VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti
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Questa storia ci riguarda perchè il denaro che viene da queso traffico 400 miliardi di € (più grande di qualsiasi impresa di petrolio, delle costruzioni di autovetture, delle aziende telefoniche e di comunicazione, dei mezzi di trasporto, dello spettacolo e dell'intrattenimento, ecc. ) viene gestito dalle banche e investito in politica, nel controllo dei politici e condizionamento delle nazioni, nell'acquisto di corporations, di imprese che influiscono sul nostro lavoro, nella nostra vita quotidiana. Penso che le forze di uno stato, della buona polica che hanno interesse al bene comune devono essere rivolte al controllo delle banche e della finanza e non disperse dietro alle singole persone. Si consiglia la lettura dell'articolo del blog "L'1% DI UGUALI PIU' UGUALI DEGLI ALTRI" e del libro di Loretta Napoleoni: "Economia canaglia" Ed. "Il Saggiatore "
Depenalizzare la droga e distribuirla sotto il controllo dello stato è la soluzione più conveniente: le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni. La coca è il simbolo perfetto del consumismo che sostituisce la capacità di provare emozioni, sentimenti e instaurare relazioni umane e di vita.
Il senso della vita è un cammino interessante, di sorprese, di evoluzione di apprendimento, dall'incontro con le persone in carne e ossa, dalle esperienze che parte dall'interno della persona e si allarga a tutte le situazioni; non può essere sostituito da una assunzione e dal consumo di un bene che ci fa sentire falsamente vivi perché sostituisce la densità e il piacere del vivere (godere di un'alba, di un tramonto sulle montagne che si colorano di rosso, degli spettacoli della natura; il piacere di una conversazione di un amico o una persona cara; l'emozione di una carezza e di una tenerezza; il sorriso di un bimbo; la gioia e la soddisfazione di un gioco; il piacere di un incontro con un amico che non si vede da tempo,ecc. ecc.) con il brivido della trasgressione, dello sballo, lo stridio, la vertigine, il senso di onnipotenza e di superamento dei limiti che, terminato l'effetto della droga, ci precipita nella solitudine, nella depressione e nella non accettazione dei nostri limiti, e quindi nell'impotenza.
Cocaina. Il viaggio allucinante di Roberto Saviano nel regno della polvere
Il primo vero romanzo dopo il
successo planetario di Gomorra.
Una discesa negli inferi del narcotraffico e nella normalità di chi sniffa.
Incontro con l'autore, che dice: "Vi racconto l'impero di una pianta che cresce in Sudamerica ma che ha le radici in Calabria. “
Saviano a che tempo che fa
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-0d6bf674-1357-4d31-9441-8bb19b210ad5.html#p=
Roberto Saviano, giornalista e scrittore, autore del bestseller Gomorra presenta il suo nuovo romanzo - inchiesta ZeroZeroZero, in libreria dal 5 aprile; dal 2006 vive sotto scorta; attualmente collabora con La Repubblica e L’Espresso, negli Stati Uniti con il Washington Post e il New York Times, in Spagna con El País, in Germania con Die Zeit e Der Spiegel, in Svezia con Expressen e in Inghilterra con il Times; dal 2012 è autore della storica rubrica L’Antitaliano del settimanale L’Espresso, firmata per anni da Giorgio Bocca; Gomorra (maggio 2006) tradotto in più di 50 paesi, è il libro più comprato all'estero negli ultimi anni vendendo oltre 10 milioni di copie nel mondo, di cui più di 3 milioni in Italia; dal best-seller sono stati tratti uno spettacolo teatrale e l’omonimo film, Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes 2008.
Saviano a che tempo che fa
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-af01da51-f877-4606-a96f-572a7293a7f1.html
Toni Servillo legge Saviano
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9f0484ea-7496-4a56-9add-983dca287d78.html
Saviano a che tempo che fa
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-71db5619-6726-4a67-b673-acc59a55691c.html
L’autore del bestseller Gomorra dopo l’intervista di domenica, torna in studio per raccontare alcune storie del suo
nuovo romanzo - inchiesta "ZeroZeroZero", soffermandosi sui giri dei traffici di cocaina e sulla forza di denuncia del reporter Christian Poveda
Enrico Deaglio intervista Saviano
"Come sto? Sono disperato, anche se
mi vergogno a dirlo. Per come sono finito... in questa morsa strana tra una vita pubblica totale e la mia vita privata blindata. E proprio mentre esce il libro, e i lettori mi daranno energia...
Eppure mi sento come uno che ha sbagliato strada; molte volte ho pensato che non rifarei nulla di quello che ho fatto, che niente vale il prezzo della libertà e della serenità. Altre invece penso
che posso farcela. Che valeva la pena. Alcuni anni fa mi hanno offerto di andare in Scandinavia. C'era un Paese che mi avrebbe preso, nuova vita, un'altra identità. Avrei dovuto farlo... E invece
ho pensato che avrei potuto far emergere le storie che mi ossessionavano... E così non sono partito e tutto è cambiato, per sempre".
