunificazione tedesca e con la prospettiva di un allargamento ormai alla portata, l’Unione Europea con il trattato di Maastricht del 1992 si pose il compito di marciare verso «un’unione sempre più stretta tra i popoli dell’Europa, in cui le decisioni siano prese il più vicino possibile ai cittadini», di avviare dunque il processo per il passaggio alla federazione politica.
Ebbene, oggi possiamo misurare che le promesse e le speranze non sono state mantenute.

Ecco le promesse non mantenute: l’Unione è stata incapace di darsi una costituzione; ha un Parlamento che lascia le decisioni che contano ai capi di Stato e di governo; le leve della politica estera restano prerogativa di Stati nazionali che talvolta si accordano e talvolta non si accordano affatto; è divisa tra Paesi che si sono dotati di una moneta unica e Paesi che ne sono rimasti fuori; ha una Banca centrale che però non ha alle spalle un governo politico comune; ha come valore la solidarietà ma ciascuno la concepisce come vuole; di fronte alla tragedia delle nuove ondate di immigrazione sta perdendo la testa suscitando tensioni che non sa come comporre. Il dramma della Grecia — esaltato dai penosi contrasti di capi di governo, tecnocrati ed economisti che propongono gli uni certe ricette e gli altri ricette opposte — mette a nudo i difetti profondi di un’Unione che divide.
In questo contesto giganteggiano i forti squilibri di potere politico ed economico tra i singoli membri dell’Unione. Essa è andata estendendosi fino a 28: un’estensione quantitativa difficile da governare in assenza di un governo federale in grado di stabilire quell’autorità centrale che costituisce il motore di qualsiasi effettiva Unione di Stati.

È quindi inevitabile che all’interno di un tale precario assemblamento si stabiliscano ineguali rapporti di forza che giocano a favore anzitutto dello Stato istituzionalmente più solido, economicamente meglio at-trezzato, dotato di una leadership ampiamente condivisa da parte del suo popolo.
È qui che si apre la questione della Germania unificata, che ha stabilito la propria egemonia, come mostrato da ultimo dalla vicenda greca. La Germania galleggia nel mare dell’Unione come una grande isola, generando una pericolosa contraddizione: un’Unione nata per compattare le sue componenti va scollandosi anche perché i tedeschi si trovano ad esercitare un superpotere che provoca resistenze e avversioni. Romano Prodi ha invocato, come unico e urgente rimedio al fallimento, lo stabilirsi di un’autentica «autorità federale». È il grido di Spinelli che ritorna.

Vero: l’Europa ha assolutamente bisogno di una simile autorità, ma tutto attualmente milita contro di essa. Siamo nel pieno di una crisi di sistema, di fronte alla quale vale l’eterna lezione di tutte le grandi crisi: o si mobilitano le maggiori energie o si assiste allo sfibrarsi dell’intero tessuto arrivando allo scacco. Hic Rhodus, hic salta.

Il sogno europeo

(Dopo la pubblicità) Come è nata l'Europa Unita, una puntata de il "Tempo e la storia" che ci fa conoscere i vantaggi (dalla seconda guerra mondiale abbiamo avuto un lungo periodo di pace, benessere e sviluppo economico sociale) della unione dell'Europa e le varie tappe di come si è arrivati alla sua realizzione, a partire dal manifesto di Ventotene. E' giunto il momento di attuare unione politica altrimenti saremmo destinati ad accodarci, e a non contare niente, alle potenze economiche che dominano attualmente il pianeta. Occorrono delle persone con idee e sogni che superino il nazionalismo attuale:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f641ae9f-94e3-4bf9-942b-9ab6d5a9c43c.html

 

Chi ha tradito i fondatori dell'Europa

NADIA URBINATI- La Repubblica

IL REFERENDUM greco ha accesso i riflettori sulla scena più contradditoria e convulsa che si trova a vivere l'Europa da quando ha intrapreso la strada dell'integrazione.

Il destino di questo progetto di pace per mezzo della cooperazione è più che mai sospeso tra volontà e intenzioni contrapposte.

Alla lucidità dei suoi visionari e fondatori fa seguito oggi una grande opacità, e soprattutto la rinascita prepotente degli interessi nazionali, pronti a usare l'Europa come arma per offendere e umiliare oppure come alibi dietro il quale nascondere la mancanza di volontà decisionale.

La visione di un'Unione europea è nata tra le due guerre per sconfiggere i nazionalismi e i nazionalisti. Le direttrici originarie di questa utopia pragmatica furono in sostanza due: quella che faceva perno sulla volontà politica costituente e quella che faceva perno sulla formazione dell'abitudine alla cooperazione mediante regole e accordi economici.

La prima era impersonata da Altiero Spinelli e faceva diretto ed esplicito appello alla volontà degli Stati di darsi un ordine politico federale, un progetto da prepararsi con il lavoro politico e delle idee (come fece il movimento federalista europeo).

La seconda era rappresentata da Jean Monnet. Quest'ultima divenne il paradigma ispiratore dell'Unione europea, il cui primo nucleo fu nel 1950 la creazione di un'alta autorità sulla produzione franco-tedesca dell'acciaio e del carbone. Quel trattato sarebbe stato il primo di una serie numerosa di trattati sottoscritti dai governi in tutti i settori di interesse comune. La federazione europea sarebbe cresciuta quindi per accumulazione, senza un fiat fondatore, ma come politica di auto-imbrigliamento degli Stati che avrebbe col tempo costituzionalizzato le pratiche sovrannazionali.

Le radici di questa via non-politica all'integrazione europea stanno nel Settecento, nella filosofia della mano invisibile e della funzione civilizzatrice del commercio. L'assunto kantiano era che gli individui tendono a muoversi, a interagire e a comunicare per ragioni loro proprie con la conseguenza di mettere in moto un processo indiretto di relazioni pubbliche e di diritti che col tempo avrebbero consolidato la convivenza pacifica per generale convenienza. In prospettiva, l'integrazione avrebbe potuto mettere capo a una più perfetta unione, senza che nessuno l'avesse esplicitamente voluta. Questa fu la filosofia che ha sostenuto il progetto europeo mediante decisioni di secondo ordine, indotte dalla convenienza a cooperare.

Questo paradigma è stato una strategia di successo nella fase espansiva della ricostruzione post- bellica, proprio per la sua capacità di contenere le potenzialità conflittualistiche della politica e dare spazio alla pratica degli accordi e dei trattati. Ma in questo tempo di crisi economica, tale metodo ha perso mordente.

La sfida di fronte alla quale si trova oggi l'Europa richiederebbe una determinazione politica nello spirito di Spinelli. Come ha sostenuto il costituzionalista Dieter Grimm, la rete di diritti e costruzioni giuridiche ha bisogno di ancorarsi a una «espressione di autodeterminazione del popolo sovrano europeo » per riuscire a far valere appieno la sua autorità su tutti e in tutti gli Stati.

Affidarsi alle pratiche generate dall'uso di regole condivise, all'abitudine di vivere da europei come se le cose vadano avanti per forza propria: tutto questo regge e funziona fino a quando le cose procedono facilmente e non è necessario scomodare un supplemento di volontà per prendere decisioni ostiche, benché necessarie. Il paradigma dell'eterogenesi dei fini su cui si è modellata l'Unione europea è figlio dell'utopia settecentesca del doux commerce , della forza civilizzatrice del commercio a condizone che sia la mano invisibile del mercato a muovere le decisioni, non la volontà politica. Il problema è che, mentre questa strategia ha avuto il merito di stabilizzare relazioni pacifiche essa non è in grado ora di guidare l'Unione europea verso una integrazione politica democratica, della quale invece vi sarebbe bisogno. La routine riproduce pratiche ma non sa creare scenari nuovi. Ecco perché oggi la lotta che si combatte in Europa è tra il partito della mano invisibile e il partito della volontà politica federale.

Non si giungerà mai ad una più perfetta unione se il demos europeo non sarà interpellato, se la volontà politica non acquisterà la sua autorità fondatrice, condizione senza la quale altri, dopo la Grecia, potrebbero pensare di usare lo strumento dell'appello al popolo nazionale per reagire contro decisioni che non sono prese nel nome di un popolo europeo. Il "no" referendario alle condizioni sul debito imposte alla Grecia ha messo in luce che solo all'interno di un'Unione politica compiuta il caso greco potrebbe non essere solo e soltanto una questione di rapporto privato fra debitori e creditori.

Solo in un'Unione politica la questione greca potrebbe essere a tutti gli effetti una questione europea, e la sua soluzione una straordinaria opportunità di crescita continentale. Per comprendere questo, la logica della mano invisibile non serve, e anzi è di ostacolo perché mentre rifiuta di dare la scena alla politica rafforza la pratica delle trattative intergovernamentali e quindi rafforza sempre di più gli interessi nazionali. Crea le condizioni per il declino dell'Unione europea.

 

In Come ho tentato di diventare saggio , raccontando come prese corpo l'idea federalista ed europeista, Altiero Spinelli così dipinse l'Europa degli anni '30: «Tutti questi Stati d'Europa obbedivano sopra ogni altra cosa alla legge della conservazione e dell'affermazione della propria sovranità. Fossero essi democratici o totalitari, erano sempre più nazionalisti... La federazione europea non ci si presentava come una ideologia, non si proponeva di colorare in questo o in quel modo un potere esistente... Era la negazione del nazionalismo che tornava a imperversare ».

Alla lucidità delle origini fanno seguito oggi opacità e rinascita dei nazionalismi

 

USA sanziona Deutsche Bank e Credit Suisse

Si chiudono i portoni quando i buoi sono scappati ! Non c’è altro da dire. Queste misure non servono a raddrizzare la situazione del sistema finanziario legato principalmente agli interessi delle Banche. Ci vorrà forse un’altra crisi economica finanziaria per cambiare la situazione finché non verrà più concesso alle banche di creare il credito attraverso i suoi prodotti finanziari (derivati, Credit Default Sweps, cartoralizzazioni, benefit a dirigenti d’impresa (stock options), subprimes, Hedge funds , etc.) (ndr.)

https://img.over-blog-kiwi.com/0/56/94/83/20161214/ob_a2e878_mondo-finanziario.jpg

Come si può notare i titoli finanziari creati dalle banche attraverso strutture finanziarie formalmente autonome, ma ad esse collegate sono 12 volte (qualcuno dice di più) superiori alla ricchezza prodotta dalle nazioni (Pil). Il debito pubblico è aumentato perché gli stati hanno salvato il sistema bancario, ma hanno speso rispetto ad esso un centesimo per favorire nuovi occupati. Il reddito e il patrimonio privato hanno continuato ad aumentare: da quando é scoppiata la crisi economica (2008) essi sono andati a favore dell’1% della popolazione mentre la classe media è stata segata ed è finita nel 99% della popolazione (ndr.)

Perché alla Germania conviene ridurre il surplus commerciale
Nelle regole europee non si parla solo di deficit e debito, come sappiamo bene in Italia, ma anche di equilibrio delle partite correnti, cioè la somma degli scambi commerciali con l'estero. Si dice che non si può avere un rosso superiore al 3% del Pil per più di tre anni di fila, ma ugualmente un surplus superiore al 6%.

Questa storia assomiglia in parte all'accumulo dell'oro e del'argento della Spagna dopo le scoperte dell'America, quando essa credeva che questo accumulo significasse ricchezza, mentre ora sappiamo che ci dev'essere equilibrio tra i sistemi conomici perché ci sia convenienza per tutti e forse prospettive di sviluppo. (ndr.)

Vito Lops – Il sole 24 ore

Sul punto che la Germania violi da anni le regole europee sul surplus non ci piove. Anche se è un concetto più complicato da far passare (più complicato certo rispetto al tema del debito pubblico) ormai - benché forse siano ormai passati tre anni prime informazioni in merito e da quando anche gli Stati Uniti hanno sollevato il problema- il punto è entrato nel dibattito politico.

Può essere utile ricordare che esportare troppo (e oltre il consentito) non solo danneggia gli equilibri già precari dell’Eurozona, ma danneggia la stessa Germania.

SURPLUS COMMERCIALE TEDESCO
saldo partite correnti in % sul Pil

2011 2012 2013 2014 2015

5,56 6,57 7,58 8,59 8.80

Per capirlo bisogna fare un piccolo passo indietro e ripescare il concetto che in macroeconomia è conosciuto come equilibrio dei saldi settoriali. Teorizzato dall’economista britannico Wynne Godley (in questo senso un apripista dato che nel lontano 1992 disse che senza una politica fiscale comune ci sarebbero stati problemi tra i firmatari del trattato di Maastricht) questo principio indica che la somma dei saldi tra i tre macrosettori economici di uno Stato (saldo pubblico, ovvero la differenza tra spese e tasse, saldo privato, ovvero la differenza tra risparmi e investimenti, e saldo estero, ovvero la differenza tra esportazioni e importazioni) è uguale a 0.

Considerando che i Paesi dell’area euro hanno aderito al principio del pareggio di bilancio (in Italia è persino entrato a far parte della Costituzione nel 2012 nel novellato articolo 81) e che quindi il saldo pubblico deve essere per definizione nullo (la Germania rispetta a pieno questo parametro vantandosi appunto del raggiungimento del pareggio di bilancio) l’equazione dei saldi settoriali si può ridurre a: saldo privato + saldo estero = 0.

