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C
i sembra che sulla questione dei 30.000 desaparecidos e dei bambini sottratti ai "sovversivi" e adottati da famiglie fedeli al regime sia il Papa
Francesco a parlare. Prima considerazione, visto che il male é stato compiuto dai cardinali della curia (pedofilia, giochi di potere, uso dello banca dello IOR per operazioni di riciclaggio e
conti segreti con traffici internazionali additati dalla Banca d'Italia - dove c'è potere c'è denaro-) non sarebbe meglio, che per un po', la curia romana non desse patenti
di moralità? chiedesse prima perdono e poi restituisse il maltolto. Il sacerdote da l'assoluzione, non solo se c'è pentimento, ma anche riparazione. Seconda considerazione: l' Arcivescovo
Bertoglio non poteva non sapere, visto che era a capo dei gesuiti, delle azioni della giunta militare Nel posto dove ognuno lavora sa bene le persone che fanno il loro dovere e
chi é schierato coi capi e ti fanno le scarpe o coloro che si comportano male perchè fanno i loro interessi e ti vogliono fregare. Oltretutto c'erano dei preti che
davano l'estrema unzione ai prigionieri torturati prima che venissero gettati in mare dagli aerei dei militari; ripeto 30.000 nell'arco 5 anni. La chiesa per essere universale dovrebbe
tutelare tutte le persone indipendentemente dalle loro convinzioni, ma questi erano pericolosi sovversivi e quindi potevano essere schiacciati. La chiesa argentina, nella sua gerarchia, era
tristemente schierata con la dittatura e dava la comunione ai capi militari . Ora é meglio che chi ha perso credibilità non si erga a difensore di nessuna persona. Sarà papa Francesco che
può parlare per sè stesso a chiarire questo passato, se lo vorrà fare. Sarà credibile se dirà la verità: una persona può sbagliare, ma può imparare dai propri errori e gli é sempre dato la
possibilità di cambiare. Il male anche sotto froma di omissioni é compiuto dagli uomini e Dio, siccome lascia la libetà di coscienza e di azione, non interviene. Questo mi sembra
evidente dopo l'esperienza storica dell'olocausto. (Cè da ricordare la gerarchia tedesca era schierata con il capo del nazismo). Per esempio invitare alla messa del papa le madri
di piazza DeMayo avrebbe un forte significato; qualsiasi altra iniziativa che piaccia a Papa Francesco, ma di segno inequivocabile. Il passato non é più in nostro potere.
Forse è la volta buona. Forse oggi, a distanza di mezzo secolo, il rinnovamento all’insegna del Vangelo che papa Giovanni XXIII e il Vaticano II avevano voluto e intrapreso, può finalmente
diventare realtà. Forse i cardinali elettori hanno veramente ascoltato lo Spirito Santo, operazione che non contiene nulla di magico, ma è solo la pura disposizione della mente e del cuore a
volere sempre e solo il bene, perché quando un uomo dispone la sua mente e il suo cuore nella ricerca del bene lo Spirito della santità agisce in lui, sia egli credente o non credente. E questo
io sento che i cardinali elettori hanno fatto, allontanando ogni calcolo politico o diplomatico, ogni ragionamento all’insegna del potere, e scegliendo un uomo di Dio.
Si è trattato di una scelta assolutamente inaspettata, il nome di Jorge Mario Bergoglio non figurava quasi mai tra le liste dei principali papabili. Ma si è trattato soprattutto di una scelta
completamente innovativa: da ieri abbiamo il primo papa non europeo, il primo papa latino-americano, il primo papa che ha scelto di presentarsi al mondo come “vescovo di Roma” e soprattutto il
primo papa che ha scelto di chiamarsi Francesco.
Nell’unione di queste quattro assolute novità, unite alla preghiera che ha da subito caratterizzato la sua prima apparizione da papa, io intravedo quella speranza di rinnovamento all’insegna del
Vaticano II che Francesco I può realizzare e di cui la Chiesa ha un immenso bisogno. Né si può tacere il fatto che Bergoglio nel Conclave del 2005 fu il principale antagonista di Ratzinger: i
cardinali elettori quindi non solo non hanno scelto un ratzingeriano di ferro come Scola o come Schönborn, ma hanno scelto colui che a Ratzinger contese la maggioranza dei voti in Conclave.
