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VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti

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Un uomo, un profeta

 

 

 matini 1 link Cohen - Alleluja .  Clicca con il tasto destro del mouse su link e con il sinistro su "apri in una nuova scheda" ascolterai la musica e leggerai gli articoli ( C'E' PRIMA DELLA PUBBLICITA') 

 

 

MARTINI, LA PROMESSA DI PISAPIA "GLI DEDICHEREMO UN LUOGO SIMBOLO" - BOERI: IN OTTOBRE UNA GIORNATA DI STUDIO A PALAZZO REALE 

Carità e cultura: la lezione di Carlo Maria Martini

Don Virginio Colmegna

Il ricordo di Carlo Maria Martini, stampato indelebile nel mio cuore, é un ricordo di affettuosa riconoscenza perché il cardinale ha segnato profondamente la mia vita e il mio essere prete. Da maestro spirituale, mi ha insegnato che la motivazione profonda e autentica si custodisce nell’ascolto quotidiano: la Parola va riportata alla sua radice contemplativa che fa scoprire il linguaggio gioioso della carità, gratuita, accolta e vissuta.

Chi gli è vicino ricorda cosa significassero per lui la comunicazione di fede e il dialogo con i giovani. Per lui era importante che l’annuncio della bellezza del Vangelo raggiungesse la coscienza delle persone in un dialogo che iniziasse dall’accoglienza delle diversità. Ricordo che una volta mi disse: “Per credere bisogna accettare di far parlare il non credente che è in noi”. La Fede a cui ci educava non era emotività passeggera, ma solido dialogo, prima di tutto, con se stessi.

In un illuminate intervento che fece a un convegno promosso dalla Caritas, di cui ero direttore, di fronte a tanti psichiatri e pazienti iniziò leggendo il Vangelo, con l’indemoniato di Gerasa che riprende a star bene. Quella lettura portò una grande lezione di valenza terapeutica, rendendo familiari quelle pagine a tutti, credenti e non. Quel passo del Vangelo, per alcuni già sentito, per altri letto per la prima volta, divenne portatore di un pensiero culturalmente innovativo: sanciva il profondo legame tra carità e cultura. Il nostro centro studi Souq, che propone nuovi modelli di comprensione della sofferenza urbana mettendo in rete il pensiero di intellettuali e professionisti delle grandi metropoli del mondo, non sarebbe sorto senza la magistrale lezione di Martini a quel convegno.

Quando mi chiese di progettare con lui la Casa della carità, insistette perché fosse un luogo ospitale, segnato dalla gratuità ma anche una vera accademia di cultura e di ricerca. Parlò di eccedenza della carità, dicendo che la parola “carità” doveva essere ripulita da una visione assistenziale e portata al pieno valore di cittadinanza. Invitò sempre a custodire la dimensione di preghiera contemplativa per sfidare l’ovvietà: Casa della carità non poteva essere semplicemente un’opera caritativa ma doveva raccontare una storia di speranza. Grazie Carlo Maria! Speriamo di poter continuare, pur nelle difficoltà che la crisi economica e culturale ci impone, questo cammino, uno tra i tanti doni che che hai lasciato alla nostra città

Don Virginio Colmegna

Presidente del Centro ambrosiano di solidarietà e del progetto Equal "Sviluppo territoriale del welfare di responsabilità".

Biografia:

Don Virginio Colmegna nasce a Saronno il 1° agosto 1945.

Studia latino e greco come privatista per essere ammesso al seminario di Venegono.
Viene ordinato sacerdote il 28 giugno 1969 e, nel settembre dello stesso anno, consegue la licenza in Teologia.
Diventa viceparroco in una parrocchia della periferia di Milano, dove rimane fino al 1976.

Collabora per diversi anni con l'Azione Cattolica, soprattutto in riferimento a giovani studenti, e con la FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana).

Dai primi anni Ottanta promuove diverse cooperative di accoglienza, entra nell'Ufficio Vita Sociale e Lavoro della diocesi di Milano come assistente diocesano del Movimento dei Lavoratori e diventa vicepresidente del CNCA, Coordinamento Nazionale delle Comunità d'Accoglienza.

