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L'INCONTRO TRA FEDE E RAGIONE È NEL DISTACCO DELL'IO
Chi passa in questi giorni in libreria resta colpito dalla quantità di libri di e sul nuovo papa: tra editori piccoli e grandi, di area cattolica (San Paolo, Jaca Book ecc.) e non (Rizzoli, Giunti, Mondadori ecc.), sono presenti più di una decina di titoli, alcuni dei quali ai vertici delle classifiche di vendite.
L’elezione del papa ha rinnovato anche nei non credenti, l’interesse per la chiesa
Ma una verità fondata sul credo non può essere riconosciuta dagli eredi dell’illuminismo
L'elezione di Francesco e i suoi primi gesti hanno riacceso nell'opinione pubblica l'interesse per la Chiesa. Un interesse fatto di stupore, di fronte alla inaspettata vitalità dell'antica istituzione, ma anche con una notevole dose di più o meno esplicita ammirazione, che fa venire alla mente l'osservazione di un uomo non certo sospetto di apologetica cattolica: «La finezza dell'alto clero - le figure più nobili della società umana, ove domina il superiore disprezzo per la fragilità del corpo e della sorte, come è degno del soldato nato- ha sempre dimostrato per il popolo le verità della fede».
Quello che Nietzsche, perché di lui si tratta, chiama disprezzo per le vicende della propria vita fisica e della sorte, non è altro che il distacco dall'Io, ovvero quella rinuncia a se stessi che è il nucleo dell'insegnamento evangelico, e con la quale si apre la dimensione dello spirito. È il frutto di una conversione, nel senso etimologico, ovvero di un rivolgersi non più verso il mondo e i suoi valori, e di una fede nell'assoluto. Chiunque, laico o religioso che sia, avverte, tanto istintivamente quanto profondamente, la nobiltà, la bellezza di questo distacco e di questa fede, ovunque si manifestino. Peraltro, non si tratta qui affatto di adesione a un credo. Infatti questo sentimento di rispetto e ammirazione viene meno, anzi si converte in un moto di ripulsa quando sente proclamare una dogmatica, una teologia, con i suoi risvolti morali e finanche politici. Quali sono allora le verità della fede «dimostrate per il popolo» da quelle aristocratiche figure? La risposta non è semplice. Per alcuni le verità sono la dogmatica tradizionale, come più o meno si recita ancora nel Credo, ma certo non è così per molti altri, sia pure cristiani, nei quali il passaggio per la scienza contemporanea, che chiameremo illuminismo, non è avvenuto invano. Prendendo ancora a prestito le parole di Nietzsche, «quando la mattina di domenica udiamo le campane ci chiediamo: ma è mai possibile? Ciò si fa per un ebreo crocifisso, che diceva di essere il figlio di Dio, un Dio che genera figli con una donna mortale, un saggio che incita a non lavorare più, a non pronunciare più sentenze, a badare invece ai segni della prossima fine del mondo, una giustizia che accetta l'innocente come vittima vicaria; qualcuno che comanda ai suoi discepoli di bere il suo sangue; peccati commessi contro un Dio, espiati da un Dio... chi crederebbe che una cosa simile viene ancora creduta?».
È qui che il laico prende le distanze, difende la verità, guardando con commiserazione alla fede come credenza, rispettata solo per un politicamente corretto senso di tolleranza, ma in realtà considerata cosa da bambini, da sciocchi o, peggio, da ipocriti. Il problema sta infatti proprio nel concetto di fede come credenza, che, in quanto tale, confligge spesso con la verità storica, scientifica e assume perciò le vesti di una inaccettabile finzione. In realtà la fede non è affatto credenza, ma il contrario: è distacco, ovvero il movimento del pensiero che, rivolto all'assoluto, spazza via ogni credenza, riconoscendone la finitezza. Come insegna san Giovanni della Croce, la fede non produce credenza o scienza alcuna, ma conduce nella "notte", nel "nulla" - ovvero fa il vuoto di ogni presunto sapere, rendendo l'intelligenza finalmente libera da ciò che la teneva legata. Questa è propriamente la verità della fede, non delle cosiddette "verità di fede", intese come credenze sostitutive della scienza o integrative della medesima, come se la fede completasse la scienza con chissà quale strumento.