Se spostiamo il saldo estero a destra dell’equazione, la formula diventa: saldo privato = saldo estero. Ovvero che la differenza tra risparmio privato (S dall’inglese Saving) e investimenti privati (I) coincide con la differenza tra esportazioni (X) e importazioni (M). Da cui si arriva alla formula: S-I = X-M.

Bene, questa formula ci dice anche che un Paese che ha una X (esportazioni) molto più grande di M (importazioni) deve avere necessariamente degli investimenti (I) molto più bassi dei risparmi (S). Ergo: un Paese che esporta troppo non può algebricamente azionare in modo massiccio la leva degli investimenti.

Questa formula spiega in termini tecnici quello di cui viene accusata oggi la Germania, ovvero di esportare troppo e di investire poco per rinnovare strade, scuole, infrastrutture nel proprio territorio. Questa formula ci dice però anche che il calo degli investimenti in Germania negli ultimi anni non è frutto solo di una scelta politica ma innegabilmente collegato alla strategia di concentrare lo sviluppo economico sulle esportazioni, che da più di 8 anni violano quanto previsto dalle regole europee sugli squilibri macroeconomici in base alle quali un Paese non può avere un saldo delle partite correnti, nella media a tre anni, superiore al 6% del Pil. In Germania siamo all’8,8%.

Nel 1945 il Fondo monetario internazionale è nato con l’obiettivo (scritto nel suo Statuto) di regolare gli squilibri macroeconomici tra Paesi. Un obiettivo definito in modo chiaro subito dopo la Seconda Guerra mondiale proprio perché gli squilibri commerciali tra i Paesi sono stati in passato spesso uno dei fattori che hanno contribuito ad alimentare tensione e conflitti.

E forse anche per questo a distanza di oltre 70 anni il Fmi ha nel 2013 bacchettato le eccessive esportazioni tedesche, sollecitando a più riprese il Paese a investire di più. Come visto però non la Germania non può avere la botte piena e la moglie ubriaca. Se deve investire di più deve necessariamente ridurre il surplus. Agendo in tale direzione - e normalizzando gli enormi squilibri macroeconomici all’interno dell’Eurozona evidenziati dai saldi Target 2 secondo cui la Germania oggi vanta un credito di oltre 600 miliardi nei confronti del sistema di pagamenti europeo a fronte di un debito di quasi 300 dell’Italia - la Germania farebbe un favore per prima a se stessa e ai suoi cittadini.

«Una scarsa propensione agli investimenti in manutenzione e sviluppo delle infrastrutture è in gran parte dovuta ad una concezione, a mio avviso, errata delle politiche di gestione del bilancio statale, che sembrano idealizzare una soluzione di bilancio in pareggio. Nella situazione attuale, seguita alla crisi globale del 2008, caratterizzata da una grave mancanza nella domanda aggregata rispetto ad un eccesso di risparmio a livello globale, è cruciale che lo Stato intervenga invece a sostegno della spesa ed un deficit di bilancio è utile a mantenere l'equilibrio economico e prevenire la deflazione - spiega Chen Zhao, co-director of global macro research di Brandywine Global (gruppo Legg Mason) -. La mancanza cronica di investimenti a lungo termine ed il deterioramento delle infrastrutture pubbliche che ne consegue rappresenta in realtà un'opportunità per i governi per impiegare capitale in maniera produttiva nella ricostruzione».

«Purtroppo, al contrario, molti Paesi – Germania inclusa – non stanno andando in questa direzione, sprecando così un'interessante opportunità di investimento e rilancio - conclude Zhao. Il fatto che il governo tedesco supporti un surplus fiscale in un momento in cui i bond offrono rendimenti negativi è assurdo, a mio avviso; infatti, non è solo controproducente per la ripresa economica e per la battaglia anti-deflazione dell'economia tedesca e dell'Eurozona, ma è anche una grande occasione d'investimento perduta, che potrebbe rendere invece la Germania ancora più competitiva in futuro».

A parere di Alessandro Picchioni, presidente e direttore investimenti di WoodPecker Capital «The sick man of Europe is Germany again. Sembra una provocazione ma non lo è, forse non è la malata d'Europa ma è la portatrice sana di una malattia che sta minando l'Unione e la stabilità della moneta unica. Il surplus commerciale tedesco verso il resto della Comunità Europea eccede costantemente i parametri da anni. Keynes diceva che l'equilibrio di un gruppo di nazioni in un regime di moneta unica è incompatibile con un surplus commerciale strutturale di una singola nazione verso le altre. Il monito vecchio di 80 anni rimane inascoltato, così come lo sono i recenti appelli della Bce».

« Il mercantilismo - prosegue Picchioni - è un'idea fondante della Germania post-1945, il commercio estero rappresenta la cornice nella quale inquadrare la sua presenza nel mondo ed in questo momento, dopo 17 anni di moneta comune, è all'origine di molti dei mali europei, a partire dalla deflazione per arrivare alle politiche di austerity che molti Paesi sono costretti ad adottare. Dalla riunificazione, la Germania ha approfittato del debito creato da alcuni Paesi come una forma di “vendor financing” per incrementarvi le esportazioni, ha poi dato il via alla compressione salariale ed alla delocalizzazione selvaggia nell'Europa dell'est. Il surplus commerciale è il frutto di un progetto pluriennale sul quale si fonda la politica tedesca. Adottato come strategia all'interno di una comunità di nazioni che condividono la stessa moneta, ha un effetto di alterazione dell'equilibrio tra le stesse nazioni e rende la moneta unica l'epicentro della propagazione degli squilibri».

«Al momento il surplus tedesco è addirittura fuori da qualsiasi agenda politica comunitaria e viene derubricato come un problema minore, del resto molti dei Paesi europei, sotto il giogo del debito, non hanno la forza necessaria a determinare le priorità dell'agenda dell'Unione. Keynes diceva che nazioni debitrici e creditrici sono co-responsabili dei disavanzi commerciali permanenti e che la colpa ricade su entrambi, mentre al momento in Europa qualsiasi colpa ricade esclusivamente sui Paesi debitori. In assenza di un riequilibrio dato da politiche fiscali accomodanti e da trasferimenti netti di ricchezza da un Paese all'altro (l'unione fiscale), i persistenti squilibri macroeconomici stanno minando la tenuta politica all'interno dei Paesi membri».

«Ed anche la Germania, ottusamente immersa nella sua “weltanshauung”, è attraversata da venti di protesta simili a quelli del resto d'Europa, non dettati esclusivamente dalla xenofobia ma che hanno radici profonde anche e soprattutto nell'insoddisfazione crescente di una classe media impoverita e, soprattutto, che ha la sensazione di un peggioramento nella fornitura dei servizi statali. Uno degli effetti collaterali del “surplus a tutti i costi” è infatti il contenimento degli investimenti pubblici».

Insomma la Germania si sta comportando come una famiglia che accumula risparmio a più non posso e che non spende mai per l'abbellimento della propria casa. Non spende persino quando sui muri si iniziano a intravedere delle crepe.

22 luglio 2015

Voci fuori dal coro in Germania

"L'Europa dominata da un solo Paese non funziona"

Il direttore della Sueddeutsche Zeitung, tra i massimi opinion maker europei: "Schaeuble ha archiviato la tradizione costitutiva dell'umiltà tedesca. Ciò è pericoloso"

ANDREA TARQUINI – La Repubblica

(agf)BERLINO. "L'Europa dominata da un solo paese non può funzionare. La linea Merkel-Schaeuble è pericolosissima, tradisce i valori dei padri fondatori dell'Europa e anche di Helmut Kohl". Lo dice Heribert Prantsl,direttore della Sueddeutsche Zeitung , tra i massimi opinion maker europei.

Come dovrebbe essere l'Europa e com'è nella linea Merkel- Schaeuble?
"Dovrebbe essere una comunità in cui anche i paesi più piccoli hanno pari dignità e pari voce. Era base costitutiva dei padri fondatori e dei protagonisti dell'unificazione come Helmut Kohl. Una certa dose di umiltà tedesca era alla base di successo e progressi dell'Europa. Nella tragedia greca l'umiltà tedesca è scomparsa, la Germania si è comportata in un modo inconcepibile rispetto all'insegnamento di Kohl. Arrogante e sopraffacente".

Pensa a Schaeuble?
"Schaeuble ha archiviato la tradizione costitutiva dell'umiltà tedesca, nata anche tenendo conto della Storia tedesca. Ciò rende la vicenda pericolosa. Guai a non segnalare più ai partner che questa Germania ha imparato la lezione della Storia ed è diversa dal passato. L'addio a questo approccio danneggia la Germania e l'Europa intera".

Perché è successo?
"Una maligna campagna della Bild e di altri contro la Grecia, cui anche altri media come Spiegel e poi i politici si sono uniti. Populismo mediatico ad ampio spettro. "Tsipras incubo d'Europa" ha titolato Spiegel. La campagna ha cambiato l'umore collettivo e Schaeuble reagisce al cambiamento".

Lui, europeista da decenni? Perché tale svolta?
"Adesso parla in tono "guglielmino", come il Kaiser. Giudica Tsipras e Varoufakis idioti ideologici, non li sopporta. Così ha sorpassato Angela Merkel in popolarità. Non riuscì a essere cancelliere dopo Kohl, né capo di Stato sotto Merkel, ora gusta la rivincita con emotività minacciosa che sveglia i lati peggiori dell'animo tedesco e tradisce gli ideali europei che erano suoi".

Il danno all'immagine tedesca è fatto, quanto ci vorrà a ripararlo?
"Molto tempo. La collera di sudeuropei e francesi ha radici antiche, pregiudizi ma anche basi storiche profonde. A lungo Berlino lavorò con successo per allontanare quella Memoria. Adesso dovrebbe decidersi a un disarmo delle parole verso i partner, smetterla con frasi che dopo due guerre mondiali sembravano passato. Invece mostra un'isterica irresponsabilità. Temo che questa leadership tedesca non capisca che o negozia oggi con Hollande e Renzi, o domani avrà di fronte Marine Le Pen, Salvini, nemici veri.

 

"Il senso unico di Berlino ha fatto danni. Ora si investa"

Il numero due dei socialdemocratici tedeschi: "La politica europea liberal-conservatrice ha chiaramente fallito di fronte a questa crisi"

ROMA. "NON si può uscire dalla crisi risparmiando, basta con le ricette a senso unico. La politica dei liberal-conservatori è completamente errata". Il numero due dei socialdemocratici tedeschi, Thorsten Schaefer-Guembel, non usa mezzi termini nel giudicare la gestione della crisi greca. Cosa ancor più significativa considerando che la Spd condivide con la signora Merkel la responsabilità del governo della Repubblica federale.

C'è chi pensa che la gestione tedesca della crisi greca abbia scosso le fondamenta dell'Ue. E secondo lei?
"Guardi, noi socialdemocratici abbiamo sempre detto di essere contrari alla Grexit. La stretta amicizia tra Germania e Italia è di importanza fondamentale per il futuro dell'Europa, e ciò vale anche per il contributo del governo Renzi. Ora dobbiamo far sì che la Grecia resti nell'euro. Tuttavia non si può uscire da una crisi risparmiando. Abbiamo bisogno di investimenti nel lavoro e nella formazione. Questa è la nostra posizione anche all'interno del governo federale, nonostante le resistenze. La politica di risparmio a senso unico è chiaramente errata".

Molti sostengono che la Germania abbia una visione dogmatica della crisi. Anche dagli Usa arrivano segnali di un crescente nervosismo...
"Molte indicazioni dagli Stati Uniti sono importanti e corrette. Le soluzioni non sono solo economiche ma anche politiche e geostrategiche. L'euro è un progetto importante per l'Europa, anche Merkel la pensa così, pertanto non sottoscrivo l'idea di un "dogmatismo" in quel senso. Però in effetti la valutazione a senso unico della questione del debito rappresenta un problema".

Talvolta si ha la sensazione che Merkel e Schaeuble abbiano posizioni diverse sulla crisi greca...
"La cancelliera è consapevole della necessità di trovare una soluzione alternativa alla Grexit. Non si può dire lo stesso per tutti i conservatori e per i liberali in Germania. La Germania trae grande vantaggio dall'Ue, non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale. L'Unione politica deve essere quindi rafforzata. Dobbiamo vedere la crisi come un'opportunità per riprendere finalmente il dialogo sul ruolo dell'Europa, che è la nostra cornice di valori".

E la Bce? In Germania la politica di Draghi è oggetto di critiche molto dure...
"Io non le condivido. Draghi ha preso spesso decisioni a favore dell'euro che la politica dominata dai conservatori non voleva prendere. La politica europea liberal-conservatrice ha chiaramente fallito in questa crisi, l'Europa ha bisogno di una nuova politica progressista che vada al di là dei populismi, di destra e di sinistra. Il futuro dell'Europa dev'essere deciso nuovamente a livello politico e non dai funzionari della commissione o della Bce".

SE L’EUROPA DIVENTA UN CLUB PER FORTI

Nadia Urbinati – La Repubblica

COME una cartina di tornasole la Grecia mette in luce un sostrato di vecchie ruggini dentro il cuore dell’Europa. Divisioni che sotto un linguaggio economico all’apparenza neutro mostrano un grumo di radicati pregiudizi. Che si manifestano non solo come primato dell’interesse nazionale (dei forti) ma anche come superiorità culturale di un’area dell’Europa su un’altra. In questo inquietante ritorno all’antico si materializza la debolezza della sinistra europea, che non sa fare argine a questi pregiudizi ma, come nel caso della socialdemocrazia tedesca, li cavalca. Due sinistre, divise come l’Europa: una incerta e una vociante.