Roberto Saviano ha 33 anni; dall'età di 26 è sotto il controllo totale dell'Arma dei carabinieri, da quando la camorra ha fatto sapere che vuole farlo fuori. Era un ragazzo e aveva scritto un
libro diventato celebre: Gomorra. È diventato famoso come una rock star, simbolo di un sud giovane e coraggioso; ma anche l'uomo da evitare, l'oggetto di invidia. Lo leggono in milioni e
altrettanti lo guardano raccontare le sue storie in televisione. Auto blindate e diversi carabinieri h 24, non può circolare per Napoli e per l'Italia, la sua vita privata la protegge per non
mettere nei guai nessuno, il Viminale decide quello che può fare. È in ansia per i suoi genitori, loro sono in ansia per lui. Non sa in quale parte del pianeta andrà a vivere.
Gli ho parlato a lungo - appuntamento telefonico in un luogo riservato in Italia; io chiamavo dall'altra parte del mondo - il 21 marzo scorso.
Per il nuovo libro, naturalmente. Zero zero zero è l'atteso romanzo sulla cocaina, destinato a diventare bestseller mondiale. In copertina, tre succulente piste di polvere
bianca, su un fondo nero brillante che sembra davvero uno specchio. Iperrealistica, troppo vera. Se metterete il libro sul tavolo in salotto, capace che arriva un amico miope, dice "grazie",
arrotola la banconota da venti euro e poi fa: "Ehi, ma che scherzo è questo?". Non ci sarebbe da stupirsi troppo: il primo capitolo è uno stupendo montaggio mozzafiato di cento tipi umani che
sniffano quotidianamente. Non li vedi?
O sei cieco o stai mentendo. "Oppure, semplicemente, la persona che ne fa uso sei tu".
Ho visto un filmato di Saviano nella stamperia dove allestiscono le prime copie del suo libro. Le riprendeva con l'iPhone. Lo si sente dire: "È come assistere alla nascita di un figlio". Negli
stessi giorni l'ho visto in un filmato dei funerali del capo della polizia Antonio Manganelli (un uomo che - se avesse avuto tempo - avrebbe potuto scrivere un magnifico romanzo sulla mafia, il
potere, il coraggio). Saviano sfilava nel corteo funebre - un ragazzo col bavero rialzato per il freddo, scortato quasi a testuggine, in mezzo alle autorità; mi ha detto: "Manganelli mi ha
aiutato molto; mi ha protetto, mi ha difeso. Mi ha spiegato, quando mi rivolgevo a lui sull'orlo di una crisi di nervi, come fare per abbassare il livello dell'ansia. Aveva un metodo,
era un saggio napoletano".
Poi ho visto che era stato consultato da Bersani appena incaricato di formare il governo. E che Bersani, dopo l'incontro, aveva promesso che il suo governo avrebbe messo la lotta alle mafie al
primo posto. Allora gli ho scritto una mail, per sapere se sarebbe diventato ministro (mica per altro, per regolarmi sul pezzo da scrivere) e ho ricevuto come risposta: "Non cederò alle sirene
dei ministeri, non è il mio mestiere".
Ed ecco il libro. 444 pagine, sette anni dopo Gomorra, il saggio-romanzo scritto per Mondadori, il libro che ha cambiato il modo di scrivere sulla realtà italiana, un calcio alla
commedia, all'intimismo e ai cannibali, e che ha generato il migliore film italiano dai tempi del neorealismo: la gomorrah, la brutta vita, di Roberto Saviano - Matteo Garrone
come La dolce vita di Ennio Flaiano - Federico Fellini di mezzo secolo fa.
Zero zero zero è il famoso "secondo libro", quello che gli autori temono di più, perché il mondo li sta aspettando al varco. È edito da Feltrinelli, che lo ha voluto come "libro
internazionale" da mettere accanto ai suoi gioielli di famiglia, pronto ad essere letto in decine di lingue. L'idea è grandiosa; il protagonista e signore del mondo è una foglia, che diventa una
pasta, che diventa una polvere, che diventa una merce della quale masse sterminate non possono più fare a meno. Una sostanza vietata che bisogna produrre, spostare, distribuire, vendere e che
produce soldi come nessun'altra merce. Neanche il petrolio le sta dietro; gli iPhone sono una bazzecola. Fa muovere eserciti, determina colpi di stato, spappola le democrazie, costruisce città,
salva o affonda le banche, plasma nuove borghesie, fidelizza i suoi consumatori senza bisogno di grandi esperti di marketing, è giudicata indispensabile per la carriera e per il sesso (in realtà
una professionista del ramo spiega efficacemente all'autore "la trasformazione del cazzo in cadavere" come effetto dell'uso cronico della coca), spinge all'omicidio di massa, mostra l'esistenza
vera del cuore di tenebra della natura umana, illude, poi travolge, ordina, domina...
Zero zero zero è un libro potente, con la muscolatura e i movimenti di un grosso animale, e non lo direste scritto da un giovane. Per le categorie in vigore, non è un romanzo perché non
ci sono personaggi di fantasia, e quindi è una non fiction novel, secondo il canone di A sangue freddo di Truman Capote. Nella lingua spagnola sarebbe un relato real, e ha un
antecedente in Noticia de un secuestro, un'inchiesta sulla Colombia del narcotraffico pubblicata nel 1996 da Gabriel García Márquez.