Nel 1990 è nominato parroco della parrocchia "Resurrezione" di Sesto San Giovanni, in provincia di Milano.
Nel 1993 il cardinal Carlo Maria Martini lo nomina direttore della Caritas Ambrosiana. Nel 1998 viene nominato direttore della delegazione regionale Caritas Lombardia e presidente dell'Agenzia solidarietà per il lavoro, impegnata nel reinserimento lavorativo dei detenuti.

Il cardinal Martini, prima di lasciare Milano nel 2002, desideroso di creare un luogo che accogliesse le persone in difficoltà, fonda la Casa della Carità e nomina presidente della Fondazione don Colmegna.

Oggi don Colmegna è presidente del progetto Equal "Sviluppo territoriale del welfare di responsabilità" e presidente del Centro ambrosiano di solidarietà.

Auguri

Nei tempi che viviamo avvertiamo una grande urgenza. Quella di creare occasioni di dialogo e fraternità fra i popoli e le persone. Per perseguire pienamente questi valori è necessario fondarli su progetti di giustizia e di pace in un'ottica di sviluppo, che sia sempre più equo e compatibile per tutti. Così come bisogna riproporre continuamente la dimensione etica e di responsabilità verso il bene comune. Solo così possiamo far germogliare la speranza.
Ce la possiamo fare stando nel mezzo delle situazioni e realizzando fatti realmente concreti e tangibili soprattutto nel quotidiano. Perchè sono proprio i piccoli semi di solidarietà e di pace che dobbiamo far crescere in questo mondo così tanto lacerato dai conflitti. Un mondo che mai come in questo momento ha bisogno di ritrovare pienamente la propria energia affinché tutti i fenomeni più grandi e complessi, carichi della tragicità della violenza, siano attraversati da un immenso desiderio

 

del 9 settembre 2012

“Quegli operai con il volto nascosto e l’elmetto Cgil” di ADRIANO SOFRI da La Repubblica del 10 settembre 2012

“L’OPERAZIONE-ANESTESIA SUL CARDINAL MARTINI” di VITO MANCUSO da La Repubblica del 9 settembre 2012