La prima, che non riesce aprendere al volo il caso greco per rilanciare il progetto politico europeo ( un’occasione di leadership che la Francia e l’Italia hanno sciupato) e la sinistra austro- tedesca, molto arrogante e determinata a sostenere alleanze preferenziali con i Paesi vicini alla Germania, quelli del Nord e dell’Est. Una vecchia storia recitata da nuovi attori.

La divisione delle sinistre corrisponde alla faglia che divide l’Europa in due, con la parte dominante che ha il suo rappresentante nel ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schäuble, presentato come un figlio politico di Helmut Kohl e sincero europeista, e che ha tuttavia una visione decisamente centro-europea dell’Europa. Nel suo lobbismo per la Grexit ha messo in chiaro che egli non crede ad una integrazione europea, ma a un’Europa a diverse velocità e in sostanza gerarchicamente strutturata in relazione alla vicinanza di interesse e di cultura con la Germania. È per questa ragione che egli ha sponsorizzato e messo in circolo una visione che sembrava fino a ieri un tabù: che l’appartenenza all’Europa è reversibile. Il che significa che l’Europa è a tutti gli effetti un club, anziché un’unione, nel quale per entrare e starci è necessario accettare alcune regole stabilite dalla Kerneuropa e non egualmente costruite da tutti i partner europei.

L’Europa come club, ecco la visione tedesca di Kerneuropa : il nucleo europeo rispetto al quale gli altri popoli sono periferici. Parte del “cuore” europeo non sono necessariamente i Paesi fondatori (vi è di che dubitare che vi figuri l’Italia) ma i Paesi vicini per cultura e interesse al centro propulsore del continente, la Germania. Non è un caso se in questa drammatica vicenda greca, la Germania abbia goduto del sostegno dei suoi tradizionali Paesi di riferimento, satelliti o alleati: dalla Filandia, le repubbliche baltiche e la Slovenia all’Olanda e all’Austra.

Qui il Kerneuropa prende la configurazione geo-politica degli imperi centrali (non a caso il settimanale Bild ha recentemente definito Angela Merkel la “cancelliera di ferro”, il nuovo Bismark).

Come hanno messo in evidenza diversi organi di informazione, da Foreing Affairs al Guardian , il pregiudizio anti- meridionale che l’ affair e greco ha scatenato si è già tradotto nei fatti.

Il Land austriaco della Carinzia con un indebitamento da “caso Greco” ha chiesto e ottenuto dal governo federale austriaco lo stato di emergenza, condizione per l’accesso al finanziamento federale per ottenere prestiti a tasso agevolato, di fatto una ristrutturazione del debito. La Germania ha concesso questa condizione alla Carinzia. E ora l’Austria è l’alleato di ferro della soluzione Grexit. Perché questa differenza di trattamento?

La ragione l’ha fatta intuire Schäuble avanzando l’ipotesi di un Grexit per cinque anni: non c’è “fiducia” nella Grecia. La fiducia non è lo stesso di garanzia ( una condizione accertabile e quantificabile) e diventa molto importante quando le garanzie sono labili. La fiducia è un’attitudine psicologica, sorretta da un sostrato di valori morali e etici condivisi: presume la messa in conto che gli stessi valori guidino i comportamenti dei partner.Dire che manca la fiducia verso la Grecia equivale a riconoscere che il partner ellenico non è un partner perché non condivide la stessa kultur . È nella stessa condizione dello straniero a tutti gli effetti: e incute diffidenza più che fiducia. Quali che siano le garanzie offerte dal governo di Atene, dunque, i tedeschi non si fidano nello stesso modo in cui si sono fidati della Carinzia. Qui siamo già fuori dell’Unione europea.

 

Il sogno europeo

(Dopo la pubblicità) Come è nata l'Europa Unita, una puntata de il "Tempo e la storia" che ci fa conoscere i vantaggi (dalla seconda guerra mondiale abbiamo avuto un lungo periodo di pace, benessere e sviluppo economico sociale) della unione dell'Europa e le varie tappe di come si è arrivati alla sua realizzione, a partire dal manifesto di Ventotene. E' giunto il momento di attuare unione politica altrimenti saremmo destinati ad accodarci, e a non contare niente, alle potenze economiche che dominano attualmente il pianeta. Occorrono delle persone con idee e sogni che superino il nazionalismo attuale:

http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-f641ae9f-94e3-4bf9-942b-9ab6d5a9c43c.html

Si può incolpare la Germania dei problemi dell’Europa?

«La realtà è che si dà la colpa alla Germania perché gli altri sono dei nani politici. Se la Germania è forte ed egemonica in Europa è solo perché gli altri non sono capaci di proporre qualcosa che la obbligherebbe a condividere il potere politico. Ma per la prima volta da anni, la Germania oggi si trova in una situazione di bisogno. E allora dico, avanti ragazzi, Hollande, Renzi, andate avanti!».

La soluzione è un Europa a due velocità?

«L’Europa deve ridefinirsi con un federalizzazione di alcuni Stati. Quelli che non vorranno partecipare faranno solo parte di un mercato comune attraverso accordi privilegiati senza avere voce in capitolo sul piano politico. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca. La federalizzazione deve portare a un vero governo europeo rappresentato dalla Commissione. Questo governo sarebbe controllato da due Camere, il Parlamento europeo e una Camera federale dove siederanno i governi europei. Per questo occorrerà rivedere i trattati».

 

Il Trattato costituzionale del 2005 fu bocciato dai francesi e dagli olandesi. Come pensare che un tale progetto di riforma sia accettato dai cittadini?

«Non dico che sia facile però bisogno sapere quello che si vuole. Alla fine bisognerà arrivare ad un referendum europeo per una nuova Costituzione europea. Questa Costituzione sarà accettata se una maggioranza di europei e di Stati europei la voteranno. Quelli che diranno no avranno la scelta tra uscire o accettare di rimanere nella nuova Europa. Di sicuro non si può continuare così».

Pubblicità

Europa e scampati dalle guerre

http://www.istitutosup-gavirate.it/studenti/immigrazione/image004.gif

Basta muri: sono castelli che scatenano nuovi assedii.

Dobbiamo fermare i soldi della criminalità, non gli esseri umani.

ROBERTO SAVIANO – La Repubblica

(afp)Da oggi, ogni lunedì, l'alleanza editoriale Lena (Leading European Newspapers Alliance) di cui Repubblica fa parte insieme con El País, Figaro, Die Welt, Tribune de Genève, Tages Anzeiger e Le Soir, pubblicherà contemporaneamente su tutti i suoi quotidiani un editoriale su un tema europeo. A inaugurare la serie con questo articolo è proprio Repubblica

Mentre i ministri delle Finanze dell'Unione si riunivano venerdì scorso a Bruxelles nelle stanze del Justus Lipsius, decretando con una firma la messa in mora sui profughi della povera Grecia, e dando praticamente il via al restringimento dell'Europa di Schengen, dall'altra parte del mondo - nell'ufficio lussuossimo di un grattacielo di Dubai, in un ranch blindatissimo del Nord Est messicano - il contabile di turno avrà stancamente cliccato sul tasto "send" di un personal computer, di un laptop, forse anche di un semplice smartphone: e per l'ennesima volta la marea di denaro più o meno sporco avrà investito, senza incontrare resistenza, le coste del continente.

Ma sì, diciamolo subito. Davvero in Europa c'è ancora qualcuno che pensa di fermare le stragi dei migranti e l'orrore della jihad alzando l'ennesimo muro? Davvero c'è chi pensa di fermare gli esseri umani decretando la
morte di Schengen? No, pretendere di proteggersi innalzando di nuovo i confini è un errore. Un madornale errore. Innanzitutto perché è dimostrato che le strutture militari, terroristiche non hanno bisogno di utilizzare canali clandestini.

Riescono a strutturarsi e a essere operative in ogni Paese indipendentemente dai flussi migratori attuali. È ormai accertato che ad agire in queste strutture - l'abbiamo purtroppo visto nel caso del Bataclan e di Charlie Hebdo - sono uomini e donne di seconda generazione. E se in alcuni casi, è vero, ci siamo trovati di fronte a persone che avevano chiesto l'asilo politico e si sono poi trasformate in miliziani, si è trattato di una "evoluzione" indipendente dalla struttura madre.

È questa la premessa fondamentale per capire che fermare Schengen significherebbe soltanto distruggere l'integrazione europea. E non semplicemente nella declinazione dei diritti ma nella stessa formazione della struttura sociale. Fermare Schengen vorrebbe dire uccidere il grande progetto iniziale; cioè la costruzione degli "stati uniti d'Europa". Fermare Schengen sarebbe la vittoria di una visione che credevamo ormai superata: quella secondo la quale ci si possa difendere costruendo castelli e barriere. Noi italiani lo sappiamo bene. Non lo diceva già il Principe di Machiavelli? Costruire nuovi castelli genera solo nuovi assedi.

Non basta. Il paradosso è ancora più grave. Perché questa è la politica che pretende di fermare i corpi ma non i flussi illegali e finanziari ormai senza più alcun controllo
. Che cosa ha reso possibile la creazione di un vero e proprio potere terroristico in Belgio? I finanziamenti che da Dubai, dall'Arabia Saudita, dal Medio Oriente più in generale sono arrivati attraverso i vari canali finanziari più scoperti.

La Francia ha il Lussemburgo. La Germania ha il Liechtenstein. La Spagna ha Andorra. L'Italia ha San Marino. Tutto il mondo ha la Svizzera. Stiamo parlando di isole finanziarie che non solo attraggono - nella migliori delle ipotesi - evasori fiscali. Stiamo parlando di centri che attraggono nel cuore d'Europa strategie criminali e finanziarie: basti pensare alla vicenda recente del Chapo, il re dei trafficanti di droga che faceva riciclare in Svizzera montagne di narcodollari che poi finivano in una banca di Vaduz, nel Liechtenstein.

E allora smettiamola di credere a chi vuole convincerci che l'Europa paga il prezzo che paga - le immigrazioni senza controllo, il terrore senza limiti - perché è troppo esposta. Non è vero: l'Europa paga un prezzo altissimo per la sua incapacità di gestire i flussi finanziari e il riciclaggio. La riflessione da fare è tutta qua: il problema sono i capitali, non gli esseri umani. Sono i capitali che circolano senza controllo a compromettere la sicurezza dell'economia pulita e la tenuta sociale. È il risiko della finanza a rendere sempre meno sicura l'Europa. Riusciranno mai a capirlo lì nelle stanze del Justus Lipsius?

 15 aprile 2015

Una nuova idea e politica per l'Europa

http://www.europinione.it/wp-content/uploads/2013/05/hrvatska-eu-croazia-unione-europea.jpeg

Stiglitz: “L’Europa cambi passo, dia spazio all’Italia e fermi la crisi del debito” Bookmark and Share Il Nobel per l’economia critica la Ue e la sua politica dell’austerity: “Imparate dalla Grecia, non è ancora uscita dal tunnel e il rigore di bilancio ha solo peggiorato la situazione”.

Intervista a Joseph Stiglitz di Federico Fubini, da Repubblica, Stiglitz non compra un’oncia dell’ottimismo che circola in Europa sulla ripresa. Nel giorno in cui la Grecia torna sui mercati dopo quattro anni di esilio e default, il premio Nobel per l’Economia tradisce la sua impazienza: «Il fatto che si celebri l’emissione di un bond sui mercati senza discutere della devastazione che resta nella vita delle persone è semplicemente criminale », dice. Stiglitz ne parla in una pausa della conferenza Cigi-Inet di Toronto, il nuovo “think tank” sostenuto da George Soros, dove nessuno sembra credere che l’Europa del Sud sia vicina a una svolta. Il governo di Matteo Renzi segnala che il debito salirà quasi al 135% del Pil.

Come ridurlo se non con altra austerità? «L’Europa deve capire che deve dare spazio all’Italia perché possa crescere, solo così potrà iniziare a ridurre il debito. Bisogna agire sul denominatore, cioè sulle dimensioni dell’economia che deve sostenere questo debito. Non attraverso l’austerità di bilancio. L’esempio greco dovrebbe aver insegnato qualcosa: si è cercato di ridurre il debito tramite il rigore di bilancio, ma l’economia è crollata del 25% e ora il debito rispetto al Pil è più alto di prima. È stato letale e fatico a credere che nessuno ne abbia tratto una lezione ».

Un’alleanza fra Renzi e il neopremier di Parigi Manuel Valls può spostare gli equilibri europei e correggere la linea della Germania?«Francia e Italia potranno portare una sfida alle scelte perseguite dalla Germania, questo sì. Ma non mi aspetto un cambiamento: il governo tedesco è profondamente trincerato sulle sue posizioni ».

Non trova che invece si vedano segnali di ripresa, più forti in America ma visibili anche nei Paesi europei in crisi? «Negli Stati Uniti non sono affatto certo che la crisi sia superata: il reddito medio per abitante è ai livelli di 25 anni fa. Dal 2009 al 2012 il 95% dell’aumento del reddito è andato all’1% della popolazione. Il restante 99% non ha sentito che la crisi sia finita. E il numero di occupati nel settore privato è tornato ai livelli del 2008 solo il mese scorso, mentre intanto la popolazione è aumentata. Dunque in proporzione l’occupazione è scesa ».