Teatro del libro è il mondo, trasfigurato completamente da una sostanza, e quindi quasi impossibile da riconoscere e quindi da accettare. Zero Zero Zero segue il metodo di
Gomorra. Allora era un ragazzo in Vespa che girava per le lande anonime della Campania e scopriva che c'era qualcosa che non tornava. Troppi soldi. Troppi morti. Un piccolo prete di
campagna, ammazzato. Laboratori tessili clandestini, cocaina, kalashnikov, container, discariche di rifiuti, i misteri di un grande porto. Aveva raccontato "il sistema", che doveva rimanere
segreto. Dal loro punto di vista - per i componenti del "sistema" -, Saviano era assolutamente da uccidere. Faceva troppo danno. Il presidente del Consiglio, che era anche il suo editore, disse
che il libro faceva cattiva pubblicità all'Italia. E dire che era la sua gallina dalle uova d'oro. Oh, quanto ci teneva a che l'Italia non fosse messa in cattiva luce! Sarebbe anche stato
disposto a perderci dei soldi!
Zero Zero Zero, come denuncia, è Gomorra al cubo. E Saviano sa che gli porterà un sacco di guai. C'è un sacco di gente che non avrà piacere di vedere il suo nome stampato: ci sono grosse
banche con una reputazione. Brokers. Famiglie. Gente di potere. Meccanismi raccontati. Soldi contati. "È tutto vero, il libro ha la disciplina del saggio", mi dice Saviano. "E tutto è stato
verificato, un anno di lavoro solo per le verifiche. Effettivamente ci sono molte notizie che prima erano riservate e sicuramente i diretti interessati vorranno sapere da chi ho avuto queste
informazioni".
Parliamo in gergo: pensi che Chapo Guzmán (capo del maggiore cartello messicano) metterà un contratto su di te?
(ride). "E chi lo sa? Dipende da come i lettori prenderanno il libro... All'epoca di Gomorra, i casalesi non erano nemmeno il centro della storia. Eppure furono loro a sentirsi
attaccati...".
Come hai lavorato?
"Ho incontrato molti pentiti o infiltrati nel narcotraffico. Ho viaggiato con le polizie di mezzo mondo. Ho adottato false identità, nel libro uno lo ringrazio anche, David Dannon: era il mio
nome falso, mi ha dato sei mesi di libertà. Ho ascoltato centinaia di registrazioni, ho passato mesi con agenti di polizia. Sono stato in diversi Paesi con mille accrocchi, perché l'ingresso mi è
stato praticamente vietato in molti posti per motivi di sicurezza; io in realtà dipendo per i miei spostamenti comunque dai carabinieri e dalla volontà dei governi di ospitarmi. Dalla Spagna al
santuario della Madonna dei Polsi, nella Locride, la coca unisce tutte le geografie: una cosa che mi hanno detto, e che mi suona vera è la coca è una pianta che cresce in Sudamerica, ed ha le
radici in Calabria. Ho osservato gli arrembaggi dei mossos d'esquadra catalani contro le imbarcazioni dei narcos al largo della Guinea... Lì davvero mi sono sentito Salgari, però nella
scrittura mi sono trattenuto. Ma c'era un'epica in quei duelli, per salvare il carico...".
Lo scrittore è il protagonista?
"No, forse lo era in Gomorra; un ragazzo impertinente che andava in giro in Vespa, occupava la strada. Che confusamente sperava che bastasse raccontare per poter cambiare le cose. Adesso
è diverso. C'è un uomo diventato adulto, ed è in fuga. Per consolarmi dico che la mia è una fuga in avanti. Ci sono molte caserme, in questo libro. C'è aria di caserma. Stanzette anonime.
Incontri non ufficiali. E poi tantissimi verbali. Centinaia di faldoni, pdf di mille pagine ciascuno che ho studiato come i libri fotocopiati quando sei all'università. Leggere, poi individuare
"i nuclei" della storia, poi gli elementi curiosi, il modo di parlare. Se incontri uno 'ndranghetista che lavora in Lombardia e dice in un'intercettazione: se semini spine non puoi camminare
scalzo... beh, a me viene da cominciare di lì. Poi ci sono le lettere, ne ricevo circa tre alla settimana, persone dell'ambiente del narcotraffico, che vogliono che racconti la loro storia.
Il lavoro, alla fine, è fatto di asciugare, controllare, tagliare. Il contrario del romanziere".
Ti ha cambiato?
"Purtroppo sì. Ho subìto una metamorfosi. Sono il più grande drogato di cocaina letteraria che ci sia, la vedo dappertutto. Nei rapporti sociali. Nell'economia. Mi trovo a ragionare come un
narcotrafficante, ad entrare dentro la sua scala di valori. Chi mi sta vicino me lo ha fatto notare. Non è che sia diventato più nervoso, o violento, ma mi dicono che sono cambiato,
un'ossessione... Ho un precedente, credo. Si chiama Joe Pistone, un agente infiltrato nella famiglia Gambino di New York, quello da cui hanno fatto il film Donnie Brasco con Al Pacino.
