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LA SOCIETÀ ORIZZONTALE

Dalla scuola ai sindacati, dai partiti agli editori fino ai critici, le istituzioni sono sempre più discusse in nome di un presunto rapporto diretto tra individui che cancella la mediazione. Vanno rinnovate e cambiate per garantire un ruolo diverso tra istituzioni e persone, ma che conviene  che  ci sia  e garantisca  una partecipazione maggiore, un contributo e una maggiore responsabilità e libertà degli uomini e delle donne.

 

Nel nostro tempo spira un vento forte in direzione contraria alla funzione sociale delle istituzioni. Gli esempi sono molteplici e investono anche la nostra vita collettiva: dalla famiglia alla Scuola, dai partiti ai sindacati, dall' editoria alla vita affettiva, assistiamo ad una caduta tendenziale della mediazione e della sua funzione simbolica. Di fronte ad una bocciatura i genitori tendono ad allearsi con i loro figli più che con gli insegnanti; possono cambiare scuola o impugnare la loro causa rivolgendosi ai giudici del Tar; il ruolo educativo da parte di un adulto suscita spesso il sospetto di un abuso di potere; la Rete offre la possibilità a chi ritiene di essere uno scrittore di farsi il proprio libro online senza passare dal giudizio degli editori; la figura del critico, che faceva da ponte tra opera e pubblico, è oramai azzerata; le amicizie non passano più dalla mediazione indispensabile dell' incontro dei volti e dei corpi, ma si coltivano in modo immateriale sui social networks; di fronte alla dimensione necessariamente snervante del conflitto politico si preferisce l' opzione della violenza o dell' insulto. Anche i sintomi che affliggono la vita delle persone hanno cambiato di segno; mentre qualche decennio fa apparivano centrati sulle pene d' amore, sull' importanza irrinunciabile del legame sociale, oggi non è più la rottura del legame a fare soffrire, ma è l' esistenza del legame che viene avvertita come fonte di disagio. Un disagio diffuso soprattutto tra i ragazzi.

 

La funzione di figure, ruoli e soggetti che fanno da tramite  é anche quella di costruire una traduzione simbolica delle cose, perché ci obbligano a non ridurre la vita alla nostra esperienza - L’esempio più chiaro è quello della giustizia. Una persona, non è bello, non  è bene, opportuno che si faccia giustizia da sola (a parte il fatto che la giustizia sarebbe governata dalla forza, dalla ricchezza, dal denaro) conviene a tutti che esistano, delle leggi, delle regole, un apparato pubblico, con un funzionamento, un codice e una procedura, tutti definiti dalla legge, che intervengono in caso di controversia e conflitto tra i cittadini                    

 

Milioni di giovani vivono, nel mondo cosiddetto civilizzato, come prigionieri volontari. Hanno interrotto ogni legame con il mondo, si sono ritirati nelle loro camere, hanno abbandonato scuola e lavoro. Questa moltitudine anonima preferisce il ritiro, il ripiegamento su di sé, alla difficoltà della traduzione imposta dalla legge della parola. È un segno dei nostri tempi. Il Terzo appare sempre più come un intruso. Eppure non c' è vita umana che non si costituisca attraverso la mediazione simbolica dell' Altro. Il pianto angosciato di un bambino nella notte ci chiama alla risposta, alla presenza, ci convoca nella nostra responsabilità di accogliere la sua vita. Il mito del farsi da se stessi, dell' autogenerazione, come quello del farsi giustizia da sé, è un mito che il liberismo contemporaneo ha assunto come un suo stemma. In realtà nessuno è padrone delle sue origini, come nessuno può essere salvatore del mondo. Non esiste comunità umana senza mediazione istituzionale, senza mediazione simbolica, senza il lavoro paziente della traduzione della lingua dell' Altro. Divento ciò che sono solo passando dalla mediazione dell' Altro (famiglia, istituzioni, società, cultura, lavoro, ecc.) e non solo attraverso le esperienze personali che ho fatto. Nel nostro tempo questa mediazione necessaria alla vita è in crisi. Nel nome di una società orizzontale che esalta i diritti degli individui senza dare il giusto peso alle loro responsabilità evapora la dimensione della mediazione simbolica: fare gli interessi della collettività è percepito come un abuso di potere contro la libertà dell' individuo.

 

Mettere tutto e tutti sullo stesso piano, pensando in questo modo di rifiutare gerarchie e doveri per una maggiore libertà. Azzera i legami di una comunità. Che invece sono utili e decisivi come collanti sociali e rendere solidale una comunità.