Questa scelta contiene un giudizio non del tutto positivo sugli otto anni di pontificato dell’attuale papa emerito?
Ma ciò che maggiormente colpisce è il nome che il nuovo pontefice ha scelto per sé. Che cosa significa aver deciso di chiamarsi Francesco? Bergoglio non è un francescano, è un gesuita e se avesse
seguito il suo cuore avrebbe dovuto chiamarsi Ignazio, visto che è sant’Ignazio di Loyola il fondatore dei gesuiti. Ma egli ha scelto di chiamarsi Francesco, sottolineando con questo non la sua
storia personale (anche se chi lo conosce racconta che vive da sempre in assoluta semplicità, lontano dal lusso che la qualifica di arcivescovo di Buenos Aires gli permetterebbe) ma l’intento
animatore del suo programma di governo all’insegna della testimonianza profetica e della radicalità evangelica. Francesco è il santo che più di ogni altro nel secondo millennio cristiano ha
rappresentato l’ideale della purezza evangelica, l’ideale di vivere le beatitudini, lontano dalle seduzioni del potere e della gloria.
Penso che tutti abbiano in mente l’affresco di Giotto nella Basilica superiore di Assisi che rappresenta il sogno di Innocenzo III: egli vede un uomo vestito con un semplice saio che sorregge una
chiesa che sta per cadere, e ovviamente quell’uomo è Francesco il poverello di Dio, di cui a Innocenzo III in sogno viene anticipata la venuta. Ora a nessuno è dato sapere che cosa abbia sognato
in queste notti Jorge Mario Bergoglio quando sentiva approssimarsi la scelta dei cardinali elettori su di lui, ma certamente il fatto che egli abbia scelto di chiamarsi Francesco indica nel modo
più esplicito la sua chiara percezione della gravità della situazione che la Chiesa cattolica sta vivendo e soprattutto la sua convinzione riguardo alla via per uscirne: la radicalità evangelica,
la povertà, la mitezza, la lontananza dal potere, l’amore per ogni uomo e per gli animali, la cura per tutto il creato.
Il primo, indispensabile passo che la Chiesa deve compiere è tornare a credere al Vangelo anzitutto nelle sue strutture di comando: l’evangelizzazione, prima di riguardare il mondo, riguarda la
gerarchia della Chiesa, in primo luogo la Curia, e dalla scelta effettuata sembra che i cardinali abbiano capito alla perfezione tutto ciò e abbiano individuato chi, tra di loro, era l’uomo
giusto per questa svolta all’insegna della mitezza e insieme del rigore.
Ieri, sentendo parlare per la prima volta il nuovo papa, mi ha molto colpito il suo rivolgersi ai fedeli e al mondo chiamandosi più di una volta “vescovo di Roma”. Anzi si può dire che ieri sera
Bergoglio non si è presentato al mondo, infatti non ha detto una sola parola in spagnolo per la sua terra, non ha detto una sola parola in inglese rivolgendosi alla mondovisione. Si è presentato
solo alla sua diocesi, alla città di Roma, e non a caso ha fatto il nome del suo vicario per la città, il cardinal Vallini, volendolo accanto a sé sul balcone. Questo è molto importante. Mostra
infatti che le indicazioni del Vaticano II e soprattutto del Nuovo Testamento sono quanto mai chiare a papa Francesco I. Da papa egli vuole anzitutto essere un vescovo, il vescovo di una città, e
anzi sa che può essere veramente papa in fedeltà al Vangelo e al Vaticano II solo nella misura in cui non cesserà mai di essere vescovo, cioè una guida concreta a contatto con i problemi reali
della gente reale.
Bergoglio è un gesuita, è mite e insieme austero, amante della semplicità, della povertà, di una vita all’insegna dell’essenziale, privo di decorazioni barocche e dal linguaggio semplice e
asciutto.