L'ho conosciuto... La sua vicenda mi ha molto colpito. E pensare che io volevo scrivere un libro come Stephen Hawking, trattare il narcotraffico come la fisica dell'universo, mantenere le
distanze... Non so se ci sono riuscito".
L'altra ossessione, Saviano la cita nel libro: è quella del capitano Achab per Moby Dick, la balena bianca, l'animale che si trasforma in Definizione del Male, con la sua forza di
attrazione, con il suo invito al suicidio.
"Come Moby Dick, la cocaina scaccia tutti gli altri dalla scena e si impone come unico protagonista. La merce che domina il nostro tempo, come era il Petrolio per Pasolini, il cotone dei
romanzi sulla schiavitù, l'oppio per gli inglesi e gli indiani nel Mare di papaveri di Amitav Ghosh....".
Saviano la studia: dove cresce, quando matura, come si essicca, quanto costa trasportarla, che profitto produce, quale nuova classe borghese fa nascere... Quando gli dico che, per questa
materialità totale, è l'ultimo scrittore marxista, mi sembra imbarazzato, ma non scontento ("Beh, il metodo è quello..."). Lo studio di una merce, la sua influenza sul cambiamento umano, la
direzione che imprime all'economia, alla finanza, alla morale si dimostrano un argomento tutt'altro che freddo. Anzi Saviano narra con passione.
Ecco il dimenticato Pablito Escobar, il ragazzo proletario e intraprendente di Medellin che, all'inizio degli anni Ottanta, guadagnava mezzo milione di dollari al giorno, e segnava sul suo
registro contabile 2.500 dollari al mese per gli elastici con cui tenere unite le banconote; piuttosto che la prigione offrì alla Colombia di pagare l'intero debito estero del Paese. Ecco
l'infiltrato della Dea, Kiki Camarena, che fu ucciso dopo nove ore di torture; mandarono il nastro registrato alla Dea e i poliziotti che lo ascoltarono vomitarono. Ecco la riunione del 1989 ad
Acapulco in cui i signori della coca si spartirono i territori, mentre noi - ingenuoni - guardavamo allo sbriciolamento del muro di Berlino e brindavamo alla fine della storia. Ecco la filosofia
di vita e di leadership insegnata da un capo anonimo (ma che sembra molto Pasquale Condello, il Supremo della 'ndrangheta), per imparare a comandare: "Diffida di tua moglie, ti
tradiranno i tuoi figli", "non essere sensibile nel tuo corpo, ma non trasformarlo in una belva". Oppure la biografia di Salvatore Mancuso, figlio di un contadino di Sapri che divenne il capo
degli squadroni della morte colombiani; gli sconosciuti Pasquale Locatelli e Roberto Pannunzi, broker coscienziosi, uno di Bergamo e l'altro di Roma; il marmista che spostò tonnellate di coca al
porto di Gioia Tauro; l'ascesa sociale di una reginetta di bellezza, i nomi dei cani più bravi a sniffare e i cani senza nome riempiti di droga e uccisi; il collaboratore Bruno Fuduli che fece
sequestrare tonnellate di cocaina e venne lasciato solo con i suoi debiti a gridare su una piazza di Vibo Valentia; l'istituto della decapitazione pubblica delle spie ufficializzato dai cartelli
messicani, come parte del loro Narco Stato; la vecchia Griselda, pioniera del traffico, già padrona di Miami, assassina dei suoi mariti, che in carcere ordinava sesso ai giovanotti e aveva un
cane di nome Hitler.... Il libro di Saviano non vi fa mancare niente. Compresi i due ritratti finali di giornalisti, uno in Messico e uno in Guatemala, che volevano far sapere le cose e finirono
ammazzati. Un triste omaggio alla voglia di raccontare.
Siate voi consumatori (a proposito: Milano è indicata tra i top del consumo mondiale), siate voi amici alla lontana di uno che conosce un pusher, siate voi ingenui sottoscrittori di un
hedge fund che vi ricompensa bene in tempi di crisi, siate voi consiglieri comunali in Calabria o in Brianza, questo libro farà fremere - è il caso di dirlo - le vostre narici.
Chiedo a Saviano.
Pensi che dopo questo libro dei consumatori decideranno di smettere?
"Francamente, no. La cocaina non riesce a far paura fisicamente. La sua forza è quella di essere una droga che sta nella vita. Con l'eroina morivi, con la cocaina, no. O meglio hai la sensazione
che puoi gestirtela. Questo ne fa il prodotto che è. Anzi, quando descrivo quella di ottima qualità, sono cosciente di favorire la domanda".
Il narcotraffico può essere battuto con la repressione?
"Temo di no. L'infiltrazione nei cartelli è finora l'arma più efficace, ma l'impresa è improba. La potenza finanziaria del narcocapitalismo è oggi immensa. Idem la sua capacità di
corruzione".
Ti senti portatore di una missione? Ti senti uno scrittore moralista?
"No, non ho missioni. Quando sono in tv magari posso sembrarlo perché voglio raccontare, e inevitabilmente indichi chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Sulla pagina scritta, no. I
narcotrafficanti che descrivo, alcune volte, sono delle specie strane, gli ultimi calvinisti del ventunesimo secolo. Sento l'impotenza, sento la solitudine, l'ossessione di raccontare: confesso
tutto nell'ultimo capitolo, spero che non mi trovino ridicolo".