E in Europa del Sud quanto lontana trova che sia la ripresa? «In Europa è peggio che in America, trovo difficile capire quest’aria di celebrazione che si respira. Grecia, Spagna o Portogallo hanno subito una caduta del reddito per abitante peggiore che in America durante la grande depressione degli anni ‘30. Sono situazioni tali che bisognerebbe cercare nuove soluzioni, un nuove pensiero economico. Per questo trovo scioccante che l’Europa non abbia fatto altro che cercare di replicare vecchie ricette, in particolare la Germania ».

I Paesi del Sud vivono una crisi da eccesso di debito, pubblico e privato. Davvero crede che se ne esca aumentando ancora il debito?«Già prima di questa crisi, c’erano prove schiaccianti che l’austerità non funziona per rispondere a situazioni di questo tipo. Ma la Germania non ha ascoltato e non ascolta».

La Germania chiede ai Paesi in recessione di diventare più competitivi: cosa ci trova di così sbagliato? «Sicuramente alcune riforme interne alle economie colpite dalla recessione contribuirebbero a renderle più efficienti. Ma il problema dell’Europa non è questo. È la struttura stessa dell’euro, privo com’è di una unione bancaria e di risorse di bilancio messe in comune. Si pensava che per ottenere la crescita bastasse tenere un livello basso di inflazione e per una convergenza fra le diverse economie fosse sufficiente rispettare le regole sul deficit e sul debito pubblico. Non è andata così. L’Irlanda e la Spagna hanno rispettato le regole ma per loro non c’è stata nessuna convergenza ».

È questo che la rende così negativo sul futuro dell’euro? «Credo che sia un sistema, alla base, fondamentalmente instabile e ciò che è accaduto lo dimostra. Uno poi si immaginerebbe che una crisi così induca un ripensamento, soprattutto in Germania, ma non è stato così».

Però gli spread sono scesi moltissimo. Come lo spiega? «È stato il miracolo di Mario Draghi. È riuscito a farsi credere dai mercati quando ha detto che la Banca centrale europea è pronta a fare “whatever it takes”, qualunque cosa, per salvare l’euro. Però c’è ancora molta fragilità, l’umore del mercato può sempre cambiare. E a quel punto bisogna sperare che non mettano alla prova l’impegno di Draghi a fare “qualunque cosa”, perché non è chiaro se potrà fare abbastanza».

Ora ha iniziato a parlare di creare moneta per comprare titoli sul mercato, come la Federal Reserve. «In quel caso, resta da vedere quanto. Perché abbia effetto, dev’essere davvero tanto».

 

I nuovi poveri orfani del welfare

 

Gli invisibili d'Europa ritratto dei nuovi poveri orfani del welfare

CHI non lavora non mangia. Ma non è detto che chi lavora abbia di che sfamarsi. La categoria dei "lavoratori poveri", un ossimoro fino agli ultimi anni del Novecento, è solo uno dei sottinsiemi della povertà che Chiara Saraceno indaga ne Il lavoro non basta. La povertà negli anni della crisi .

Un affresco sulla miseria nell'Europa dell'euro, sul nostro abituarci all'aumento dei poveri nelle città, una specie di aggiornamento con dati e cifre di oggi dell'immagine dei Mangiatori di patate di Van Gogh, dipinto a fine Ottocento.

«Ho voluto rappresentare questa povera gente che mangia con le mani nel piatto e ha zappato la stessa terra dove quelle patate sono cresciute», raccontava il pittore olandese per illustrare il significato sociale della sua opera.

Quanti sono oggi gli europei che, come i contadini di Van Gogh, non riescono a vivere del proprio lavoro? Chiara Saraceno indaga e propone un viaggio nelle povertà del Vecchio continente. Racconta l'aumento, con la crisi, dei lavoratori poveri che non raggiungono, con il loro reddito, la soglia della povertà. Erano l'8,5 per cento nel 2008, prima che arrivasse l'onda lunga della crisi americana, sono diventati il 9,3 per cento nel 2010. Questo significa che quasi un occupato europeo su dieci non vive decentemente con i proventi del suo lavoro. La fine dell'equivalenza tra occupazione e benessere, una bestemmia nell'Italia del boom economico, è solo una delle conseguenze della crisi. Il danno maggiore, si capisce bene leggendo le ricerche citate dal libro, è quello legato al taglio drastico dei trasferimenti per il sostegno sociale delle fasce deboli.

Un sistema che in tutta Europa ha funzionato negli anni da vero airbag sociale e che ora sta venendo meno. Così come, contemporaneamente, stanno riducendosi le tutele legate alla famiglia tradizionale: l'aumento delle famiglie monoreddito e quello, contemporaneo, del numero dei single ha finito per far venire meno sia i sussidi pubblici, falcidiati dalla crisi del welfare, sia quelli privati. Di questa nuova indigenza fanno le spese i giovani, le donne e i minori.

Gli under 18 che sono a rischio povertà sono 27 milioni in Europa e sono aumentati di un milione nel periodo 2008 2012. Cifre impressionanti, macerie di quello che un tempo era stato il welfare europeo e che ora, superata, si spera, la fase più acuta della crisi, sarà molto difficile provare a ricostruire. Sempre che si voglia farlo. In alternativa si finirà per omologare il sistema sociale europeo a quello anglosassone.

IL LIBRO Il lavoro non basta di Chiara Saraceno ( Feltrinelli pagg. 144 euro 15)

18 febbraio 2015

Ancora sulla Grecia o meglio sull'Europa

 

Nella questione della Grecia penso che sia opportuno partire dai dati che conosciamo e che sono pubblicati nei tre post del blog:

• I dati del debito pubblico Italiano

• Le catene del debito pubblico italiano

• Il vero pericolo per l’Europa è l’ipocrisia di Junker e della Merkel – Piketty

A cui possiamo aggiungere la dichiarazione del ministro dell’economia Varoufakis che chiede tempo, non denaro e afferma che la Grecia potrà ripagare il suo prestito quando la sua economia riprenderà a funzionare . Il nocciolo della questione è questo. Finora tutte e misure dell’Europa impostate alla cosi detta “austerità” non hanno fatto che aggravare le situazioni dei vari paesi in termine di reddito, produzione della ricchezza (PIL), occupazione e debito pubblico tagliando sui servizi sociali (lavoro, pensioni, sanità, scuola), colpendo le condizioni economiche dei lavoratori e prosciugando la cosi detta classe media (come se la causa della crisi fossero loro e non le operazioni e speculazioni di banche e soggetti finanziari ad esse collegate).

Su questo si innesta le dichiarazioni del ministro greco dell’economia Varouakis

Nel 2010 lo stato greco é andato in bancarotta e l’Europa ha risposto concedendo alla Grecia il più grosso prestito di tutta la storia, ma anche un bambino di 8 anni poteva capire che la storia non andava a finire bene. Se sei in bancarotta vuol dire che non sei in grado di pagare i prestiti che ti sono stati concessi ; non può funzionare. Questo è il motivo per cui la Grecia si trova in uno stato peggiore al 2010 .Il problema non è che l’Europa non abbia dato alla Grecia denaro a sufficienza, il problema è che ne ha dato troppo.Quel che è; meno del 9% di tutti questi soldi è andato alla Grecia; tutto il resto è andato ad alimentare la finzione che stessimo ripagando il debito che non eravamo in grado di ripagare, stavamo pagando i debitori.

Come sappiamo quando il debito supera un certo limite scatta la tagliola degli interessi composti e l’esperienza italiana insegna che nonostante l'avanzo pubblico non si riesce più a rientrare dal debito stesso che continua ad aumentare. Sommando gli interessi pagati negli anni successivi il debito italiano è già stato ripagato. (ndr.)

Si pone una domanda cruciale: quale Europa Vogliamo?

Che dia una prospettiva di crescita equilibrata, di occupazione e lavoro, di reddito, di ricchezza di debito pubblico, di stato sociale per i cittadini – lavoro, pensioni, casa, scuola, sanità - di futuro per le nuove generazioni o l’Europa che fa gli interessi di pochi . E non lamentiamoci che in Grecia ci sia un movimento e un partito di sinistra che con le elezioni pone il benessere comune e della società come priorità e che vuole trattare con l’Europa e non contro di essa. Se in Francia vincerà la Le Pen cosa farà l’Europa? E’ meglio intervenire prima che i buoi scappino dalla stalla(ndr,)

Repubblica.it Blog

La frase che svela le ipocrisie

Accade a volte che una frase quasi casuale finisca di squarciare il velo di ipocrisia e mistificazioni che la cattiva politica usa per coprire i suo veri obiettivi. Ed è appunto questa la sensazione che si prova leggendo quanto riferisce il ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, riguardo alla trattativa che sta conducendo con Commissione europea, Bce e Fmi sulle modifiche che il governo di Alexis Tsipras vuole ottenere al programma imposto dalla Troika come condizione per l’erogazione degli aiuti.

L’agenzia Reuters sintetizza un’intervista di Varoufakis al quotidiano greco Kathimerini sullo stato del negoziato. Il ministro si dice ottimista, convinto che, magari all’ultimo minuto, un accordo sarà raggiunto, visto che “su molti punti le due parti hanno raggiunto un accordo”. E poi aggiunge, peraltro senza particolare enfasi, che rimangono due sticking points, punti critici: le privatizzazioni e la regolamentazione del lavoro.

E’ appunto quella la frase-chiave. Abbiamo ripetuto più volte che la crisi è funzionale a far affermare definitivamente una ideologia, quella nota come neo-liberismo, nonostante che abbia dato le più evidenti prove di essere uno strumento di instabilità dell’economia, di esasperazione delle disuguaglianze, di produrre enormi vantaggi per una fascia ristretta di persone mentre peggiora la situazione della grande maggioranza. Si fa poco o nulla per superare la crisi in modo da mantenere alta la pressione ad introdurre le cosiddette “riforme strutturali”, che altro non sono se non il modo di trasformare definitivamente la società in un certo senso.

Quella frase è “la prova del nove”. Chi lo dice che per far funzionare uno Stato bisogna privatizzare tutto il privatizzabile? Chi lo dice che per far funzionare l’economia si debba fare strame delle condizioni dei lavoratori? Lo dice una certa ideologia che ha la visione di un tipo di società. Nemmeno nei trattati europei ci sono queste cose: fin dall’inizio si decise di vietare gli aiuti di Stato alle imprese, in quanto distorsivi delle concorrenza, ma si mantenne la neutralità rispetto alla proprietà pubblica o privata. E la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea afferma (art. 31) che “Ogni lavoratore ha diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose”: a quanto pare questa parte dei patti costitutivi è stata dimenticata.

Ebbene, quella frase vuol dire che la classe dirigente di Bruxelles (e di Berlino) usa le impossibili e deleterie regole sui conti pubblici come arma di ricatto. Non è il consolidamento dei conti che a loro preme di più, anche loro sanno bene che non è quello il punto fondamentale. Quello che vogliono è che l’Europa si adegui definitivamente ai canoni neo-liberisti, sul resto si può trattare.

Questa società squilibrata che passa da una crisi all’altra non è uno spiacevole “effetto collaterale”, è proprio quella che vogliono, perché queste situazioni non danneggia lo strato superiore della società, anzi lo favoriscono. Gli elettori greci lo hanno capito per primi. Solo se altri elettori negli altri paesi dimostreranno con il voto di averlo capito anche loro questa situazione potrà cambiare.

 29 giugno 2014

Proposta per l'Europa

 

Articolo di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini – La Repubblica

Sul debito pubblico e il ruolo della finanza si consigliano due libri:

Francesco Gesualdi: “Le catene del debito pubblico” serie Bianca – Ed. Feltrinelli € 14

Andra Baranes; “Dobbiamo restituire fiducia ai merati”- Falso- ED Laterza € 9

Bruxelles si trova di fronte a un bivio: o diventa uno stato veramente federale o le forze antieuropeiste sono destinate a crescere Le elezioni europee hanno certificato il fallimento dell’austerità che ha fatto aumentare i disoccupati e ha prodotto nuovi poveri alimentando rabbia e disperazione nella maggior parte dei Paesi dell’Euro. I Partiti Socialisti europei non hanno sfondato poiché si sono appiattiti sulla politica del rigore promossa dal Partito Popolare, che ha subito un netto ridimensionamento. E così sono cresciute, anche se molto al di sotto delle clamorose previsioni, le forze nazionaliste e le forze favorevoli a un’altra Europa federale e solidale.