Assomiglia molto a Carlo Maria Martini, di cui certamente era amico. E forse quei 200 anni con cui Martini nella sua ultima profetica intervista dell’8 agosto scorso segnò la distanza tra la
Chiesa e il mondo («la Chiesa è rimasta indietro di 200 anni») con Francesco I sono destinati a essere colmati.
Vito Mancuso
Ombre argentine
Adriano Sofri - La Repubblica 15 marzo 2013
LE COSE hanno due facce. Almeno due. La prima è bella, affabile e piena di speranza. Loro il papa
straniero l`hanno trovato. Straniero, benché non tanto. A Buenos Aires, mi pare, gli italiani li chiamano "tanos", che è l`abbreviazione di "napolitanos", ma ci fu un`ungo tempo in cui arrivarono
soprattutto dal Piemonte e dal Veneto. Il Piemonte di quelli che stanno in fondo alla campagna, e hanno visto Genova e il mare solo per salpare alla volta della fine del mondo.
Da lì all`Argentina partirono soprattutto i salesiani di don Bosco - lui no, lui prese la nave una sola volta, per Civitavecchia, ed ebbe un tal mal di mare da rinunciarci per sempre. Ci si
aspetta un salesiano, dall`Argentina, e invece arriva un gesuita e prende il nome di Francesco. Gesuiti e francescani furono diversi come il chiodo e il nodo, gli uni per la guerra, per le paci
gli altri. "Quasi" dalla fine del mondo, ha detto: a Ushuaia, che si vanta del titolo ed è diventata una meta da pensionati croceristi, lo slogan suonava fatale sull`insegna di una cabina
telefonica. "Locutorio del fin del mundo".
Tutti hanno notato come dal balcone il nuovo papa non ha mai detto la parola "papa", nemmeno salutando il predecessore, "vescovo emerito". Ha parlato a una folla internazionale come se fossero
tutti romani. E si è chiamato Francesco. Mi ricordo della predica agli uccelli, corvi, direi, come nella favolosa tavola di Santa Croce in cui se ne stanno neri appollaiati ordinatamente sulle
file di rami ad ascoltare quello che i romani non avevano voluto ascoltare. Altro che parlare con gli uccellini. Ora che un Francesco è arrivato nelle stanze del papa, bisognerà trovare un nome
che non sia "corvo" per i delatori e gli intriganti di palazzo, senza calunniare i bravi corvi. E i bravi lupi, anche.
Un uomo di 76 anni, e senza un polmone, ce la farà? Riuscirà almeno a far ricordare l`eventualità di un mondo in cui, come sperava Cesare Zavattini, buonasera voglia dire davvero buonasera? Cari fratelli e sorelle, ha detto. Della triade libertà-eguaglianza-fraternità, è la terza a segnare il suo esordio: la più ferita. Lui ha quattro fratelli e sorelle, e oggi, per legge in Cina, perché sì da noi, si vive di figli unici. Sia fatta almeno una fratellanza-sorellanza di elezione: fratello sole sorella luna- oppure, in tedesco, sorella sole fratello luna. E i poveri. Se ho capito bene, si preoccupa proprio dei poveri questo prete, non solo dei poveri di spirito. Non occorre aspettarsi che dica cose clamorosamente nuove sulla sessualità: basterebbe che non si accanisse tanto a ridire sulla sessualitàle cose clamorosamente vecchie. Intanto, è bellissimo che abbia lavato i piedi ai malati di Aids. Dovremmo farlo tutti, essere malati di Aids o lavargli i piedi. I gesuiti non sono più quelli, dopo Carlo Maria Martini e la Civiltà Cattolica di padre Spadaro: formidabili, erano, una volta, ma esagerarono col nero, e fornirono il peggiore dei modelli di cinismo, cospirazione, e paranoia delle cospirazioni. La combinazione fra Ignazio e Francesco promette di dare aria ai tendaggi e alle cassette di sicurezza del Vaticano, e di tirar fuori dal luogo comune anche l`anniversario del Principe