Overblog Tutti i blog Blog migliori Politica
Edit post Segui questo blog Administration + Create my blog
MENU

VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti

Pubblicità

Un anno e un giorno

Grazie alla mail di Chiara

Concita De Gregorio - La Repubblica

La storia di Chiara, 30 anni, è comune a centinaia di donne che lavorano e hanno figli. Si situa in una terra di nessuno tra due leggi dello Stato, un luogo che si può calcolare con precisione: il compimento del primo anno del figlio. C’è una legge a tutela della maternità che non ammette le dimissioni dal lavoro di una donna nel primo anno di vita del figlio, nella sacrosanta tutela di situazioni opache in cui le dimissioni non siano esattamente ‘spontanee’.

Naturalmente ci si può licenziare, se davvero lo si vuole, ma bisogna passare da un ufficio pubblico del lavoro, sostenere un colloquio: insomma deve essere chiaro che non siano dimissioni indotte. C’è un’altra legge, il Jobs act, che in una delle sua articolazioni consente al datore di lavoro di licenziare la dipendente al compimento del primo anno del figlio, dietro il pagamento di quattro mensilità. La voragine in cui precipitano le donne lavoratrici è dunque lì: il primo giorno dopo il primo compleanno del bambino. Ecco la storia di Chiara, che scrive da un paese del Piemonte e ha un figlio di 11 mesi.

“Ho poco più di 30 anni e una laurea, parlo tre lingue e ho dieci anni di esperienza aziendale. Ho scelto con il mio compagno di fare un figlio, nato nel 2016. Essendo Export Manager, ho chiesto temporaneamente un rientro dalla maternità con tempi di trasferta ridotti: il mio contratto prevedeva che fossi in viaggio almeno tre settimane al mese, con un neonato è impossibile. L’azienda mi ha allora proposto un declassamento in una funzione e con uno stipendio da stagista, assai meno della metà del mio compenso abituale: poche centinaia di euro".

"Mi sono rivolta a un avvocato. Risultato: conciliazione e dimissioni nel periodo tutelato di maternità per impossibilità di ricollocarmi in altra funzione (se non a stipendio inferiore ai costi da sostenere per nido e baby sitter, viaggio sino al luogo di lavoro e acquisto di un'auto dopo avere perso quella aziendale - e declassamento ad ultimo livello). Ho dovuto accettare per forza, nella certezza che l’azienda mi avrebbe licenziata sei mesi dopo, al compimento del primo anno di mio figlio. Accordo tombale, quattro mensilità. Amarezza. Poiché le dimissioni in quel periodo non sono legali (non ti puoi dimettere nel primo anno del figlio ma l’azienda ti può licenziare a un anno e un giorno…) sono dovuta andare all’ufficio del lavoro: qui la funzionaria, dopo avermi ascoltata, ha scritto credo per un errore “risoluzione consensuale” anziché “dimissioni”".

"Questo non mi permette neppure di accedere d’ora in poi al sussidio di disoccupazione. Ho deciso di fare ricorso almeno per essere riammessa alla Naspi. Alla fine: un contratto a tempo indeterminato tenacemente sudato èeandato in fumo. L'assenza di tutela da parte dello Stato, a cui verso regolarmente quanto dovuto da 10 anni. La difficoltà a ricollocarmi in un'altra azienda perché un figlio piccolo è un ostacolo alla produttività. Nessun sussidio di disoccupazione. Voglio salvare il nostro bambino da questo senso di frustrazione e impotenza, di abbandono da parte della comunità, di rabbia per tutti i diritti negati - alla felicità, alla famiglia, al futuro. Mi chiedo cosa potrà comunicargli una madre arrabbiata. Mi chiedo come fare. Cosa fare. Sai cosa? Sarò ancora madre. Plasmerò di nuovo la mia vita, dopo averla donata”.

Pubblicità
Torna alla home
Condividi post
Repost0
Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Commenta il post