CON uno zelo tanto impareggiabile quanto prevedibile è cominciata nella Chiesa l’operazioneanestesia verso il cardinal Carlo Maria Martini, lo stesso trattamento ricevuto da credenti scomodi come Mazzolari, Milani, Balducci, Turoldo, depotenziati della loro carica profetica e presentati oggi quasi come innocui chierichetti. A partire dall’omelia di Scola per il funerale, sulla stampa cattolica ufficiale si sono susseguiti una serie di interventi la cui unica finalità è stata svigorire il contenuto destabilizzante delle analisi martiniane per il sistema di potere della Chiesa attuale. Si badi bene: non per la Chiesa (che anzi nella sua essenza evangelica ne avrebbe solo da guadagnare), ma per il suo sistema di potere e la conseguente mentalità cortigiana. Mi riferisco alla situazione descritta così dallo stesso Martini durante un corso di esercizi spirituali nella casa dei gesuiti di Galloro nel 2008: “Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie, perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al papa stesso”. E ancora: “Purtroppo ci sono preti che si propongono di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato. Dobbiamo chiedere a Dio il dono della libertà. Siamo richiamati a essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero”.
Quello che è rilevante in queste parole non è tanto la denuncia del carrierismo, compiuta spesso anche da Ratzinger sia da cardinale che da Papa, quanto piuttosto la terapia proposta, cioè la libertà di parola, l’essere trasparenti, il dire la verità, l’esercizio della coscienza personale, il pensare e l’agire come “cristiani adulti” (per riprendere la nota espressione di Romano Prodi alla vigilia del referendum sui temi bioetici del 2005 costatagli il favore dell’episcopato e pesanti conseguenze per il suo governo). È precisamente questo invito alla libertà della mente ad aver fatto di Martini una voce fuori dal coro nell’ordinato gregge dell’episcopato italiano e a inquietare ancora oggi il potere ecclesiastico. Diceva nelle Conversazioni notturne a Gerusalemme:
“Mi angustiano le persone che non pensano, che sono in balìa degli eventi. Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti”. Ecco il metodo-Martini: la libertà di pensiero, ancora prima dell’adesione alla fede. Certo, si tratta di una libertà mai fine a se stessa e sempre tesa all’onesta ricerca del bene e della giustizia (perché, continuava Martini, “la giustizia è l’attributo fondamentale di Dio”), ma a questa adesione al bene e alla giustizia si giunge solo mediante il faticoso esercizio della libertà personale. È questo il metodo che ha affascinato la coscienza laica di ogni essere pensante (credente o non credente che sia) e che invece ha inquietato e inquieta il potere, in particolare un potere come quello ecclesiastico basato nei secoli sull’obbedienza acritica al principio di autorità. Ed è proprio per questo che gli intellettuali a esso organici stanno tentando di annacquare il metodo-Martini. Per rendersene conto basta leggere le argomentazioni del direttore di Civiltà Cattolica secondo cui “chiudere Martini nella categoria liberale significa uccidere la portata del suo messaggio”, e ancor più l’articolo su Avvenire di Francesco D’Agostino che presenta una pericolosa distinzione tra la bioetica di Martini definita “pastorale” (in quanto tiene conto delle situazioni concrete delle persone) e la bioetica ufficiale della Chiesa definita teorico-dottrinale e quindi a suo avviso per forza “fredda, dura, severa, tagliente” (volendo addolcire la pillola, l’autore aggiunge in parentesi “fortunatamente non sempre”, ma non si rende conto che peggiora le cose perché l’equivalente di “non sempre” è “il più delle volte”). Ora se c’è una cosa per la quale Gesù pagò con la vita è proprio l’aver lottato contro una legge “fredda, dura, severa, tagliente” in favore di un orizzonte di incondizionata accoglienza per ogni essere umano nella concreta situazione in cui si trova. Martini ha praticato e insegnato lo stesso, cercando di essere sempre fedele alla novità evangelica, per esempio quando nel gennaio 2006 a ridosso del caso Welby (al quale un mese prima erano stati negati i funerali religiosi in nome di una legge “fredda, dura, severa, tagliente”) scrisse che “non può essere trascurata la volontà del malato, in quanto a lui compete – anche dal punto di vista giuridico, salvo eccezioni ben definite – di valutare se le cure che gli vengono proposte sono effettivamente proporzionate”. Questa centralità della coscienza personale è il principio cardine dell’unica bioetica coerente con la novità evangelica, mai “fredda, dura, severa, tagliente”, ma sempre scrupolosamente attenta al bene concreto delle persone concrete. Martini lo ribadisce anche nell’ultima intervista, ovviamente sminuita da Andrea Tornielli sulla Stampa in quanto “concessa da un uomo stanco, affaticato e alla fine dei suoi giorni”, ma in realtà decisiva per l’importanza dell’interlocutore, il gesuita austriaco Georg Sporschill, il coautore di Conversazioni notturne a Gerusalemme.
Ecco le parole di Martini: “Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti”. È questo il metodo-Martini, è questo l’insegnamento del Vaticano II (vedi Gaudium et spes 16-17), è questo il nucleo del Vangelo cristiano, ed è paradossale pensare a quante critiche Martini abbia dovuto sostenere nella Chiesa di oggi per affermarlo e a come in essa si lavori sistematicamente per offuscarlo.