di Machiavelli. Gran colpo, questo conclave. Poi c`è la faccia triste. I messaggi dall`Argentina, di quelle e quelli che hanno pianto alla notizia, non di commozione, ma di dolore e offesa. «"Non posso crederlo. Sono così angosciata che non so che fare. Ha avuto quello che voleva. Vedo Orlando nella cucina di casa, qualche anno fa, che dice: `Vuole esser Papa`. È la persona giusta per coprire il marcio, è esperto. Il mio telefono non smette di squillare. Fito mi ha chiamato piangendo". Ha la firma di Graciela Yorio, sorella del sacerdote Orlando Yorio, che denunciò Bergoglio come responsabile del proprio sequestro e delle torture patite per cinque mesi nel 1976. Il Fito che l`ha chiamata costernato è Adolfo Yorio, suo fratello. Ambedue hanno dedicato anni a continuare le denunce di Orlando, teologo e sacerdote terzomondista che morì nel 2000 con l`incubo che ieri si è realizzato...». Messaggi così, cui Horacio Verbitsky fa instancabilmente eco. Verbitsky è uomo di forti giudizi e forti pregiudizi. L`arcivescovo di Buenos Aires respinse le accuse, che non possono dirsi provate. Nel 2000 chiese perdono a nome dell`intera chiesa argentina: «Siamo stati indulgenti verso le posizioni totalitarie ... Attraverso azioni e omissioni abbiamo discriminato molti dei nostri fratelli, senza impegnarci abbastanza nella difesa dei loro diritti. Supplichiamo Dio che accetti il nostro pentimento e risani le ferite del nostro popolo ...». Si rimane turbati, anche rifiutando di giudicare. Si vuole credere che, se le ombre di un passato così atroce fossero troppo pesanti, il papa avrebbe allontanato da sé la chiamata. L`aveva fatto, pare, la volta scorsa: forse ha pensato che la seconda volta bisogna comunque dire: "Eccomi", senza aspettare la terza per capire, come Samuele. Se l`orrore degli armi dei generali e dei desaparecidos e dei loro bambini rapiti l`avesse imprigionato sia pure nel vastissimo cono d`ombra dell`omissione, come condizionerà il futuro? «Non è questo il punto», ha tagliato corto Ming. Però è un punto cruciale, come per Pio XII e la Shoah. Tuttavia le chiese, la cattolica più generosamente e ambiguamente, non fanno del peccato un impedimento fatale alla santità, e spesso ne fanno una premessa. Chi si astenga dal giudicare - dal condannare e dall` assolvere - può chiedersi se, qualunque sia quel passato, esso chiuda la strada a un pontificato degno e anche mirabile. La risposta è: no.
Le Madri di Plaza de Mayo
soy Madre yo también!
Un articolo di molti anni fa: tra i tanti che stanno ricircolando in rete da ieri sera,
quando il nuovo Papa Francesco si è affacciato sorridente davanti ai suoi fedeli, in Piazza San Pietro.
C’hanno messo 24 ore a scegliere il nuovo Papa, un conclave rapido, che fa immaginare una volontà comune nel scegliere quel nome, senza eccessivi scontri di potere. Si vede che esser collusi coi
colonnelli argentini da punti, che aver presidiato ad interrogatori e torture, aver avallato una delle più sanguinose dittature del sud America rende infinitamente vicini alla gerarchia
ecclesiastica dei livelli più elevati.
E’ stato già scritto e detto molto su Jorge Maria Bergoglio, quando era ad un passo dalla poltrona più ambita del Vaticano, al precedente Conclave che incoronò Papa Benedetto XVI, quello dalle
foto di gioventù a mano tesa. Insomma, tutto rimane nella tradizione:
Giovanni Paolo II sottobraccio a Pinochet ce lo ricordiamo tutti, le foto dell’album di famiglia di Ratzinger son complicatissime da dimenticare, ed ora lui, decisamente più “attivo” dei suoi
predecessori.