Quanto durerà l'era della cocaina? "Molto tempo. L'unica possibilità di interromperla è la legalizzazione. Non sarebbe una cosa buona, perché si renderebbe accessibile a tutti
una sostanza che fa male, molto male, ma farebbe crollare tutto l'impero del narcotraffico immediatamente. Ma non succederà. Dovremo convivere, purtroppo. Contrastare fin quando è
possibile".
Zero zero zero* è un libro fascinoso e pericoloso: per narrazione, ritmo, e contenuto. Alla fine, sappiate che non vi farà star bene. E pensate che l'autore sta peggio di voi.
* La spiegazione del titolo è nell'ultima riga: 000 è la farina di migliore qualità.
Dal Venerdì di Repubblica
IL CASO
Droga, la svolta dei grandi del mondo
"E' il momento di legalizzarla"
Clamoroso cambiamento di strategia nel rapporto della Global Commission on Drug Policy dopo gli anni della repressione che hanno rappresentato un fallimento. "Va trattata come una questione sanitaria". Nell'organismo Kofi Annan, Paul Volcker, Mario Vargas Llosa, Richard Branson
dal
nostro inviato ANGELO AQUARO
NEW YORK - Cinquant'anni di guerra alla droga hanno fallito e all'Onu non resta che prenderne atto. Dicendo basta alla criminalizzazione e trattando l'emergenza mondiale per quello che è: una
questione sanitaria. Di più: legalizzando il commercio delle sostanze stupefacenti - a partire magari dalla cannabis. Firmato: l'ex presidente dell'Onu che di questa politica fallimentare è stato
uno dei responsabili, cioè Kofi Annan. Ma anche Ferdinando Cardoso, George Schultz, George Papandreu, Paul Volcker, Mario Varga Llosa, Branson. I grandi del mondo della politica, dell'economia e
della cultura mondiale - che certo nessuno si sognerebbe mai di associare a un battagliero gruppo di fumati antiproibizionisti.
La clamorosa dichiarazione verrà resa nota oggi a New York in una conferenza stampa: il primo atto di una grande campagna mondiale che raccoglie e rilancia tante idee di buon senso che troppi
governi (compresi quelli che loro amministravano) continuano a negare. Lo slogan è efficace: "Trattare i tossicodipendenti come pazienti e non criminali". E l'obiettivo è più che ambizioso:
cambiare radicalmente i mezzi che Stati e organismi internazionali hanno fin qui inutilmente seguito per sradicare la tossicodipendenza. Il traguardo è una petizione da milioni di firme che verrà
presentata proprio alle Nazioni Unite per adottare le clamorose conclusioni dei "saggi": su cui certamente si scatenerà adesso un dibattito internazionale.
"La guerra mondiale alla droga ha fallito con devastanti conseguenze per gli individui e le comunità di tutto il mondo" si legge nel rapporto presentato dalla Global Commission on Drug Policy.
"Le politiche di criminalizzazione e le misure repressive - rivolte ai produttori, ai trafficanti e ai consumatori - hanno chiaramente fallito nello sradicarla". Non basta. "Le apparenti vittorie
nell'eliminazione di una fonte di traffico organizzato sono annullate quasi istantaneamente dall'emergenza di altre fonti e trafficanti". Basta dare un'occhiata alle statistiche raccolte dal
rapporto. Nel 1998 il consumo di oppiacei riguardava 12.9 milioni di persone: nel 2008 17.35 milioni - per un incremento del 34.5 per cento. Nel 1998 il consumo di cocaina riguardava 13.4
milioni: dieci anni dopo 17 milioni - 27 per cento in più. Nel 1998 la cannabis era consumata da 147.4 milioni di persone: dieci anni dopo da 160 milioni - l'8.5 per cento in più. Sono i numeri
di una disfatta.
A cui si accompagna un'altra debacle. "Le politiche repressive rivolte al consumatore impediscono misure di sanità pubblica per ridurre l'Hiv, le vittime dell'overdose e altre pericolose
conseguenze dell'uso della droga". Da un'emergenza sanitaria a un'altra: un disastro che è anche un tragico spreco. "Le spese dei governi in futili strategie di riduzione dei consumi distraggono
da investimenti più efficaci e più efficienti". L'elenco delle personalità coinvolte è impressionate. Il panel è l'organismo che a più alto livello si sia mai pronunciato sul fenomeno: tutti
esponenti della società politica e civile internazionali che prima o poi si sono occupati ciascuno nel proprio campo dell'emergenza. Da Kofi Annan all'ex commissario Ue Javier Solana. Dall'ex
segretario di Stato Usa George P. Schultz all'imprenditore miliardario e baronetto Richard Branson. Dal Nobel Vargas Llosa all'ex presidente della Fed Paul Volcker. Ci sono quattro ex presidenti:
il messicano Ernesto Zedillo, il brasiliano Fernando Cardoso, il colombiano Cesar Gaviria, la svizzera Ruth Dreifuss. C'è l'ex premier greco George Papandreu. C'è lo scrittore messicano Carlos
Fuentes. C'è il banchiere e presidente del Memoriale di Ground Zero John Whitehead. La loro voce sarà rilanciata adesso dall'organizzazione no profit Avaaz che conta già nove milioni di iscritti
in tutto il mondo.