  1. gruppi fortemente critici dell’Europa dell’austerità a guida tedesca hanno ottenuto quasi il 20 percento dei seggi, contro il 9 percento del 2009, e, sebbene non riusciranno mai a costruire un fronte unico, hanno, però, la possibilità di sabotare le politiche economiche del blocco di maggioranza costituito da popolari e socialisti. Questi due grandi partiti ora dovranno governare insieme come accade in Germania, e bisognerà vedere se i rapporti di forza cambieranno e se il Partito Popolare Europeo sarà costretto a promuovere nuove politiche economiche per lo sviluppo e l’occupazione. Il crollo del Partito Socialista francese è impressionante, ma non è affatto sorprendente: la Francia si trova da anni in una crisi da cui non accenna a riprendersi. Hollande ha tradito tutte le promesse che aveva fatto nella campagna elettorale del 2012 e cioè la riforma della Banca Centrale Europea sul modello della Federal Reserve americana e il lancio degli Eurobond. All’epoca Hollande aveva dichiarato: «È inverosimile – che la Bce inondi il mercato di liquidità, con le banche che si finanziano all’1 percento e poi prestano agli Stati al 6 percento. A un certo punto simili posizioni di rendita non sono più accettabili. Sarebbe più giudizioso, più efficace, più rapido che la Bce diventi prestatore di prima e ultima istanza. Com’è peraltro il caso negli Stati Uniti e in Gran Bretagna». E ancora, Hollande era a favore della mutualizzazione del debito pubblico mediante obbligazioni europee considerate come l’unico modo per sostenere i Paesi in difficoltà e per far tornare la fiducia degli investitori internazionali negli Stati più a rischio. Nulla di tutto questo si è realizzato, ma, fatto ancora più grave, non c’è stato neppure l’impegno a sostenere una battaglia su questi fronti. Ora l’Europa si trova di fronte ad un bivio: o diventa uno Stato realmente federale e adotta politiche espansive con l’obiettivo di una piena occupazione equamente retribuita oppure le forze antieuropeiste sono destinate a crescere mettendo a rischio la sopravvivenza della moneta unica.

L'Europa é un deserto dove comanda il potere dei privati

 

“La tragedia greca e la sovranità spodestata. L’Europa è un deserto dove comanda il potere dei creditori”

Gustavo Zagrebelsky – La Repubblica

L’Europa è un deserto dove comanda il potere dei creditori. SI PARLA di fallimento dello Stato come di cosa ovvia.

Oggi, è “quasi” toccato ai Greci, domani chissà. È un concetto sconvolgente, che contraddice le categorie del diritto pubblico formatesi intorno all’idea dello Stato. Esso poteva contrarre debiti che doveva onorare. Ma poteva farlo secondo la sostenibilità dei suoi conti. Non era un contraente come tutti gli altri. Incorreva, sì, in crisi finanziarie che lo mettevano in difficoltà. Ma aveva, per definizione, il diritto all’ultima parola. Poteva, ad esempio, aumentare il prelievo fiscale, ridurre o “consolidare” il debito, oppure stampare carta moneta: la zecca era organo vitale dello Stato, tanto quanto l’esercito. Come tutte le costruzioni umane, anche questa poteva disintegrarsi e venire alla fine. Era il “dio in terra”, ma pur sempre un “dio mortale”, secondo l’espressione di Thomas Hobbes. Tuttavia, le ragioni della sua morte erano tutte di diritto pubblico: lotte intestine, o sconfitte in guerra. Non erano ragioni di diritto commerciale, cioè di diritto privato.

Se oggi diciamo che lo Stato può fallire, è perché il suo attributo fondamentale — la sovranità — è venuto a mancare. Di fronte a lui si erge un potere che non solo lo può condizionare, ma lo può spodestare. Lo Stato china la testa di fronte a una nuova sovranità, la sovranità dei creditori.

ESATTAMENTE come è per le società commerciali. I creditori esigono il pagamento dei loro crediti e, se il debitore è insolvente, possono aggredire lui e quello che resta del suo patrimonio e spartirselo tra loro.

Nell’Antichità, i debitori insolventi potevano essere messi sul lastrico e perfino ridotti in schiavitù dai creditori insoddisfatti. Lo Stato, quando fallisce, si trova in condizione analoga. Tanto più aumenta la sua “esposizione”, tanto meno è in condizione di resistere alle richieste espropriative dei creditori, anche le più pesanti e inimmaginabili. Abbiamo sorriso di Totò che vendeva ai turisti la Fontana di Trevi. La realtà supera la fantasia, se è vero che, tra le possibili garanzie dello Stato debitore, i creditori considerano imprese pubbliche, isole, porti, ferrovie, monumenti, ecc. Quanto sarà valutato il Partenone e, forse, per l’appunto la Fontana di Trevi?

Le armi dei creditori sono la promessa di salvezza e la minaccia di rovina, la carota e il bastone. Lo scenario immediato è la fine della “liquidità” degli istituti di credito, il panico tra i risparmiatori, l’impossibilità per lo Stato di pagare debiti, stipendi, pensioni, la disperazione dilagante; a media scadenza, chiusure e fallimenti d’imprese, disoccupazione, miseria. Chi potrebbe resistere alla forza intimidatrice di una simile catastrofe annunciata e alla forza seduttiva di qualunque prospettiva salvifica, fosse anche accompagnata da condizioni iugulatorie?

È quanto è toccato alla Grecia, con somma drammaticità ed evidenza. Il premier ha chiesto al Parlamento il voto a favore di un insieme di provvedimenti impostigli, ch’egli stesso dichiarava essere contrari al programma politico col quale si era presentato alle elezioni, vincendole. Non s’era mai vista così chiara, in Europa, una tale contraddizione. Egli era lì in base alla forza conferitagli dal suo popolo, confermata in referendum, e doveva smentire se stesso e riconoscere l’esistenza d’un’altra forza, alla quale non poteva resistere. L’imposizione, che lo Spiegel ha definito “catalogo delle atrocità”, comprende cose come le proprietà pubbliche, le misure di alleggerimento del malessere sociale, l’abolizione della contrattazione collettiva, il licenziamento di gruppo, le ipoteche su beni dello Stato, le aliquote Iva, le pensioni, perfino il codice di procedura civile (per rendere più efficace la liquidazione dei beni dei debitori insolventi).

S’è detto, con una certa superficialità: niente di sconvolgente. La Grecia, come tutti i Paesi dell’Unione Europea, ha da tempo accettato limiti alla sua sovranità a favore dell’Europa. La prova cui è sottoposta la Grecia sarebbe perciò una vittoria dell’Europa.

Basta dirle, cose come queste, per comprenderne l’assurdità. E non perché alcuni Stati abbiano fatto la parte del leone (la Germania, gli Stati baltici, ecc.) e altri della pecora, ma per una ragione più profonda: di fronte alla Grecia non c’era l’Europa, ma la finanza che si fa beffe di formalità e competenze codificate. Chi, in Europa, ha preso decisioni non ha agito “in quanto Europa”, ma in quanto rappresentante di interessi finanziari. Al capezzale della Grecia erano in tanti: Banca centrale europea (istituzione indipendente con compiti di equilibrio finanziario della “zona euro”), Fondo monetario internazionale (che si occupa del salvataggio di Stati a rischio in tutto il mondo) e anche — anche — organi vari dell’Europa (Eurogruppo, Eurosummit, il Consiglio europeo). Singoli capi degli esecutivi dei Paesi economicamente più “pesanti”, a tu per tu tra loro (Germania e Francia) hanno svolto la parte decisiva, senza alcun “mandato europeo”. Le “sanzioni” alla fine deliberate non trovano alcun fondamento nei Trattati. La “troika”, che ora ritorna in Grecia come commissaria ad acta, non è organo dell’Europa, è organo de facto degli interessi finanziari che s’intrecciano tra Commissione europea, Bce e Fmi. L’Europa come tale è stata totalmente assente. La condizione della Grecia non è quella di chi si è vista limitare la sovranità perché l’ha ceduta: è quella di chi ha subito il colpo d’un sovrano di tutt’altra specie — che qualcuno ha definito “colonialista finanziario” — con tante teste.

Pecunia regina mundi. L’erosione della sovranità statale a opera della finanza sembra dare ragione a questa tragica massima. Perché tragica? Innanzitutto, perché la finanza, come lo spirito, soffia dove vuole, irresponsabile di fronte alle comunità umane su cui scarica la sua forza, investendo o disinvestendo risorse, senz’altra guida se non l’accrescimento della sua potenza. Agli Stati indebitati e insolventi si può rimproverare il loro spirito di cicale. Ma il potere finanziario, nel suo insieme, vive di indebitamenti e accreditamenti ed è perciò amico delle cicale. Senza cicale e solo con formiche non potrebbe esistere. Onde, è vuoto moralismo il rimprovero d’essersi indebitati, quando proprio i creditori sono interessati al loro indebitamento. In secondo luogo, l’erosione della sovranità è la resa alla legge dei più forti. La sorte dei popoli finisce per essere la risultante dello scontro di forze che hanno, come obiettivo, la propria autoaffermazione. L’arma è la potenza finanziaria. Chi è più ricco è destinato a diventare sempre più ricco e gli altri sempre più poveri. La concentrazione progressiva della ricchezza nelle mani di pochi è sotto gli occhi di tutti. L’idea di un qualche “ordine mondiale” anche solo vagamente orientato alla giustizia è fuori di questo mondo.

E l’Europa? Non è stata pensata dai padri fondatori anche in funzione di un sistema di relazioni internazionali che promuova la pace e la giustizia tra le nazioni, come dice l’art. 11 della nostra Costituzione? Proprio la vicenda greca ha dato voce, ancora una volta, a chi invoca il passo verso la formazione di una vera unità europea, capace di valori politici solidali. Ma, si tratta di vox clamantis in deserto, anzi in un deserto che più arido di così, oggi, non potrebbe essere. Bisognerà forse attendere una crisi ancora più profonda e sconvolgente, perché si tocchi il fondo e, dal fondo, si riesca a intravedere nell’Europa politica un progetto all’ordine del giorno urgente e cogente.

 

21 aprile 2015

Quello che l'Europa non ha capito

 

Paul Krugman : La Repubblica

L'AMERICA deve ancora conseguire una piena ripresa dagli effetti della crisi del 2008. Tuttavia, abbiamo recuperato buona parte del terreno perduto, anche se non tutto. Altrettanto non si può affermare, invece, della zona euro, nella quale il Pil reale pro capite è ancora oggi inferiore a quello del 2007, ed è inferiore del 10 per cento rispetto a dove si supponeva dovesse trovarsi. Una prestazione peggiore di quella che l'Europa ebbe negli anni Trenta.

Perché l'Europa si è comportata così? Ho ascoltato discorsi e letto articoli nei quali si ipotizza che il problema stia nell'inadeguatezza dei nostri modelli economici — nel fatto che dovremmo riformulare la teoria macroeconomica che durante la crisi non è riuscita a offrire una guida politica. Ma è proprio così? No. È vero: pochi economisti avevano annunciato la crisi. Tuttavia, il piccolo segreto dell'economia è che da allora i modelli di base spiegati nei libri di testo hanno funzionato bene.

Il guaio è che i dirigenti politici europei hanno deciso di respingere quei modelli di base a favore di approcci alternativi più innovativi, più entusiasmanti e del tutto errati. Sto rianalizzando i dibattiti di politica economica e ciò che mi colpisce in modo evidente dal 2010 in poi è la divergenza di pensiero tra Stati Uniti ed Europa. In America, la Casa Bianca e la Federal Reserve sono rimaste fedeli all'economia keynesiana tradizionale.

L'Amministrazione Obama ha sprecato tempo e fatica per perseguire una "grande intesa" sul bilancio, pur continuando però a credere nella tesi sostenuta nei libri di testo, ossia che in un'economia depressa la spesa in deficit di fatto è una cosa positiva. La Fed ha ignorato gli ammonimenti secondo i quali stava "svalutando il dollaro", ed è rimasta aderente all'opinione secondo la quale le politiche di basso tasso di interesse non avrebbero provocato inflazione, almeno fino a quando la disoccupazione fosse rimasta alta.

In Europa, al contrario, la leadership politica si è dimostrata disposta, quasi con impazienza, a gettare i libri di economia dalla finestra per prediligere nuovi criteri. La Commissione Europea, a Bruxelles, ha accolto con entusiasmo le presunte prove sull'utilità della "austerità espansiva", respingendo le argomentazioni tradizionali a favore della spesa pubblica in deficit, e ha preferito sposare la tesi secondo cui tagliare le spese in un'economica depressa porterebbe alla creazione di posti di lavoro perché alimenterebbe la fiducia. La Bce ha preso a cuore i moniti sul rischio di inflazione e nel 2011 ha alzato i tassi di interesse, anche se la disoccupazione era alta. Ma mentre i politici europei possono aver immaginato di dare prova di apertura nei confronti di nuove idee economiche, gli economisti ai quali hanno dato retta dicevano loro proprio ciò che volevano sentirsi dire.

Cercavano giustificazioni per le rigide politiche che erano decisi a imporre alle nazioni debitrici; e così hanno trattato come celebrità economisti quali Alberto Alesina, Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff che parevano offrire proprio quella giustificazione. Invece, come si è scoperto, quella ricerca nuova ed entusiasmante presentava grosse pecche. E così, mentre le nuove idee si sono rivelate un fallimento, la teoria economica dei vecchi tempi si è dimostrata più forte. Furono derise le previsioni di economisti keynesiani, me incluso, secondo i quali i tassi di interesse sarebbero rimasti bassi nonostante i deficit di bilancio, l'inflazione sarebbe stata frenata nonostante gli acquisti di bond da parte della Fed e i tagli alla spesa pubblica — lungi dall'innescare espansione alimentata da fiducia — avrebbero provocato un'ulteriore crollo della spesa dei privati. Queste previsioni, al contrario, si sono avverate.

È un errore sostenere, come fanno molti, che quella politica è fallita perché la teoria economica non ha fornito le linee guida di cui avevano bisogno i policy maker . In realtà, la teoria ha costituito una guida eccellente, se solo i policy maker fossero stati disposti ad ascoltare. Purtroppo, non l'hanno fatto. E continuano a non farlo.