 

Questo declino della mediazione simbolica non significa solo che il nostro tempo ha smarrito la funzione orientativa dei grandi ideali della modernità e scorre privo di bussole certe al di fuori dei binari solidi che le grandi narrazioni ideologiche del mondo (cattolicesimo, socialismo, comunismo, ecc) e le sue istituzioni disciplinari (Stato, Chiesa, Esercito) assicuravano, ma manifesta una sorta di mutazione antropologica della vita. L' individualismo si afferma nella sua versione più cinica e narcisistica investendo la dimensione della mediazione simbolica di un sospetto radicale: tutte le istituzioni che dovrebbero garantire la vita della comunità non servono a niente, sono, nella migliore delle ipotesi, zavorre, pesi arcaici che frenano la volontà di potenza dell' individuo o, nella peggiore delle ipotesi, luoghi di sperpero e di corruzione osceni. Ma come? Non è compito delle istituzioni, come dichiarava Lacan, porre un freno al godimento individuale rendendo possibile il patto sociale, la vita in comune? La violenza di questa crisi economica ha prodotto giusta indignazione e sfiducia verso tutto ciò che agisce in nome della vita pubblica, verso tutto ciò che sfugge al controllo diretto del cittadino. Le istituzioni non l' hanno saputa avvertire, frenare, governare. Il caso della politica si impone come esemplare. Il luogo che secondo Aristotele deve riuscire a determinare l' integrazione pubblica delle differenze individuali sotto il segno del bene della polis - il luogo più eminente della traduzione simbolica - si è rivelato corrotto dalla affermazione più scriteriata degli interessi individuali. Il politico liberato dal peso dell' ideologia si è ridotto a un furfante che ruba per se stesso. Eppure non si può rinunciare così facilmente alla politica, l' arte della mediazione. Perché i rischi sono evidenti, li abbiamo visti in questi anni, tra leadership carismatiche e fondazioni mitiche. Li vediamo oggi quando avanza un nuovo populismo che si appoggia sulla democrazia tecnologica garantita dalla Rete per evitare la "truffa" della mediazione politica. Ma il populismo non è forse una forma radicale di pensiero anti-istituzionale che rigetta la mediazione simbolica affermando l' illusione di una democrazia diretta puramente demagogica? In questo senso il liberaleconservatore Lacan replicava alle critiche degli studenti del ' 68 che gli rimproveravano di non autorizzare la rivolta contro le istituzioni che non esiste alcun "fuori" dalla mediazione imposta dal linguaggio. Il destino degli esseri parlanti è infatti quello della traduzione. Lacan disillude l' impeto rivoluzionario degli studenti: non esiste possibilità che una rivolta animata dalla rottura con il campo istituzionale del linguaggio non ricada nella stessa violenza dalla quale avrebbe voluto liberarsi. La rivoluzione porta sempre con sé un nuovo padrone. L' invocazione di una democrazia diretta che reagisca in modo anti-istituzionale alla debolezza e alla degenerazione insopportabile delle istituzioni rischia di spalancare il baratro di un populismo che finisce per gettare via insieme all' acqua sporca anche il bambino. Il grillismo sbandiera una forma di partecipazione diretta del cittadino che rifiuta, giudicandola un ferro vecchio della democrazia, la funzione sociale dei partiti. Ma è un film che abbiamo già visto. È una legge storica e psichica, collettiva e individuale insieme: chi si pone al di fuori del sistema del confronto politico e della mediazione simbolica che la democrazia impone, finisce per rigenerare il mostro che giustamente combatte. Non è solo un insegnamento della storia ma anche, più modestamente, della pratica della psicoanalisi. La rabbia verso i padri, il puro rifiuto di tutto ciò che si è ricevuto, il disprezzo dell' eredità, rischia sempre di generare una protesta sterile, che impedisce di discriminare l' oro dal fango, che fa di tutta l' erba un fascio, e, dulcis in fundo, che mantiene legati per sempre al padre di cui ci si voleva liberare, rieditandone il volto mostruoso e autoritario.

 

MASSIMO RECALCATI  25 novembre 2012

 

I pericoli di un mondo" individuale” in  cui ognuno rappresenta solo se stesso

 

Se si ha l'impressione di un tracollo dell'etica nel mondo in cui viviamo- di uno smarrimento del senso di responsabilità e di comunità -, ciò non dimostra che questa crisi sia realmente in atto.