Non è solo la denuncia del fallimento della politica internazionale. E' anche la prima sistematica proposta di una risposta globale. Invitando i governi a sperimentare "forme di regolarizzazione
che minino il potere delle organizzazione criminali e salvaguardino la salute e la sicurezza dei cittadini". Ma anche di quelle persone negli ultimi gradi del sistema criminale: "Coltivatori,
corrieri e piccoli rivenditori: spesso vittime loro stessi della violenza e dell'intimidazione - oppure essi stessi tossicodipendenti". Il rapporto presenta e analizza una serie di "casi critici"
dall'Inghilterra agli Usa passando per la Svizzera e i Paesi bassi. Evidenziando quattro principi.
Principio numero uno: le politiche antidroga devono essere "improntate a criteri scientificamente dimostrati" e devono avere come obiettivo "la riduzione del danno". Principio numero due: le
politiche antidroga devono essere "basate sul rispetto dei diritti umani" mettendo fine alla "marginalizzazione della gente che usa droghe" o è coinvolta nei livelli più bassi della
"coltivazione, produzione e distribuzione". Principio numero tre: la lotta alla droga va portata avanti a livello internazionale ma "prendendo in considerazione le diverse realtà politiche,
sociali e culturali". Non sorprende il coinvolgimento di tante personalità dell'America Latina: quell'enorme mercato che finora si è cercato di sradicare soltanto a colpi di criminalizzazione e
che è invece - dice proprio l'ex presidente colombiano Gaviria "il risultato di politiche antidroga fallimentari". Principio numero quattro: la polizia non basta e le politiche antidroga devono
coinvolgere dalla famiglia alla scuola. "Le politiche fin qui seguite hanno soltanto riempito le nostre celle - dice Branson, l'inventore del marchio Virgin - costando milioni di dollari ai
contribuenti, rafforzando il crimine e facendo migliaia di morti".
E' una rivoluzione. Sostanziata dalle raccomandazioni contenute nei principi. Una su tutte: "Sostituire la criminalizzazione e la punizione della gente che usa droga con l'offerta di trattamento
sanitario". Come? "Incoraggiando la sperimentazione di modelli di legalizzazione" a partire dalla cannabis. L'appello è secco. Bisogna "rompere il tabà sul dibattito e sulla riforma" dicono i
saggi. Che concludono con uno degli slogan che hanno portato alla Casa Bianca Barack Obama: "The time is now". Il momento è questo. Non abbiamo già buttato cinquant'anni?
Il
Rapporto Unodc: "Meno impegno della polizia con gli utenti, più sforzo con i trafficanti"
L'agenzia ammette che per la pubblica opinione "il controllo sugli stupefacenti non funziona"
Droghe, la svolta dell'Onu
"La repressione ha fallito"
DI GIAMPAOLO CADALANU
Un
secolo di repressione non è bastato: a cent'anni dalle prime misure contro l'uso di stupefacenti è arrivato il momento di ragionare sulle possibili alternative. Lo chiede in modo aperto l'Ufficio
dell'Onu su droga e crimine, ponendo l'accento, per la prima volta da quando è stato fondato, sulla necessità di modificare l'approccio al problema. Serve "meno impegno della polizia con gli
utenti, più sforzo con i trafficanti", si legge nella prefazione firmata dal direttore Antonio Maria Costa.
Con le inevitabili prudenze del suo ruolo, l'agenzia "apre" all'ipotesi di politiche diverse dal carcere per i tossicodipendenti. "La droga continua a essere una minaccia per la salute", si legge
nelle prime righe del rapporto 2009 Unodc, e viene ribadito che "legalizzare le droghe sarebbe un errore storico". Ma è come se lo studio mettesse le mani avanti, per poi avanzare riflessioni più
"rivoluzionarie", tanto che l'Huffington Post arriva a titolare con entusiasmo: "L'Onu sostiene la depenalizzazione". L'agenzia ammette persino che per la pubblica opinione "il controllo delle
droghe non sta funzionando". Esaminando con un'inedita apertura le ragioni portate dagli antiproibizionisti, l'Unodc rivendica a sé l'allarme per i grandi incassi che i divieti portano alla
criminalità organizzata e sottolinea: "Questi sono argomenti validi".
Secondo Costa, la soluzione è elementare: "Più controllo sul crimine, ma senza diminuire i controlli sulla droga". Poche righe più avanti si ribadisce l'esigenza della "tutela della salute dei
tossicodipendenti", insistendo sulla necessità di combattere il traffico, invece che reprimere il consumo.
Antonio Maria Costa
ribadisce che il compito della sua agenzia è quello di tutelare allo stesso tempo salute e sicurezza. L'Unodc pone un "doppio NO": no alle droghe, no al crimine. "Il crimine organizzato", scrive
il direttore, "non scomparirà con la legalizzazione della droga": per tenere in vita le mafie bastano altri traffici.