RANIERO LA VALLE

 rlavalleLa Chiesa che si appresta a celebrare i 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II dovrà ora fare a meno anche di lui. Martini non aveva partecipato al Concilio, ma tutta la sua vita è stata intrecciata alla straordinaria novità con cui la Chiesa del Novecento aveva saputo ripensare se stessa, la fede e il mondo;  di questa novità egli è stato il più lucido e coraggioso interprete nell’episcopato italiano, e a una delle conversioni più decisive della Chiesa conciliare, quella del ritorno alla Bibbia e della sua restituzione alla preghiera e alla riflessione dei credenti, ha dato strumento e voce, sia con i suoi studi biblici e la sua riedizione dal greco del Nuovo Testamento, accolta e usata da tutte le Chiese cristiane, sia con la generosa somministrazione della Sacra Scrittura nella «Scuola della Parola» e nelle sue catechesi e letture bibliche ai fedeli di Milano.

Malato da tempo di Parkinson, il cardinale Martini, come ha narrato il neurologo che lo ha avuto in cura e assistito, ha escluso per sé ogni accanimento terapeutico, argomento di cui del resto aveva parlato in termini sereni e oggettivi per tutti in un lungo dialogo con Ignazio Marino. In questa notizia tuttavia l’aspetto più importante non è che egli non abbia considerato acqua da bere quella immessa col sondino, né cibo per vivere quello introdotto direttamente nell’addome (che è l’attuale oggetto del contendere) ma la motivazione che tutta la sua vita rivela di questo gesto. Sicché non tanto facilmente egli può essere usato come una bandiera nel fiero conflitto intorno ai modi del morire e a ciò che significhi «morte naturale», quando vita e morte sono ormai nelle mani di tecnici intesi come medici.

La vera motivazione di questo morire senza accanimento, per il cristiano Martini non può essere stata se non l’idea che non c’era ragione di ritardare oltre misura il suo incontro col Padre, la ragione non poteva non stare nel fatto che nel suo magistero, nel quale aveva sempre valorizzato la vita, aveva pure annunciato un’altra vita in Dio, senza più limiti di spazio e di tempo, e che la fede nella resurrezione, se era stata oggetto della sua tesi di laurea, tanto più doveva animare e motivare l’ultimo tratto della sua vita terrena.

E questa, la fede, era stata la sua vera profezia. Perché molto, su tutte le sponde, si parla della Chiesa, e molto parlano e si fanno parlare di uomini di Chiesa. Ma troppo spesso, se non quasi sempre, si dimentica che la vera posta in gioco non è una scienza, non è una politica, non è una legislazione, non è una morale, ma è la fede. La questione, la vera questione, è quella di Dio e del suo rapporto con ogni vivente.

La fede, in che cosa credere, come credere, come raccontare la fede, è stato anche il vero contenuto e il vero assillo del Concilio, ben al di là delle questioni riguardanti ministeri e primati. E ancora questa è la questione che resta, se si vuole ancora parlare con l’uomo di oggi, all’altezza dei suoi problemi. E questo era precisamente ciò che spingeva Martini a parlare a tutti e ad andare a scuola da tutti, credenti e non credenti, laici e consacrati, cattolici e altri cristiani, uomini di altre religioni e senza religione. Perché la questione non è l’appartenenza, la questione è l’amore di Dio.

Nel febbraio 1992 il cardinale Martini presiedette alle esequie del padre David Maria Turoldo, un altro cristiano libero come lui. Troppo libero perché l’istituzione ecclesiastica non ce l’avesse con lui, e infatti Turoldo, che aveva partecipato a tutte le battaglie civili e religiose, dalla Resistenza al referendum sul divorzio ai bollori del rinnovamento postconciliare, era stato perseguitato, tenuto in sospetto e messo in disparte dagli ecclesiastici in esercizio di autorità. Martini, arcivescovo a Milano, qualche mese prima che egli morisse, l’aveva accolto e stretto nell’abbraccio della Chiesa, conferendogli il Premio Lazzati e dicendo: «La Chiesa riconosce la profezia troppo tardi». Morendo, nella sua ultima omelia, Turoldo disse ai fedeli che si erano venuti ad accomiatare da lui: «La vita non finisce mai».