La dogmatica e la superstizione sono state sconfitte dalla scienza sul piano scientifico
Il patrimonio della tradizione religiosa fornisce alimento alla riflessione senza per questo dover diventare verità di scienza. Anzi, non vuole affatto diventare tale, dal momento che il suo spazio proprio è l'interiorità, il luogo della riservatezza, del silenzio, che è, anche etimologicamente, il mistico. Così ad esempio, il racconto biblico di Abramo, che abbandona la sua patria e parte per una terra sconosciuta, sulla fiducia nella parola di un Dio che gli comanda addirittura il sacrificio del figlio, ha nutrito la profonda riflessione di filosofi come Hegel e Kierkegaard. E ciò anche se sappiamo che si tratta di un mito fondatore di una comunità, anche se non v'è mai stato un Abramo e il sacrificio del primogenito rimanda a una pratica allora comune a molti popoli semiti. O, ancor più significativamente, il racconto evangelico della concezione verginale di Gesù fa riflettere sulla nascita di un Dio che è spirito e deve perciò generarsi non al di fuori, ma nel più profondo di noi stessi. Pensare invece che descriva un "miracolo" per convincere gli increduli della verità del cristianesimo, in primo luogo riduce la fede a credenza in storie esteriori, la trasforma in una teologia, ovvero ideologia, con un dio-ente tappabuchi, supposto come trascendente, ma in realtà a servizio dell'interesse particolare.
Ma sul terreno dello spirito la conversione all’assoluto è verso l’interiorità
In secondo ma non secondario luogo, se anche la ragione cade nell'errore di considerare la fede come credenza e resta priva della fede come riferimento all'assoluto, che è ciò che la fa davvero ragione in senso pieno, si situa anch'essa sul medesimo piano della credenza, ideologia a servizio del piccolo Io e dei suoi molteplici interessi. Tutto ciò è stato descritto magistralmente da Hegel, nelle pagine sul conflitto tra l'illuminismo e la superstizione della sua Fenomenologia dello spirito (attenti al titolo!). L'illuminismo combatte la fede sul terreno della storia, della scienza, e vince il confronto, perché in quel campo ha ragione. Così, magari dimostrando la falsità di un documento o di un fatto storico, sul quale la fede si basa, crede di averla sconfitta. Il punto è però che quella non è fede ( Glauben ), ma superstizione ( Aber-glauben ), perché la fede non è affatto una credenza, bensì un sapere, conoscenza non di fatti esteriori ma dello spirito e nello spirito, che non dipende da questo o quel documento o fatto storico. Il dramma è che tutto ciò è ignoto non solo alla raison illuministica, ma anche alla fede, che resta quasi sempre a livello di superstiziosa credenza e perciò genera una teologia come presunto sapere.
Il conflitto ragione-fede esiste dunque solo quando la prima non è vera ragione e la seconda non è vera fede. Alla riflessione hegeliana che abbiamo appena evocato fa perciò eco la antica parola della Chandogya Upanishad: «Solamente quando si ha fede si pensa. Chi non ha fede non pensa. Pensa solamente colui che ha fede». Quanto tutto questo sia compatibile con le forme di cristianesimo e di chiesa oggi storicamente presenti costituisce - credo - il vero problema religioso del nostro tempo. Ben oltre lo stupore e l'ammirazione, peraltro passeggeri, che abbiamo ricordato all'inizio.
MARCO VANNINI
"Scrivere è trovare il bene dove c'è il male"
di Antonio Monda, la Repubblica, 15/04/2013
Intervista a Karen
Russell, autrice dalla raccolta "Un vampiro tra i limoni".
New York È un anno estremamente interessante per la narrativa americana: alcuni dei libri migliori tra quelli usciti in questi ultimi mesi sono raccolte di racconti brevi (George
Saunders e Don DeLillo), hanno ambientazioni assolutamente anomale come la Corea del Nord (Adam Johnson) o rifuggono il realismo, sconfinando nella letteratura di genere. È il caso di Karen
Russell, che con Un vampiro tra i limoni (Elliot, traduzione di Veronica La Peccerella) conferma di essere uno dei talenti più interessanti tra gli scrittori venuti alla ribalta
negli ultimi anni.