Se volete deprimervi sul futuro dell'Europa, leggete l'intervento di Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco, mercoledì sul New York Times. Troverete un ripudio di ciò che sappiamo di macroeconomia, delle intuizioni che l'esperienza europea degli ultimi cinque anni avvalora. Nel mondo di Schäuble l'austerità conduce alla fiducia, la fiducia genera crescita e, nel caso in cui per il vostro Paese ciò non funzionasse, significa solo che lo state facendo nel modo sbagliato. Torniamo alle nuove idee e al loro ruolo in politica: è difficile argomentare a sfavore delle nuove idee. Negli ultimi anni, tuttavia, lungi dal fornire una soluzione, le idee economiche innovative spesso sono state parte del problema. Se avessimo continuato ad aderire alla macroeconomia dei vecchi tempi staremmo di gran lunga meglio.

Traduzione di Anna Bissanti © 2-015, The New York Times

Per salvare L'Europa

 

Appello degli intellettuali per salvare l'Europa "È tempo di mobilitarsi per fermare i populisti"

Come la Brexit, la vittoria di Donald Trump ancora una volta ci ha colto di sorpresa. Eravamo per lo più convinti che un approccio ragionevole al dibattito politico avrebbe prevalso su un discorso populista.

Le radici della Brexit e della vittoria di Trump sono in gran parte le stesse: aumento delle disuguaglianze, ascensore sociale bloccato, paura della perdita di identità moltiplicata per la paura dell'immigrazione di massa, abbandono della questione sociale, sistema educativo e culturale carente, diffidenza verso élite ossessionate per i propri interessi personali e verso istituzioni pubbliche percepite come costose e inefficaci.

In entrambi i casi, le conseguenze per gli europei e per il mondo sono rilevanti.

Al rischio di disgregazione dell'Unione Europea, causato dalla Brexit, si aggiunge quello di un allontanamento progressivo tra gli Stati Uniti e l'Unione Europea e della fine del mondo costruito nel dopoguerra, basato sul multilateralismo e sulla leadership benevola degli Stati Uniti. Il presidente americano eletto è stato chiaro: gli europei devono occuparsi di più della propria sicurezza, politicamente e finanziariamente. Le sue parole non fanno che accelerare una dinamica in atto sin dalla caduta del Muro di Berlino, 27 anni fa.

Questi eventi non possono che galvanizzare i populisti del Vecchio continente, in vista degli appuntamenti elettorali o degli importanti referendum che si terranno nei prossimi mesi in Austria, Italia, Paesi Bassi, Francia e Germania. Ovunque, i partiti moderati sono minacciati.

È dunque urgente agire.

Se noi europei non impariamo rapidamente la lezione che viene da questi eventi, il crollo dell'Unione e la marginalizzazione dei nostri interessi e dei nostri valori in un mondo in cui presto non rappresenteremo più del 5% della popolazione (e dove nessuno Stato europeo farà più parte del G7) diventeranno sempre più probabili.

Non avremo più i mezzi per essere ascoltati, né per garantire la sicurezza, mentre si moltiplicano le minacce alle nostre frontiere. Sarà sempre più difficile difendere i nostri interessi economici e commerciali - quelli della prima potenza esportatrice mondiale - quando la tentazione protezionista troverà sempre più consenso. La nostra idea di sviluppo sostenibile del pianeta rimarrà lettera morta. Non sarà più possibile finanziare i nostri modelli sociali fondati sulla redistribuzione, né i nostri importanti servizi pubblici.

Nessuno dei nostri Stati ha gli strumenti per trovare, da solo, soluzioni a queste sfide. Ora più che mai, l'unità europea è indispensabile. L'urgenza è quella di trovare il modo di riconciliare i cittadini con il progetto europeo e di inventare l'Europa del futuro, capace di offrire speranza per tutti.L'Europa del futuro deve avere il cittadino nel cuore, e dimostrare che serve in modo efficace gli interessi di tutti i cittadini europei, e non solo delle proprie élite.

È questa convinzione che ci porta al Movimento del 9 maggio, lanciato da cittadini e personalità da ogni provenienza, da ogni settore e da ogni sensibilità del continente, per far sì che l'Europa adotti senza indugio una tabella di marcia ambiziosa, concreta e pragmatica. La sfida è ridurre concretamente le disuguaglianze, stimolare la crescita, dare una risposta forte alla questione delle migrazioni, rafforzare la sicurezza dei cittadini, ambire a un'ulteriore democratizzazione dell'Unione e rimettere istruzione e cultura, fondamento della nostra identità democratica, al centro della Ue. Tra le nostre proposte ce ne sono alcune fortemente simboliche: la creazione di un Erasmus degli studenti medi; una politica di ricerca e sviluppo (R&S)comune nel campo della difesa; un raddoppio immediato del piano Juncker per gli investimenti; la creazione di liste transnazionali per le prossime elezioni europee.

In parte siamo stati ascoltati dalle istituzioni europee, che hanno ripreso alcune delle nostre linee guida e adottato l'idea di una tabella di marcia.

Ma oggi è necessaria più ambizione, è giunto il momento di lanciare una vera politica estera e di difesa europea. È tempo che l'Unione diventi una grande potenza politica,democratica, culturale, sociale, economica e ambientale. Il vertice europeo che si terrà a Roma il 25 marzo prossimo, in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, dovrà rappresentare l'opportunità di un forte rilancio dell'Ue. Dovrà anche essere l'occasione per rafforzare la democrazia in Europa, sviluppando di metodi di democrazia deliberativa che possano permettere in modo efficace ai cittadini di contribuire alla definizione di priorità per il progetto europeo, e inventare i nuovi diritti e le nuove libertà del XXI secolo.

Senza questo nuovo slancio politico rivolto ai nostri cittadini i demoni populisti che ora ci stanno indebolendo, ci porteranno alla sconfitta. La Storia varia nelle sue forme, ma il risultato sarebbe comunque disastroso. E la possibilità che l'Ue non festeggi neppure il suo 70° anniversario è concreta.

Questa riscossa sarà possibile solo se le decine di milioni di cittadini che condividono la nostra ambizione si mobiliteranno per dare un futuro al nostro continente. È per questo che nel prossimo mese di gennaio creeremo una Piattaforma Civica Federale, ed è per questo che abbiamo lanciato in tutta Europa degli accordi civici per diffondere collettivamente la nostra voce. Dopo Parigi, lo scorso 15 ottobre, le prossime tappe saranno a Bratislava, Berlino, Roma e Bruxelles. Invitiamo tutti coloro che vogliono trasformare l'Europa a unirsi a noi.

All'appello aderiscono anche: László Andor; Lionel Baier ; Mercedes Bresso; Elmar Brok; Philippe de Buck; Georges Dassis; Paul Dujardin; Cynthia Fleury; Markus Gabriel; Danuta Huebner; Cristiano Leone; Jo Leinen; Sofi Oksanen; Maria Joao Rodrigues; Petre Roman; Nicolas Schmit; Gesine Schwan; Kirsten van den Hul; René Van Der Linden; Philippe van Parijs; Luca Visentini; Vaira Vike- Freiberga; Cédric Villani; Sasha Waltz; Mars di Bartolomeo

Come si affronta la crisi economica

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Non si può affrontare l'economia se non si é disposti a giocare. Una teoria economica non é una raccolta di massime emesse con solennità da figure autorevoli. Principalmente é un coacervo di esperimenti mentali - o parabole se preferite - il cui scopo é cogliere la logica dei processi economici in modo semplificato.

Pul Krugman da "Economisti èper caso". Ed. Garzanti € 16

FEDERICO FUBINI . La Repubblica

Joseph Stiglitz: il nobel per l'economia critica la UE e la sua politica dell'austerity "Imparate dalla Grecia, non è ancora uscita dal tunnel e il rigore di bilancio ha solo peggiorato la situazione"

TORONTO JOSEPH Stiglitz non compra un’oncia dell’ottimismo che circola in Europa sulla ripresa. Nel giorno in cui la Grecia torna sui mercati dopo quattro anni di esilio e default, il premio Nobel per l’Economia tradisce la sua impazienza: «Il fatto che si celebri l’emissione di un bond sui mercati senza discutere della devastazione che resta nella vita delle persone è semplicemente criminale », dice. Stiglitz ne parla in una pausa della conferenza Cigi- Inet di Toronto, il nuovo “think tank” sostenuto da George Soros, dove nessuno sembra credere che l’Europa del Sud sia vicina a una svolta.

Il governo di Matteo Renzi segnala che il debito salirà quasi al 135% del Pil. Come ridurlo se non con altra austerità? «L’Europa deve capire che deve dare spazio all’Italia perché possa crescere, solo così potrà iniziare a ridurre il debito.Bisogna agire sul denominatore, cioè sulle dimensioni dell’economia che deve sostenere questo debito. Non attraverso l’austerità di bilancio. L’esempio greco dovrebbe aver insegnato qualcosa: si è cercato di ridurre il debito tramite il rigore di bilancio, ma l’economia è crollata del 25% e ora il debito rispetto al Pil è più alto di prima. È stato letale e fatico a credere che nessuno ne abbia tratto una lezione ».

Un’alleanza fra Renzi e il neopremier di Parigi Manuel Valls può spostare gli equilibri europei e correggere la linea della Germania? «Francia e Italia potranno portare una sfida alle scelte perseguite dalla Germania, questo sì. Ma non mi aspetto un cambiamento: il governo tedesco è profondamente trincerato sulle sue posizioni ».

Non trova che invece si vedano segnali di ripresa, più forti in America ma visibili anche nei Paesi europei in crisi? «Negli Stati Uniti non sono affatto certo che la crisi sia superata: il reddito medio per abitante è ai livelli di 25 anni fa. Dal 2009 al 2012 il 95% dell’aumento del reddito è andato all’1% della popolazione. Il restante 99% non ha sentito che la crisi sia finita. E il numero di occupati nel settore privato è tornato ai livelli del 2008 solo il mese scorso, mentre intanto la popolazione è aumentata. Dunque in proporzione l’occupazione è scesa ».

E in Europa del Sud quanto lontana trova che sia la ripresa? «In Europa è peggio che in America, trovo difficile capire quest’aria di celebrazione che si respira. Grecia, Spagna o Portogallo hanno subito una caduta del reddito per abitante peggiore che in America durante la grande depressione degli anni ‘30. Sono situazioni tali che bisognerebbe cercare nuove soluzioni, un nuove pensiero economico. Per questo trovo scioccante che l’Europa non abbia fatto altro che cercare di replicare vecchie ricette, in particolare la Germania ». I Paesi del Sud vivono una crisi da eccesso di debito, pubblico e privato.

Davvero crede che se ne esca aumentando ancora il debito? «Già prima di questa crisi, c’erano prove schiaccianti che l’austerità non funziona per rispondere a situazioni di questo tipo. Ma la Germania non ha ascoltato e non ascolta».

La Germania chiede ai Paesi in recessione di diventare più competitivi: cosa ci trova di così sbagliatovedi articolo precedente di economia. ndr)Sicuramente alcune riforme interne alle economie colpite dalla recessione contribuirebbero a renderle più efficienti. Ma il problema dell’Europa non è questo. È la struttura stessa dell’euro, privo com’è di una unione bancaria e di risorse di bilancio messe in comune. Si pensava che per ottenere la crescita bastasse tenere un livello basso di inflazione e per una convergenza fra le diverse economie fosse sufficiente rispettare le regole sul deficit e sul debito pubblico. Non è andata così. L’Ir-landa e la Spagna hanno rispettato le regole ma per loro non c’è stata nessuna convergenza ».

È questo che la rende così negativo sul futuro dell’euro? «Credo che sia un sistema, alla base, fondamentalmente instabile e ciò che è accaduto lo dimostra. Uno poi si immaginerebbe che una crisi così induca un ripensamento, soprattutto in Germania, ma non è stato così».

Però gli spread sono scesi moltissimo. Come lo spiega? «È stato il miracolo di Mario Draghi. È riuscito a farsi credere dai mercati quando ha detto che la Banca centrale europea è pronta a fare “whatever it takes”, qualunque cosa, per salvare l’euro. Però c’è ancora molta fragilità, l’umore del mercato può sempre cambiare. E a quel punto bisogna sperare che non mettano alla prova l’impegno di Draghi a fare “qualunque cosa”, perché non è chiaro se potrà fare abbastanza».

Ora ha iniziato a parlare di creare moneta per comprare titoli sul mercato, come la Federal Reserve. «In quel caso, resta da vedere quanto. Perché abbia effetto, dev’essere davvero tanto».

Se non ti accontenti di quello che dicono i media sulla crisi e desideri ragionare e capire

Si informa cosa succede in Europa, non per uscire (già adesso cotiamo come il due di briscola - se usciamo possiamo fare il cameriere a qualche nazione economicamente potente) ma per sapere cosa proporre e che politica seguire per la Comuntà Europea (ndr)

Il libro di Luciano Gallino “Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa”. Ed Einaudi € 19. Illustra la situazione di crisi in cui si trova l’Europa. (l'economia liberale ha fallito)

Cap. VI° - Nella UE la crisi bancaria è trasformata in crisi dei bilanci pubblici

- I governanti europei sapevano della crisi bancaria , e l’hanno aggravata con leggi sbagliate

- L’intreccio tra banche e politica. Ancora il caso Germania

- L’immane portata economica e politica dell’intervento dello stato

- Banche italiane, decisioni governative e debito pubblico: alcune precisazioni

- Socializzazione delle perdite e aumento del debito: un pessimo rendiconto

Colpo di stato in Europa.