 

Si sente dire spesso: nel nostro secolo gli interessi materiali regnano incontrastati, e si dimenticano i valori spirituali. Ma è mai esistita quell'età dell'oro di cui si sogna? Di fatto però, nel nostro mondo e nel nostro tempo, stanno avvenendo mutazioni che hanno probabilmente un impatto negativo sul senso morale della popolazione. Perché la morale ha anche a che fare con dei valori condivisi: non è una semplice proiezione individuale, provoca pensieri, relazioni e azioni che hanno conseguenze sociali. L'invenzione dei computers la loro messa in rete influenzano profondamente le nostre attività di comunicazione, e quindi i rapporti tra gli individui e il nostro agire morale.

 

Un secolo fa, l'informazione era scarsa, il telefono difficile da ottenere; le notizie arrivavano a rilento. Oggi l'informazione è permanente e pletorica; ognuno di noi è collegato in permanenza a vaste reti e comunica con un gran numero di persone. Ma al tempo stesso le popolazioni europee, le stesse che fruiscono di queste tecnologie, si lamentano di un crescente senso di solitudine, di isolamento, di abbandono. Il trionfo della comunicazione e la sua sconfitta sembrano avanzare di pari passo.

 

L’informazione sta sempre di più prendendo il posto della formazione

 

Ci si rende conto allora che il termine di comunicazione si riferisce a due funzioni ben distinte: la prima consiste nel trasmettere un' informazione, la seconda nel partecipare alla formazione della persona. Quando parlo con qualcuno, posso comunicargli una serie di dati sull'oggetto del nostro colloquio, ma al tempo stesso mi metto in rapporto col mio interlocutore, anticipo la sua reazione e mi adatto a lui; e così facendo mi trasformo, pur cercando al tempo stesso di influenzarlo a mia volta. Nulla potrà mai sostituire la prossimità di un volto, le sensazioni uditive, olfattive, tattili che risentiamo nel corso di un incontro fisico. Senza di esse viviamo nell'illusione di uno scambio, ma il nostro slancio è devitalizzato. Finiamo per dimenticare che siamo fatti dagli altri, e che la chiave della nostra fragile felicità è nelle loro mani.

 

La politica non va confusa con l'etica, ma è quest'ultima a conferirle un orizzonte. Dalla caduta del muro di Berlino, che ha dato il via all'ascesa di un neoliberismo sempre più potente, assistiamo in Europa a un cambio di prospettiva: come se il tracollo dell'impero sovietico avesse dovuto comportare un deprezzamento dei valori di solidarietà, di uguaglianza, di bene comune, preconizzati ipocritamente da quello Stato e dai suoi satelliti. Secondo la dottrina neoliberista che sottende le decisioni politiche dei nostri governi, l'essere umano è autosufficiente, e gli interessi economici devono prevalere sui nostri bisogni sociali. Ma in un mondo in cui il soddisfacimento dell'individuo è il solo valore condiviso non c'è più posto per l'etica, il cui principio sta nel tener conto dell'esistenza degli altri.

 

La morale non scomparirà ma dobbiamo riscoprire idea di umanità

 

L'etica entra in crisi in un Paese in cui nessuno si preoccupa più di tutelare le proprie risorse naturali, mettendo così a repentaglio la salute e la stessa sopravvivenza delle generazioni future; che rifiuta di investire in infrastrutture accessibili e utili a tutti; che professa il disprezzo per i deboli e i poveri, tacciati di pigrizia o stupidità; che induce a vedere il diverso da noi come una minaccia. Uno Stato che appare immorale erode anche le basi dell'etica dei suoi abitanti.

 

Non siamo di fronte alla minaccia di un tracollo definitivo dell'etica, la quale è inerente alla coscienza umana. La sua scomparsa significherebbe una mutazione della nostra specie in quanto tale. Ma nel breve termine siamo chiamati a reagire a queste trasformazioni. Quella dovuta allo sviluppo tecnologico esige un maggior dominio delle nostre nuove capacità - così come si impara a guidare un'automobile per non mettere in pericolo la propria vita. Mentre le mutazioni originate da un'ideologia comportano di riflesso la necessità di un'altra ideologia, più vicina alla verità delle nostre esperienze, che veda nell'economia un mezzo e non un fine, e riconosca che è l'interumano, il rapporto con l'altro, a fondare l'umano. (Traduzione di Elisabetta Horvat)

 

TZVETAN TODOROV  25 novembre 2012

 

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