Trentaduenne, nativa di Miami, si è messa in luce con una prima raccolta di racconti intitolata St. Lucy's Home for Girls Raised by Wolves a cui ha fatto seguito il romanzo
Swamplandia, uno dei tre libri finalisti al Pulitzer lo scorso anno, edizione in cui non venne assegnato il premio. I suoi racconti sono pubblicati regolarmente dal New Yorker e
da Granta ed è già diventata un punto di riferimento per l'originalità del linguaggio, la fantasia visionaria e la dimensione spirituale controcorrente. Un vampiro tra i limoni,
definito dalla New York Review of Books «un libro di primissimo livello scritto da un'autrice dall'enorme talento», raccoglie otto racconti che sconfinano spesso nel paranormale, ma sin
dalle prime righe è evidente che per questa giovane scrittrice la fantasia è un modo di rappresentare la realtà per rivelarne la verità più intima: non è un caso che tra gli autori di riferimento
citi Kafka ed Edgar Allan Poe. «Ma se dovessi fare la lista degli scrittori che amo e mi hanno formato rimarremmo a parlare due giorni», racconta nel suo studio al Bard College, «e dovrei
aggiungere Borges, Calvino, Carson Mc-Cullers e Denis Johnson. Tuttavia forse, più di ogni altra, voglio citare Flannery O'Connor. Ma ho paura a nominarla».
Perché?
«Ho paura che mi venga a tirare i piedi la notte perché ho osato paragonarmi a lei: è una grandissima autrice che dovrebbe conoscere non solo ogni lettore, ma soprattutto ogni scrittore».
In cosa le è debitrice?
«Nel cercare in ogni cosa, in ogni persona, la presenza del bene che può superare quello del male. Nel cercare di vedere la grazia e la redenzione, nel non aver paura dei sentimenti senza essere
sentimentale. Lei ci è certamente riuscita, io non so. Ammiro enormemente che una scrittrice con una fede così profonda abbia il coraggio di non proporre il lieto fine, ma anzi sia spesso brusca
e spiazzante: i suoi libri sono esperienze di trasformazione».
Nei racconti che ha appena pubblicato la dimensione paranormale si fonda con quella morale e religiosa. È così?
«Io amo considerarli racconti realistici, come considero realistico
Kafka: raccontava quello che provava sulla propria pelle, ed è stato in grado di vederlo e poi rappresentarlo con la lucidità visionaria dell'arte. Leggendolo, molti
hanno compreso di provare gli stessi spasmi, ed è uno dei motivi della sua grandezza. Per quanto riguarda la religione sono di educazione cattolica e nonostante non sia praticante il mio mondo è
quello. Una volta ebbi una discussione con mia madre, la quale mi chiese da dove venissero tutti i mostri che racconto nelle mie storie. Io le ho risposto che lei invece ogni domenica beve il
sangue del suo Dio. Poi mi sono chiesta se non fossero due modi di vedere una stessa verità: penso che la spiritualità non sia mai separata dalla realtà. E ritorniamo ancora una volta a Flannery
O'- Connor».
Le piacciono gli scrittori realistici?
«Certo, ammiro ad esempio Jonathan Franzen, ma se chiede per chi mi batte il cuore penso subito al suo amico e rivale David Foster Wallace, non solo per il suo sguardo, ma anche per la sua
distanza da ogni moralismo. E come quest'ultimo appezzo molto gli scrittori popolari, come ad esempio Stephen King».
Da dove nasce il suo sguardo sulla realtà?
«Oltre alla formazione religiosa, uno degli elementi è certamente dovuto al fatto di essere originaria della Florida: chi conosce il mio Stato sa che è un luogo primitivo e sublime, magico e
noioso, terrorizzante e volgare. Ed è un luogo che ha l'oceano, che affaccia sul mondo, ma anche l'interno paludoso e stagnante».
Un suo racconto ha per protagonisti veterani del Vietnam. Perché?
«Mio padre ha combattuto in Vietnam e questo certamente mi ha influenzato. Ma ho cercato di raccontare come la storia si possa manipolare, e persino la guerra possa essere scatenata da pretesti e
menzogne: senza andare troppo indietro nel tempo penso alle armi di distruzione di massa».
Il racconto che dà il titolo al libro è ambientato a Sorrento.
«Sono stata a Sorrento e me ne sono innamorata. Ma il ricordo più forte che ho è quello di mia sorella che si sentì male, e in quel posto meraviglioso cercammo di darle un po' di sollievo con del
succo di limone. Poi la fantasia mi ha portato altrove, ma credo che anche in questo caso si possa parlare della ricerca della grazia e della redenzione offerta dal dolore. E a questo punto
dovrei citare nuovamente O'Connor, ma continuo ad aver paura».