- Attori e strumenti. Cap VII°

- Documenti di un colpo di stato Lo smantellamento dello stato sociale. Cap. VIII°

- Rigettare le teorie economiche liberali. Cap X° (Il mercato ha sempre ragione)

Per essere informati e saperne di più:

La collana iLibra editori LaterzaGLFLa Repubblica formato cartaceo esce il sabato € 5,90 in edicola, esiste anche il formato e-book a un costo inferiore.

- Rampini Federico: la trappola dell’austerity. Perché l'ideologia del rigore blocca la ripresa

- Luciano Gallino: Vite rinviate.Lo scandalo del lavoro precario

- Stefano Rodotà: Il mondo nella rete. Quali diritti, quali vincoli.

- Maro Revelli: Post-sinistra. Cosa resta della politica in un mondo globalizzato

- Massimo Giannini: L’anno zero del capitalismo.

- Zygmunt Bauman: Il demone della puura

 

Andrea Baranes (un’inchiesta di): Finanza per indignati. Ed. Ponte alle Grazie 2012. €13

- Come si esce dalla crisi (autori vari). Ed. Allegre 2013.€ 15

- Stefano Livadiotti: LADRI. Gli evasori e i politici che li proteggono. I cittadini che evadono sanno chi votare(ndr)

- Alessandro Roncaglia: Economisti che sbagliano (Sottotitolo: le radici culturali della crisi) Ed.Laterza 2010. € 12

- Roberto Petrini: Processo agli economisti (Sottotitolo: a chi abbiamo affidato il nostro benessere. Ecco perché i guru del liberismo hanno fallito). Ed. Chiarelettere 2009 €13,60

- Francesco Gesualdi: Le catene del debito (e come possiamo spezzarle). Ed. Feltrinelli 2013 €14

- Andrea Baranes. Dobbiamo restituire fiducia ai mercati [FALSO]. Ed Laterza 2014 € 9

Ci raccontano cose non vere: cap II° di questo libro: alcune piccole sviste. II° paragrafo

-Le cicale e le formiche

nei paesi virtuosi del nord la produttività cresce di pari passo con il costo del lavoro. Nel sud é tutto diverso:troppi vetusti diritti per lavoratrici e lavoratori, il costo del lavoro cresce più rapidamente della produttività, i paesi perdono competitività e trascinano l'Euro nella depresssione. Il problema di questo ragionamento é in una piccolissima "svista" (Andrw Watt: Is Europe's central bank misleading us ocer who's to blame for eurozone crisis? <<the Guardian, 27 marzo 2013). Nel primo capitolo sono stati citati i dati presentati dalla Bce a marzo 2013 per confermre la necessità di una moderazione salariale e di una maggiore flessibilità nei paesi del sud europa. In quei dati la produttività viene però esprssa in termini reali mentre i salari sono riportti in termini nominali. In altre parole, la prima serie di dati tiene conto dell'inflazione, la seconda no. Come dire che cinquant'anni fa il pane costva una lira al Kg. e gli stipendi erano di 500 lire. Ora gli stipendi sono di 1.000 euro, quindi si può comprare molto più pane. "Dimenticandosi" di segnalare che il pane nel 2013 non costa una lira al Kg

Se si prendono i dati omogenei le cose cambiano. Parecchio. Considerando l'inflazione sia per la produttività e sia per i salari, scopriamo che in molti paesi del sud essi vanno di pari passo, mentre in quelli del nord .- Germania in testa-la forbice si allarga sempre di più, ma a scapito delle retribuzioni dei lavoratori. In termini reali, il costo del lavoro in Germania é sceso del 105 tra il 2004 e il 2008. ( Michel Husson: Economie politique du systéme-eiro. Cdtn luglio 20129) In altre parole, non c'é nessun diritto per i lavoratori da rimettere in discussione, nessun sacrificio da chiedere a chi ha già pagato un caro prezzo per una crisi nella quale non ha nessuna responsabilità. E' nel Nord Europa che alcune nazioni hanno intrapreso una aggressiva politica di svalutazione salariale, improntando i rapporti nell'UE a una competizione sfrenata sulla pelle dei lavoratori, in barba alla stessa idea di unione europea.

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4 luglio 2016

Il capitalismo ha bisogno di regole per tornare al servizio della collettività

 

 

L'economista: "La Brexit non è un voto contro la Ue ma contro l'immigrazione e i mercati che creano diseguaglianze. Il quadro in Europa non è così nero Rispetto a Usa e a Cina abbiamo un modello sociale più soddisfacente"

dalla nostra corrispondente ANAIS GINORI

PARIGI. "Più che un voto contro l'Europa, la Brexit esprime soprattutto un segnale contro l'immigrazione e la globalizzazione". Grazie ai suoi studi sulla storia del debito e delle disuguaglianze, Thomas Piketty inquadra il nuovo terremoto che ha scosso l'Unione europea in un contesto più ampio di disaffezione per l'ideologia della libera circolazione e un sintomo della crisi del capitalismo. "Una tendenza internazionale nella quale però l'Europa ha le sue responsabilità" spiega l'economista francese, autore de "Il Capitale del XXI secolo".

La Brexit rappresenta anche la fine di un ciclo della globalizzazione?

"Si avverte sempre di più la necessità di una regolamentazione del capitalismo. Abbiamo bisogno di istituzioni democratiche forti che possano limitare la crescita delle disuguaglianze, e rovesciare il rapporto di forza. La potenza del Mercato e dell'innovazione economica deve essere messa al servizio dell'interesse generale. E' sbagliato pensare che tutto si risolve in modo naturale. Lo abbiamo visto in passato".

Quando?
"Nel primo ciclo della globalizzazione, tra l'Ottocento e il 1914, quando la fede cieca nell'autoregolazione dei mercati ha provocato disuguaglianze, tensioni sociali, crescita dei nazionalismi, fino alla guerra mondiale. Dopo, c'è stata una fase storica nella quale le élite occidentali hanno avviato riforme sociali, fiscali, mettendo un freno alle disparità.
A partire dagli anni Ottanta, siamo entrati in una nuova fase di deregulation legata a diversi fattori, tra cui le rivoluzioni conservatrici anglosassoni, la caduta dell'Urss".

Non vede nessun segnale di autocritica?
"Purtroppo la crisi del 2008 non ha prodotto alcun cambio sostanziale. Resta la fede nell'autoregolazione dei mercati e nella "sacra" libera concorrenza, nonostante le disuguaglianze provocate. Se non si riuscirà a dare una risposta con politiche progressiste resterà la tentazione di trovare dei capri espiatori: il polacco nel Regno Unito o il messicano negli Stati Uniti. Ci saranno sempre responsabili politici che cavalcheranno questi sentimenti".

Come Donald Trump o Marine Le Pen?
"Molti dei leader populisti e xenofobi appartengono a categorie di privilegiati chespiegano alle classi popolari bianche che i loro nemici non sono i miliardari bianchi, bensì altre classi popolari nere, immigrate, musulmane. E' un modo di distorcere l'attenzione dai problemi del sistema capitalistico".

Cosa fare contro il ritorno dei nazionalismi?
"Il quadro in Europa non è così nero. Rispetto agli Stati Uniti o alla Cina, continuiamo ad avere un modello sociale di sviluppo molto più soddisfacente. Al tempo stesso, l'Europa soffre di una frammentazione politica, con Stati-nazione ancora in competizione gli uni con gli altri. All'interno dell'Ue c'è un dumping sociale, fiscale. L'esempio più evidente è la mancata volontà di unificare l'imposta sulle società. Le classi medie hanno l'impressione che i più privilegiati pagano meno di loro. Queste disuguaglianze alimentano i populismi di destra e la nascita di movimenti come Podemos o Syriza".

Perché ha accettato di lavorare come consigliere di Podemos?

"Pablo Iglesias o Alexis Tsipras non sono perfetti ma sono molto meno pericolosi dei nazionalisti polacchi o ungheresi. Basta vedere gli sforzi che la Grecia fa per accogliere i rifugiati. Nel caso della Spagna ci vorrebbe un atto di coraggio, ovvero una moratoria sul debito pubblico, per invertire tendenza su crescita e disoccupazione. Solo così Psoe e Podemos potrebbero formare un governo. E ci sarebbe un cambio di maggioranza politica nell'Unione. La Francia, l'Italia e la Spagna rappresentano insieme il 50% del Pil rispetto al 27% per la Germania".

Perché ha interrotto la collaborazione con il leader laburista Jeremy Corbyn?
"Non avevo tempo di partecipare alle riunioni. Nessun legame con la campagna sulla Brexit. In sei mesi, non sono mai riuscito ad andare agli incontri del Labour. Nel caso di Podemos, sono stato invece più volte a Madrid. Pablo Iglesias è anche venuto a Parigi".

Ha contatti con partiti italiani? Potrebbe collaborare con il Movimento 5 Stelle?
"No, francamente non credo proprio. Ho invece parlato con alcuni collaboratori di Matteo Renzi, soprattutto per esprimere il mio scetticismo.
Sulla riforma dell'eurozona, speravo che Renzi fosse più ambizioso. Invece si è accontentato di qualche aggiustamento marginale".

Forse perché la Germania è inflessibile su certi punti?
"Se l'Italia, la Francia e la Spagna mettessero sul tavolo una proposta di unione politica e finanziaria con un parlamento dell'eurozona competente sul livello di deficit e sulla ristrutturazione dei debiti sovrani, allora la Germania non potrebbe mettere i bastoni tra le ruote. Invece la Francia non ha fatto niente per l'Europa del Sud, assecondando la Germania per avere gli stessi tassi d'interessi. Mentre Berlino continua ad avere un atteggiamento insopportabile".

A quale atteggiamento si riferisce?
"
Avere l'8% del Pil di eccedenza nella bilancia commerciale non serve a niente. La Germania deve investire nel paese e aumentare i salari. Già durante la prima fase globalizzazione la Francia e il Regno Unito avevano accumulato per decenni eccedenze commerciali. Un'aberrazione. L'unico motivo, più o meno esplicito, è una volontà di dominazione su altri paesi. E' una patologia della globalizzazione che purtroppo si ripete adesso"

 

 

Di la tua

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15 aprile 2015

L'inutile compromesso

http://www.salute.gov.it/portale/temi/img/img_cureProgrammate_UE.jpg

MARIANA MAZZUCATO – La Repubblica

Il braccio di ferro tra Atene e i creditori internazionali sembra avviarsi verso l'ennesimo compromesso e già riecheggia il coro dei falsi ottimisti: meglio un compromesso di un default. E invece proprio questo è il momento di dirlo chiaro e forte: si profila un accordo che rischia di non risolvere nulla. Non solo i problemi della Grecia, che sono enormi. Occorre ben altro per affrontare la vera questione: la mancanza di un piano di crescita e investimenti. In Grecia, certo, ma anche in Spagna e, naturalmente, in Italia. Com'è possibile che l'Europa continui a far finta di non capirlo?

Ogni compromesso ci costringerà a intervenire con un nuovo piano di salvataggio ogni sei mesi: rimandando di volta in volta il problema. Mentre una soluzione di lungo periodo può arrivare solo se cambia la diagnosi. La Grecia non cresce per l'inefficenza del settore pubblico e l'assenza di investimenti. La Grecia non cresce perché non ha dedicato abbastanza risorse a produttività e capitale umano. È la crescita che bisogna rilanciare. Che cosa ce ne facciamo di un altro compromesso?

Adesso, anche ad Atene, perfino tra gli entuasiasti sostenitori di Tsipras della prima ora, c'è chi punta il dito contro lo stesso partito che aveva promesso la svolta. E allora varrebbe forse la pena distinguere. Sì, la gestione della crisi da parte della Troika è stata imbarazzante: ha spinto prima il Paese verso il baratro e poi tra le braccia di Syriza. Ma va pure detto che l'attuale governo greco si è chiuso troppo sulla difensiva. A parte affrontare il problema, gravissimo, della corruzione, non ha messo per esempio in cantiere una riforma del settore pubblico, dove ci sono enormi problemi di nepotismo. Va bene rifiutare altri tagli: ma bisognerebbe avere il coraggio di cambiare, per esempio, i meccanismi delle assunzioni, reimpostandoli secondo criteri di esperienza e capacità. Oppure muoversi nella direzione ventilata dal ministro delle finanze Yanis Varoufakis: istituendo una Investment Bank nazionale (altro che Cassa Depositi e Prestiti!) capace di favorire la spesa, replicando a livello locale la missione della Banca europea degli investimenti - non si vive di solo Quantitative Easing...
Naturalmente è inutile fare finta che sia un problema della sola Grecia. Perché dal punto di vista dei fondamentali economici, e in particolare della scarsità di investimenti, Portogallo, Spagna e Italia sono messi altrettanto male. C'è chi replica che la crescita, per quanto timida, in Italia è tornata, gli ultimi dati sulla disoccupazione mostrano un primo calo, la spesa pubblica rallenta. Ma la Grecia, si sa, non è lontana: e non solo geograficamente. Il debito greco, nel 2007, non era molto più alto di quello odierno italiano - e all'improvviso è andato fuori controllo. Oggi l'economia italiana è altrettanto malata: e anche con un deficit piccolo, se il Pil non cresce, il debito puo andare fuori controllo.