Il commento di una delle donne di Plaza De Mayo è chiaro, nel momento in cui le chiedono un commento a riguardo: “Amèn”.
Padre Bergoglio e i
due preti di strada nell’Argentina prigioniera del passato
di Omero Ciai
in “la Repubblica” del 16 marzo 2013
La chiesa di San José, nel quartiere Flores, è diventata in questi giorni il luogo principe di Buenos Aires. È qui, in un quartiere di classe media non
lontanissimo dal centro, che Papa Bergoglio è cresciuto. Sulla scalinata della chiesa un reporter Cnn filma dichiarazioni dei fedeli. Molti si schermiscono, molti altri rispondono. Una signora di
mezza età si aggiusta delicatamente i capelli, si mette gli occhiali e fissa la telecamera: «Bergoglio? Fantastico, io venivo in questa chiesa quando c’era lui. Lo conosco benissimo, è un uomo
olcissimo». Tutti entusiasti, tutti si lasciano andare ai ricordi. Ma c’è un’altra Argentina che condivide meno l’emozione per il nuovo Papa. L’ultimo colpo lo ha sparato
Estela Carlotto, la moderata Estela, presidente delle Abuelas de Plaza Mayo, le famose cacciatrici di bambini sottratti dai militari alle famiglie dei desaparecidos. Una piaga infinita
d’Argentina. «Bergoglio rappresenta la Chiesa che oscurò la storia di questo paese — ha detto — .E lui, in particolare, non si avvicinò mai a noi per aiutarci». È una ferita profonda, lacerante,
quella delle vittime della dittatura con la Chiesa argentina. Difficile da rimarginare anche dopo i mea culpa della Chiesa e i numerosi processi degli ultimi anni nei quali sono stati condannati
i militari responsabili dei crimini della dittatura. Così mentre il paese festeggia il suo Papa, le “Madri” non riescono a dimenticare quando pregavano davanti alla cattedrale nella Plaza de Mayo
per i loro figli scomparsi e nessuno le credeva. La Chiesa allora era divisa. Molti collaborarono con i generali perché “combattevano i comunisti” e
il “Proceso”, così si chiamò la liquidazione sistematica degli oppositori, aveva il compito di liberare il paese dai “senza Dio”. L’ultima Inquisizione. Ma Bergoglio?
Papa Francesco che a quell’epoca aveva quarant’anni ha davvero qualche responsabilità diretta?. Il caso che chiama in causa Bergoglio è quello di due sacerdoti gesuiti che vennero arrestati e
torturati dai militari nel 1976. Orlando Yorio, morto qualche anno fa, e Franz Jalics, che da molti anni vive in Germania. Nella ricostruzione della vicenda che fece, raccogliendo testimonianze
dell’epoca, il giornalista Horacio Verbintsky, Bergoglio emerge tra le ombre come il responsabile della Congregazione dei gesuiti che consegnò o che comunque non difese i due sacerdoti dai
militari. Paura o complicità? Qui le posizioni si dividono. Perez Esquivel dice: «Non ho mai creduto che Bergoglio fosse complice della dittatura, ma penso che nei momenti più difficili gli sia
mancato il coraggio di accompagnare la nostra lotta per i diritti umani». Altri invece non concedono indulgenza e mettono tutta la Chiesa nello stesso sacco, quello delle fotografie con Pio
Laghi, l’allora criticatissimo nunzio apostolico in Argentina, che stringeva la mano al dittatore Videla.