L'ipotesi di una "raccomandazione" delle Nazioni unite ai paesi membri, simile alla campagna contro la pena di morte, non sembra praticabile: "È una decisione che spetta alle singole nazioni",
dice Costa al telefono, ribadendo poi che "per l'Onu i reati legati agli stupefacenti non vanno considerati delitti capitali". In sostanza, sono tre le osservazioni da fare: la prima, riguarda le
campagne d'ordine che chiedono di punire con il carcere chi viene sorpreso con uno spinello. "È come mandare un giovane all'università del crimine", dice il direttore dell'Unodc, "con il rischio
di rendere irreversibile una tendenza che ancora può cambiare".
Costa critica anche "le legislazioni che impongono pene troppo severe, poi non applicate". E l'abitudine a cambiare prospettiva - e leggi - su base politica. "La dipendenza è una malattia. E non
esistono terapie di destra o di sinistra per cancro e diabete". L'allusione è a molti governi occidentali: da quello Usa a quello italiano, che nel 2006 ha cancellato la distinzione fra sostanze
"leggere" e "pesanti". Ma soprattutto a quello di Gordon Brown, che sulla base di valutazioni elettorali voleva spostare la cannabis nell'elenco delle sostanze più pericolose, ignorando
platealmente le raccomandazioni degli scienziati, dallo stesso premier mobilitati sull'argomento.
Depenalizzare le droghe funziona
In Portogallo è così dal 2001 e non solo per le droghe leggere: il consumo è diminuito, l’epidemia di AIDS è stata fermata, sono diminuiti anche i reati
28 marzo 2013
Mercoledì 27 marzo la giornalista tedesca Wiebke Hollersen ha fatto sullo Spiegel un bilancio della situazione in Portogallo a 12 anni dall’approvazione della legge 30/2000 nel luglio del 2001, che ha depenalizzato il consumo e il possesso di droghe illegali: uno dei più importanti esperimenti legislativi al mondo in materia, che ha reso il Portogallo il paese più liberale in Europa sul fronte delle droghe. Da molti anni il dibattito sulla strategia più adatta a combattere il consumo di droga ha visto da una parte i promotori della “war on drugs” (espressione utilizzata per la prima volta nel 1971 dall’allora presidente degli Stati Uniti Richard Nixon), incentrata principalmente sulla repressione, dall’altra coloro che ritengono inutile e controproducente la pratica di persecuzione dei consumatori: anche l’ONU e la Global Commission on Drug Policy hanno fatto notare che la “guerra alla droga” ha fallito e che è necessario trovare un nuovo modello di contrasto al traffico e al consumo di stupefacenti.
L’articolo di Hollersen, così come molti altri studi sul caso, sono concordi nel riconoscere che l’esperimento portoghese ha prodotto risultati molto incoraggianti: l’uso delle droghe è diminuito tra i giovani, l’epidemia di AIDS tra i consumatori è stata fermata, c’è stata una diminuzione della delinquenza legata al traffico di droga e sono aumentati i sequestri di sostanze. Come racconta Joao Goulão, promotore della legge e direttore dell’Istituto per le droghe e le dipendenze (il SICAD, Serviço de Intervenção nos Comportamentos Aditivos e nas Dependências), prima del 2001 il Portogallo aveva in Unione Europea il più alto tasso di HIV tra i consumatori di eroina, con 2 mila nuovi casi all’anno, in un paese con una popolazione di appena 10 milioni di abitanti. Tutto era iniziato negli anni Ottanta, quando l’eroina a buon mercato proveniente da Afghanistan e Pakistan aveva iniziato a inondare l’Europa. In Portogallo la diffusione fu vastissima: a metà degli anni Novanta il numero di tossicodipendenti gravi era arrivato a 100 mila, l’1 per cento della popolazione totale, e il dato di coloro che avevano contratto epatiti o HIV era notevolmente superiore a quello di molti altri paesi.
Il governo portoghese comprese allora che bisognava arginare il problema e convocò una commissione anti-droga composta da 11 esperti, per la maggior parte non politici, tra cui Joao Goulão, che prima di diventare ciò che è oggi, ovvero uno dei maggiori esperti al mondo in materia di droga, era un semplice medico di famiglia a Faro. La commissione si orientò essenzialmente attorno al presupposto che “i consumatori di droghe non sono criminali ma malati”, e che la materia avrebbe dovuto essere competenza del ministero della Salute e non più di quello della Giustizia. L’approccio che ha costituito la base principale dell’esperimento in Portogallo è stato dunque questo: i consumatori di droga non sono dei criminali e non devono essere trattati come criminali, quindi arrestati o processati (prima della depenalizzazione in Portogallo la pena per possesso di droga poteva arrivare fino a un anno di prigione).