"Allacciate le cinture, l'Italia decolla", dice il premier Matteo Renzi, dopo aver sostenuto che i 159mila posti registrati in aprile dall'Istat sono merito del Jobs Act. Ma le riforme messe in atto dal governo non sono tali da poter rilanciare crescita e investimenti. Se il prodotto interno lordo italiano non cresce da vent'anni non è solo colpa del sistema pensionistico, del pubblico impiego o dell'articolo 18. Certo, è importante avere un mercato del lavoro dinamico, e il Jobs Act - quantomeno nello spirito - va in questa direzione. Ma una vera e sostanziale crescita dall'occupazione può venire soltanto dagli investimenti, pubblici e privati, in quei due fattori fondamentali che si chiamano produttività e innovazione. È così che la Danimarca è diventata il primo fornitore di servizi per la green economy in Cina: dove sono i progetti del genere in Italia?

Quella che servirebbe, insomma, è una vera rivoluzione economica, e non a Roma ed Atene soltanto, ma a livello europeo. Una rivoluzione che attraverso un'agenda per la crescita riscopra il senso originario dell'Europa: un gruppo di Paesi solidali e competitivi. Sento parlare adesso di rafforzamento della governance, di Europa a due velocità: di quà quelli dell'euro e di là gli altri. Germania e Francia sono le prime a spingere in questa direzione: e il documento Gabriel-Macron, pubblicato in Italia da questo giornale, sembra quasi un manifesto programmatico. Certo, è importante velocizzare i meccanismi, sburocratizzare l'Europa, riuscire a intervenire - per esempio - con riunioni veloci nei casi di emergenza. Ma in fondo si tratta, ancora una volta, di aspetti di procedura, e dunque marginali.
Il vero punto è un altro: agire alla radice. Soltanto agendo tutti insieme i paese della Ue potranno competere davvero con la Cina e gli Usa. Da soli - alla faccia di tutti i Grexit e Brexit - siamo perduti.

Anche per questo dobbiamo non solo riscoprire il nostro senso di solidarietà, ma anche comprendere che cosa che ci differenzia davvero. Urge una nuova diagnosi della malattia: solo così potremo trovare la medicina giusta. E le differenze sono chiare: tra chi ha ristretto la cinghia, usando la medicina dell'austerità, e chi ha invece investito massicciamente in aree chiave, usando appunto la medicina degli investimenti. L'Europa, per crescere, non ha proprio bisogno - anche qui - dell'ennesimo compromesso.

I debiti vanno sempre pagati?

PER alcuni, la risposta è ovvia: i debiti vanno sempre pagati, non c'è alternativa alla penitenza, soprattutto quando è incisa nel marmo dei trattati europei. Eppure, un rapido colpo d'occhio alla storia del debito pubblico, soggetto appassionante quanto ingiustamente trascurato, mostra che le cose sono molto più complesse di così.

Prima buona notizia: in passato ci sono stati casi di debiti pubblici ancora più importanti di quelli che osserviamo ora, e si è sempre riusciti a trovare una soluzione, facendo ricorso a una grande varietà di metodi, che possiamo suddividere così: da una parte il metodo lento, che punta ad accumulare pazientemente surplus di bilancio per rimborsare poco a poco prima gli interessi e poi il capitale del debito in questione; dall'altra parte una serie di metodi che puntano ad accelerare il processo: inflazione, imposte eccezionali, puri e semplici annullamenti del debito.

Un caso particolarmente interessante è quello della Germania e della Francia, che nel 1945 si ritrovavano con un debito pubblico di dimensioni pari a due anni di prodotto interno lordo (il 200 per cento del Pil), un livello ancora più elevato del debito pubblico che affligge oggi la Grecia o l'Italia. All'inizio degli anni ‘50, questo debito era ridisceso a meno del 30 per cento del Pil. È evidente che una riduzione così rapida non sarebbe mai stata possibile solo attraverso un lento accumulo di surplus di bilancio. Al contrario: i due Paesi utilizzarono tutta la vasta casistica dei metodi rapidi. L'inflazione, molto alta su entrambe le sponde del Reno fra il 1945 e il 1950, fu l'elemento centrale.

Alla Liberazione, la Francia introdusse anche un'imposta eccezionale sui capitali privati, che arrivava al 25 per cento sui patrimoni più alti e addirittura al 100 per cento per gli arricchimenti più significativi avvenuti tra il 1940 e il 1945. I due Paesi ricorsero anche a forme diverse di "ristrutturazioni del debito", definizione tecnica utilizzata dagli esperti di finanza per indicare l'annullamento puro e semplice, totale o parziale, del debito (si parla anche, più prosaicamente, di haircut, sforbiciata): per esempio in occasione dei famosi accordi di Londra del 1953, dove fu annullato il grosso del debito estero tedesco. Furono questi metodi rapidi di riduzione del debito — e in particolare l'inflazione — che permisero alla Francia e alla Germania di lanciarsi nella ricostruzione e nella crescita del dopoguerra senza questo fardello. È grazie a ciò se i due Paesi negli anni ‘50 e ‘60 furono in grado di investire nelle infrastrutture, nell'istruzione e nello sviluppo economico. E sono proprio questi due Paesi che adesso spiegano al Sud dell'Europa che il debito pubblico va rimborsato fino all'ultimo euro, senza inflazione e senza misure eccezionali.

Attualmente la Grecia avrebbe un lieve avanzo primario: in altre parole, i greci pagano di tasse leggermente più di quello che ricevono sotto forma di spesa pubblica. Secondo gli accordi europei del 2012, la Grecia dovrebbe mantenere per decenni un avanzo colossale del 4 per cento del Pil per rimborsare i suoi debiti. Si tratta di una strategia assurda, che la Francia e la Germania, per nostra grande fortuna, non hanno mai applicato a loro stesse.

In questa incredibile amnesia storica, la Germania porta chiaramente una pesante responsabilità. Ma simili decisioni non avrebbero mai potuto essere adottate se la Francia si fosse opposta. I governi francesi che si sono succeduti, di destra e poi di sinistra, si sono dimostrati incapaci di valutare adeguatamente la situazione e proporre un'autentica rifondazione democratica dell'Europa.

Con il loro miope egoismo, la Germania e la Francia maltrattano il Sud dell'Europa, e al tempo stesso si maltrattano da sole. Con un debito pubblico che si avvicina al 100 per cento del Pil, un'inflazione nulla e una crescita fiacca, questi due Paesi impiegheranno anch'essi decenni prima di ritrovare la capacità di agire e investire nel futuro. La cosa più assurda è che i debiti europei del 2015 sono essenzialmente debiti interni, come peraltro quelli del 1945. Certo, la quota di titoli di Stato detenuta da altri Paesi dell'Eurozona ha raggiunto proporzioni senza precedenti: i risparmiatori delle banche francesi detengono una parte del debito tedesco e italiano; le istituzioni finanziarie tedesche e italiane possiedono una bella fetta del debito francese; e via discorrendo. Ma se si guarda alla zona euro in generale, allora possiamo dire che il debito è tutto nelle nostre mani. Non solo: deteniamo più attività finanziarie noi fuori dalla zona euro che il resto del mondo nella zona euro.

Invece di impiegare decenni per rimborsare il nostro debito a noi stessi, spetta a noi, e a noi soltanto, organizzarci in un altro modo. ( Traduzione di Fabio Galimberti)

 

19 novembre 2015

La Banda della deflazione

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L’Europa, che sta andando peggio di quanto sia andata negli anni Trenta, è chiaramente in balia del vortice della deflazione, ed è un bene sapere che la banca centrale lo capisce. La sua epifania, tuttavia, potrebbe essere decisamente tardiva

PAUL KRUGMAN - la Repubblica

CHE cosa fa sì che una potente fazione della nostra classe politica pretenda una stretta monetaria perfino in un’economia depressa e con una bassa inflazione?

Giovedì scorso la Banca centrale europea ha annunciato una serie di nuovi provvedimenti che intende adottare nel tentativo di dare slancio all’economia europea. C’è stata una zaffata di costernazione all’annuncio, il che è rassicurante. L’Europa, che sta andando peggio di quanto sia andata negli anni Trenta, è chiaramente in balia del vortice della deflazione, ed è un bene sapere che la banca centrale lo capisce. La sua epifania, tuttavia, potrebbe essere decisamente tardiva. Non è affatto chiaro, infatti, se i provvedimenti messi ora sul tavolo saranno validi a sufficienza da invertire la spirale verso il basso. Grazie a Bernanke a noi non è successo. Le cose negli Stati Uniti sono tutt’altro che positive, ma ci sembra (quanto meno per adesso) di essere riusciti a stare alla larga dal genere di trappola con la quale è alle prese l’Europa. Perché?

Una possibile risposta è che la Federal Reserve ha iniziato a operare nel modo giusto anni fa, comperando titoli del valore di svariati milioni di milioni di dollari per scongiurare la situazione che oggi deve affrontare la controparte europea. Potreste sostenere, e io lo farei, che la Fed avrebbe dovuto fare anche di più. Le autorità della Fed, tuttavia, hanno fatto fronte a feroci attacchi per tutto il tempo. Grandi esperti, politici e plutocrati li hanno accusati, più e più volte, di “deprezzare” il dollaro e hanno messo in guardia da una gigantesca inflazione, in agguato proprio dietro l’angolo. La prevista impennata nell’inflazione non è mai arrivata, e, pur essendosi sbagliati anno dopo anno, quasi nessuno di questi criticoni ha ammesso di essere nel torto, né ha cambiato ritornello. La domanda alla quale sto cercando di trovare una risposta adesso è “perché?”. Che cosa fa sì che una potente fazione della nostra classe politica — chiamiamola la cricca della deflazione — pretenda una stretta monetaria perfino in un’economia depressa e con una bassa inflazione? Una cosa è chiara: come molto altro di questi tempi, anche la politica monetaria è diventata una questione faziosa. E non è solo il fatto che le voci di un deprezzamento del dollaro arrivano quasi esclusivamente dalla destra dello spettro politico: la paranoia al riguardo dell’inflazione è diventata, in misura considerevole, una questione di correttezza politica conservatrice, al punto che perfino gli economisti, che dovrebbero avere buon senso, si sono uniti al coro. Possiamo quindi mettere a fuoco meglio la domanda e chiederci perché chi è di destra disdegna l’espansione monetaria, perfino quando ce n’è un bisogno disperato.

Una possibile risposta è il potere della verità di comodo — la perfetta definizione data da Stephen Colbert a tutto ciò che non è vero, ma sembra vero a talune persone. “La Fed stampa denaro, stampare denaro porta all’inflazione, e l’inflazione è sempre negativa” è una tripla affermazione infondata, ma a molte persone risulta vera. D’accordo, in politica la tendenza a preferire una verità di comodo a una verità più complicata è associata — e in linea generale è sempre stata associata — al conservatorismo, e questa tendenza è particolarmente forte in un’epoca in cui i politici al governo evincono la propria teoria monetaria dai romanzi di Ayn Rand.

Un’altra possibile risposta è l’interesse di classe. L’inflazione aiuta i debitori e danneggia i creditori, mentre la deflazione fa esattamente il contrario. Oltre a ciò, è plausibile che i benestanti siano creditori più degli operai e dei poveri, e che abbiano soldi in banca e bond nel loro portafogli titoli, invece di mutui e conti della carta di credito scoperti. Ai tempi dell’“età dorata”, l’élite si mobilitò in massa per sconfiggere William Jennings Bryan, che minacciava di eliminare il gold standard, il sistema aureo statunitense. Le spese per la campagna elettorale del 1896 arrivarono a una percentuale del Pil mai raggiunta in un’elezione del presidente degli Stati Uniti, né prima né dopo.

Oggi i più facoltosi si sono mobilitati in modo simile contro le politiche dell’easy- money? Da quanto ne so, non abbiamo prove attendibili dalle quali desumere che ciò sta avvenendo. Indubbiamente, nella folla di chi deprezza il dollaro vi sono molti investitori molto agiati, ma non sappiamo con esattezza quanto siano rappresentativi, e si potrebbe sempre sostenere che ai grandi investitori dovrebbero piacere le politiche espansionistiche della Fed, che sono state assai positive per il mercato azionario. I ricchi, però, potrebbero non fidarsi di questo collegamento, in parte perché gli anni Settanta con l’inflazione danneggiarono enormemente i capitali. Sappiamo inoltre che i ricchissimi sono di gran lunga più propensi della gente comune a considerare i deficit di budget il nostro problema più grande, anche se l’austerità fiscale è probabilmente nociva per gli utili.

Di conseguenza, l’interesse di classe percepito probabilmente è anch’esso una motivazione fondamentale per la cricca della deflazione. Piccola nota a margine: i benestanti europei non sono ricchi o influenti quanto le loro controparti statunitensi, ma gli interessi dei creditori sono nondimeno ancora più elevati di quanto sono qui perché le nazioni creditrici, la Germania in particolare, hanno finito col dettare all’intera Europa la politica da seguire. La cosa importante da capire è che il predominio degli interessi dei creditori su entrambe le sponde dell’Atlantico, sostenuto da dottrine economiche false ma ammalianti in modo viscerale, ha avuto conseguenze tragiche. Le nostre economie sono state trascinate verso il basso dalle sventure dei debitori, costretti a tagliare le spese. Per scongiurare una recessione profonda e prolungata ci occorrono politiche in grado di compensare questo intoppo. Invece, ci ritroviamo l’ossessione per i mali dei deficit di budget e la paranoia al riguardo dell’inflazione. E una recessione che continua, continua…

Traduzione di Anna Bissanti

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