Bergoglio ha sempre sostenuto
di aver aiutato i due sacerdoti accusati di essere vicini alla guerriglia e, anzi, di aver incontrato i vertici militari più volte per intercedere e ottenerne l’immediata liberazione. Chi lo
accusa invece sostiene il contrario. Ne fu complice per liberarsi di due gesuiti vicini alla Teologia della Liberazione. Prove certe però non c’è ne sono, si tratta nel migliore dei casi di
illazioni. L’unico dei due sacerdoti ancora in vita, Franz Jalics, ha detto di essere “in pace” con Papa Bergoglio, di averlo incontrato anni fa a Buenos Aires, quando era vescovo della capitale,
e di aver celebrato Messa con lui e di averlo “abbracciato solennemente”. Jalics e Yorio, erano due preti di
frontiera, impegnati in una delle tante favelas — si chiamano “villas” — del Gran Buenos Aires. Vennero arrestati e interrogati con l’accusa di collaborare con laguerriglia. Dopo il primo
interrogatorio, sostiene Jalics, avrebbero dovuto essere rilasciati subito, invece rimasero cinque mesi bendati e con le mani e i piedi legati nel lager dell’Esma, la scuola ufficiali della
Marina nel centro di Buenos Aires.Storia chiusa? Nemmeno per sogno. L’elezione del Papa ha diviso l’Argentina. Chi lo difende accusa il governo di Cristina
Kirchner di comprometterlo con la dittatura perché non voleva che fosse eletto avendo sempre avuto rapporti freddissimi con l’arcivescovo della capitale. E temendo che ora, da Pontefice, possa
avere più forza contro il suo governo. “Pagina 12”, che è ormai il giornale ufficiale della Kirchner, ha titolato la copertina con l’esclamazione “Mio Dio” quando è arrivata la notizia del
risultato del conclave. E nonostante dalla Casa Rosada, la sede della presidenza, siano giunte raccomandazioni di moderare i termini, perché ora è meglio fare buon viso a cattivo gioco, i leader
peronisti non nascondono il loro disappunto per la nomina di Bergoglio. C’è l’Argentina che piange le sue vittime, accusa e non perdona. E quella che guarda avanti emozionata di aver finalmente
tra i suoi figli addirittura un Papa.
“Le donne sono per natura inette ad esercitare incarichi politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo é l’essere politico per eccellenza; le scritture ci dimostrano che la donna è sempre l’appoggio dell’uomo che pensa e agisce, ma null’altro che questo”. PAPA FRANCESCO
Qui l’articolo trovabile su PeaceReporter: LINK
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Nero
Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, un anno fa, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente.
I fatti riferiti da Verbitsky. Nei
primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e
molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i
sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle
comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella
gente povera che faceva affidamento su di loro.
La svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti
immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi
giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta
meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate
persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato
fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica
della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.
Botta e risposta. Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza. E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò l’arcivescovo – tra l’altro perché no ho mai creduto che lo fossero”.
Ma…Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio, morto nel
2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo
la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva
bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo
avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo
fece”.
Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura militare, abbia svolto attività politica
nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del Novecento, legata al
nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti
fosse collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro. Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io non conosco casi moderni di vescovi che
abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo
politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo.
Oggi. Nonostante non abbia mai ammesso le sue colpe, il presidente dei vescovi argentini ha spinto la Chiesa del paese latinoamericano a pubblicare una sorta di mea culpa in occasione del 30esimo anniversario del colpo di Stato, celebratosi lo scorso marzo. “Ricordare il passato per costruire saggiamente il presente” è il titolo della missiva apostolica, dove viene chiesto agli argentini di volgere lo sguardo al passato per ricordare la rottura della vita democratica, la violazione della dignità umana e il disprezzo per la legge e le istituzioni. “Questo, avvenuto in un contesto di grande fragilità istituzionale – hanno scritto i vescovi argentini – e reso possibile dai dirigenti di quel periodo storico, ebbe gravi conseguenze che segnarono negativamente la vita e la convivenza del nostro popolo. Questi fatti del passato che ci parlano di enormi errori contro la vita e del disprezzo per la legge e le istituzioni sono un’occasione propizia affinché come argentini ci pentiamo una volta di più dai nostri errori per assimilare l’insegnamento della nostra storia nella costruzione del presente”.
Tanti tasselli, quelli raccolti dal giornalista argentino nel suo libro che ci aiutano a vedere un po’ meglio in un mosaico tanto complesso quanto doloroso della storia recente di Santa Romana Chiesa.
Stella Spinelli