È lo stesso annuncio che, con la sua morte, Martini dà a tutti noi. La profezia non finisce, e nemmeno la vita. E non si tratta di accanirsi o non accanirsi, si tratta del dono di Dio che a nessun uomo o donna è negato. Questo, e non altro, deve dire «un uomo di Dio», gesuita, cardinale o papa che sia. Martini lo ha detto e lo ha testimoniato fino alla fine

Carità e cultura: la lezione di Carlo Maria Martini

Il ricordo di Carlo Maria Martini, stampato indelebile nel mio cuore, é un ricordo di affettuosa riconoscenza perché il cardinale ha segnato profondamente la mia vita e il mio essere prete. Da maestro spirituale, mi ha insegnato che la motivazione profonda e autentica si custodisce nell’ascolto quotidiano: la Parola va riportata alla sua radice contemplativa che fa scoprire il linguaggio gioioso della carità, gratuita, accolta e vissuta.

Padre Sorge: 'Era un profeta ma anche un uomo libero con lui niente diplomazie'

 

BARTOLOMEO Sorge, che cosa lascia a voi gesuiti Carlo Maria Martini? «L' esempio di un uomo libero e scomodo. Aveva la parola di Dioe non aveva bisogno della diplomazia. Era pronto a fare storcere il naso ai potenti, dentro e fuori la Chiesa. Un tratto che tutti i gesuiti dovrebbero avere».

 

Dentro e fuori la Chiesa, tutti oggi lo ricordano con affetto. «Martini era un profeta. I profeti si trattano così: da vivi si bastonano, da morti si canonizzano».

 

Già immagina San Carlo Maria? «Ogni cosa ha i suoi tempi, e la Compagnia di Gesù non si affannerà per affrettarli. La nostra missione è essere fratelli e soldati della fede, non indirizzare le scelte della Chiesa».

 

C' è chi parla di Martini come di uno sconfitto, è d' accordo? «Gesù Cristo morì abbandonato dai suoi amici, tradito da Giuda, solo e dimenticato. Se Cristo è sconfitto, lo è anche Martini. Aveva una visione coraggiosa della Chiesa e per questo è stato avversato. Ma è un modello di religioso e di uomo realizzato, per i giovani gesuiti come per la società, a partire da quella milanese».

 

Milano sarebbe la stessa senza i 23 anni di guida di Martini? «La sua impronta è stata fortissima. Ha vissuto la città negli anni della Milano da bere, di Mani pulite, delle grandi migrazioni di stranieri. L' ha aiutata a vivere nella moralità e nel rispetto delle diversità».

 

Quando conobbe Martini? «A Roma, negli anni Settanta. Ero direttore del periodico Civiltà Cattolica, lui vi collaborava come rettore del Pontificio istituto biblico. Condividemmo con dolore i giorni del contrasto basato su equivoci fra il nostro preposito generale, padre Arrupe, e papa Paolo VI. Come gesuita, Martini viveva l' obbedienza al Papa come voto assoluto».

 

Eppure sosteneva una gestione più collegiale della Chiesa. «Le due cose non sono in contrasto. Spingeva in avanti la visione di dialogo del Concilio. Non è mai stato l' antiPapa, e chi lo sosteneva non era sempre in buona fede. Martini si spiega nel suo grande amore per la Bibbia».

 

E il potere, gli interessava? «Non direi. Amò il suo ruolo pastorale, ma era uno studioso. A Roma serviva i poveri di Sant' Egidio, ma era preso da letture ed esercizi spirituali. Ci teneva a essere sopra a tutti e tutto, come la sua figura imponente suggeriva. Noi gesuiti sperammo divenisse preposito generale dopo Arrupe. Rimanemmo stupiti quando Giovanni Paolo II lo nominò invece arcivescovo a Milano. Un ruolo proibito a un gesuita: per voto non possiamo occupare posizioni nella gerarchia ecclesiastica».

 

E come si superò questo divieto? «Alcuni di noi, fra cui Martini, fecero presente la questione al Papa. Rispose che gli dispiaceva avere disturbato la nostra sensibilità, che conosceva il voto dei gesuiti e che sapeva ci saremmo opposti alla nomina a vescovo. Per questo non ci aveva consultati: voleva fare in fretta».

 

FRANCO VANNI     

 



 

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