Venne così approvata la legge 30/2000, che ha depenalizzato l’uso di tutte le droghe illecite e ha fissato, attraverso una tabella, il loro possesso fino a quantità pari ai bisogni di dieci giorni di consumo: 25 grammi di marijuana, 5 grammi di hashish, un grammo di eroina, 2 grammi di cocaina e un grammo di MDMA, il principio attivo dell’ecstasy. Le sostanze elencate nella tabella restano ancora illegali – “ci sarebbero stati problemi con le Nazioni Unite”, racconta Goulão – ma le persone trovate in possesso di sostanze stupefacenti non sono più arrestate, bensì inviate davanti a una commissione formata da un giurista, uno psicologo e un medico (ce ne sono 17 in tutto il Portogallo), chiamata ”Commissione di avvertimento sulle tossicodipendenze”, che valuta il percorso dell’utilizzatore, il suo livello di consumo della sostanza e propone un un sostegno psicologico o l’opportunità di accettare un trattamento di recupero finanziato dallo Stato. Il consumatore non ha l’obbligo di seguire queste indicazioni ma deve evitare di essere inviato nuovamente di fronte alla commissione nell’arco di sei mesi. In caso contrario viene punito penalmente con una multa, variabile da 5000 pesetas (25 euro) fino al livello del salario minimo nazionale.
Il Portogallo tratta quindi la questione come un problema medico, piuttosto che un problema penale: come spiega Goulão, “l’assistenza terapeutica è molto più efficace della prigione nel convincere un tossicodipendente a non fare più uso di droghe”. La polizia portoghese invia circa 1.500 persone all’anno alle varie commissioni, in media meno di 5 al giorno, e il 70 per cento dei casi riguarda casi di consumo di marijuana. Il Portogallo ha oggi uno dei dati più bassi dell’Unione Europea come consumo di marijuana tra persone con più di 15 anni (il 10 per cento). Il consumo una tantum di eroina tra i 16-18 anni è sceso dal 2,5 per cento al 1,8 per cento, così come il tasso di infezione da HIV.
Al momento la più grande preoccupazione per Goulão è rappresentata dalle politiche di austerità del governo portoghese in seguito alla crisi dell’euro: la depenalizzazione è infatti inutile se non è accompagnata da programmi di prevenzione dall’uso della droga e dal lavoro di recupero delle cliniche e quello effettuato dagli operatori sociali direttamente per le strade. Programmi che costano. Prima della crisi dell’euro il Portogallo ha speso 75 milioni di euro all’anno per il suo programma antidroga: finora è stato tagliato soltanto un milione dal budget, ma se la crisi nel paese dovesse peggiorare potrebbero non esserci più soldi a sufficienza.
In Italia la legge in vigore in materia di disciplina degli stupefacenti è la cosiddetta “Fini-Giovanardi”, che generò molte discussioni quando venne emanata nel 2006. La legge, che non prevede distinzioni tra droghe leggere e pesanti, portò a un inasprimento delle sanzioni relative non solo alla produzione e al traffico ma anche al consumo di sostanze stupefacenti: per l’uso personale oggi sono previste sanzioni amministrative come la sospensione del passaporto, della patente di guida o del porto d’armi, e l’inserimento in un programma terapeutico. La legge Fini-Giovanardi, tra le altre cose, ha contributo in maniera decisiva al sovraffollamento delle carceri italiane degli ultimi anni: secondo il garante dei detenuti del comune di Firenze, Franco Corleone, “nel 2011 ben 28mila persone sono finite dietro le sbarre per detenzione di stupefacenti”. A febbraio la Corte di Appello di Roma ha sollevato alcune importanti questioni sulla legge Fini-Giovanardi, che secondo i giudici presenta più di un profilo di incostituzionalità: tra gli altri, la mancata distinzione fra droghe leggere e droghe pesanti e la sproporzione delle pene rispetto alla pericolosità delle condotte da reprimere.
Pubblicato il rapporto annuale Unodc dell’ONU: 27 milioni di drogati da eroina e cocaina (ben 230 milioni di Homo Sapiens hanno usato droghe), 200 mila morti ogni anno per overdose. Avevamo ragione: “proibire” ed intasare le galere di drogati è stupido e controproducente. L'Olanda è l'unico paese “intelligente”.
Cocaina e marijuana (dal Messico),oppio (da Afghanistan e Birmania), eroina e Droghe Sintetiche (da Russia e Asia meridionale): malgrado il proibizionismo (promosse proprio dal proibizionismo), milioni di tonnellate di droga scorrazzano allegramente per tutto il Pianeta (solo il Po ogni giorno ne porta a mare 4), accompagnate da imponenti montagne di denaro nero, criminalità organizzata, omicidi, violenze, ecc. Interi stati sono diventati Narcoterritori (ivi compresi i vari fronti di Al Qaeda).
E’ questo il risultato del proibizionismo e della guerra alla droga, iniziata dall’ONU oltre mezzo secolo fa (montagne di quattrini, migliaia di agenti e soldati): chi paga? Ovviamente il contribuente!
Ma qualcuno comincia a cambiare idea (era ora):
● Il Guatemala ed altri paesi latino americani chiedono all’Onu di depenalizzare le droghe leggere;
● Uruguay ed altri già hanno deciso di legalizzarle;
● Da anni la California tenta di liberalizzare la marijuana;
● Da anni la Bolivia (Evo Morales) tenta di far depennare le foglie di coca dalla black list delle droghe.
L'Olanda, unico esempio al mondo, da decenni ha già legalizzato le droghe leggere (si pagano anche le tasse!). Ottimi i risultati: diminuisce il consumo di droghe, la criminalità è sotto controllo, i medici si occupano di drogati e la polizia si dedica a ladri e assassini.