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VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti

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La rivincita

zanardi-2.jpgzanardi-1.jpgZanardi
Vi consiglio di leggere questi articoli. Ci danno molto in umanità e ci pongono una serie di domande sulla qualità del nostro vivere quotidiano.
 
 link        Mendelssohn concerto in mi minore op.64 - Violinista Pellegrino Rossi. Clicca con il tasto destro del mouse su link e poi con il sinistro in "apri in una nuova scheda" . Ascolterai la musica e leggerai gli articoli
La rivincita
 
NON fanno pena, non fanno pietà né raccapriccio: ed è la loro prima rivincita.
Osservati, indagati e si spera ammirati da un miliardo di telespettatori come mai nella storia, i 4 mila e 200 atleti delle Paralimpiadi di Londra sono riusciti a portare la disabilità oltre il recinto dell'ipocrisia a colpi di medaglie d'oro: ieri Alex Zanardi nella "hand-bike" a cronometro, Assunta Legnante nel getto del peso e Martina Caironi nei 100 metri. Ma anche con audience, ore di diretta in mondovisione e sponsor sempre più interessati. Dentro tutto questo c'è il senso forte di una sfida, il coraggio che scende in campo per affrontare il dolore ma anche l'allineamento alle regole del mercato: quando le tivù e le aziende si accorgono di te, significa che sei un po' meno diverso. Vuol dire che porti soldi, e non ti trattano più come uno sfigato: a ben guardare, la seconda rivincita. Due milionie mezzo di biglietti venduti, il pubblico londinese non meno entusiasta di quando si è messo in coda per Bolt o Phelps, storie incredibili e gare splendide. Forse, è la terza rivincita. Persino il doping, massimo cancro dello sport mondiale, viene oggi frequentato da qualche atleta paralimpico: il ciclista Fabrizio Macchi è stato lasciato a casa perché il suo nome è emerso nella vicenda del dottor Ferrari, il medico in forte odore di doping. Prendetela come una provocazione, ma questa magari è la quarta rivincita. Perché si è atleti in tutto, nella gloria come nella possibilità della caduta, nella grazia e nel peccato: solo i santini non si dopano, o non hanno la tentazione di provarci.
Lo scrittore Giuseppe Pontiggia li ha chiamati "nati due volte": la prima nascita è quella biologica, la seconda è l'ingresso spesso terribile e umiliante nella vita di ogni giorno. Per i disabili che fanno sport esiste però una terza nascita: quella dell'agonismo, dell'allenamento e della competizione. Le Paralimpiadi hanno il merito planetario di rendere visibili le storie delle persone, riconducono l'atleta a una formidabile vicenda in prima persona, contro la massificazione dei comportamenti. E allora vale la pena raccontarle, alcune di queste storie: le rivincite, le terze nascite. L'ultima, in ordine di tempo, è quella di Alex Zanardi e della sua "hand-bike" sollevata con una mano sola. Medaglia d'oro, ieri, nella prova a cronometro a forza di bicipiti, Zanardi perfeziona con quell'immagine potentissima anni e anni di impegno: era un celebre pilota di Formula Uno, perse le gambe in uno schianto, nacque una seconda volta con un paio di protesi, si può aiutare tanta gente anche solo mostrandosi. «La vita mi ha dato molto e continua a darmi molto, non potrei vivere senza sport».
La sua fotografia con la bici in mano racconta di un uomo intatto, dà forza alle piccole e grandi mutilazioni quotidiane di ognuno. Storie come quella di Achmat Assien, nuotatore sudafricano che perse una gamba nella baia di Città del Capo: gliela divorò uno squalo. Lui, adesso, racconta che in vasca immagina di essere ancora rincorso dalla bestia, e di nuotare più velocemente per sfuggire a quel destino. Il suo nemico non è diventato un mostro, un fantasma dell'anima, ma una forza. Oppure Annalisa Minetti, ve la ricordate a Sanremo? Vinse nel '98, era la bella e triste storia della cantante cieca, l'anno prima Annalisa aveva sfilato a Miss Italia.
Però, quella diversità aveva qualcosa di pietistico, perché è anche così che funziona lo spettacolo.
Alle Paralimpiadi no, lì si è tutti uguali perché diversi, e Annalisa nella sua terza vita stabilisce un record del mondo correndo i 1500 metri. «Tutto è possibile», dice. «Noi vogliamo solo essere trattati da atleti, non da casi umani». O forse la storia di Oxana Corso, la ragazzina diciassettenne nata a San Pietroburgo e adottata da una famiglia di Roma. Nessuno, neppure lei, conosce l'origine della sua cerebrolesione, era troppo piccola e nessuno gliel'ha mai raccontata. Quando però aveva undici anni, ecco la terza nascita: il professore di ginnastica la convinse a provarci davvero con lo sport. E lei lo ha fatto, allenandosi duro a Torpignattara e arrivando alla medaglia d'argento nei 200 metri.
Storie di fatica, umiliazioni, resistenza, amore. Il brasiliano Johansson Nascimento, senza braccia dalla nascita, vince i 200 metri, agita i moncherini, tira fuori in qualche modo un biglietto dove c'è scritto "sposami" ed è per la sua ragazza. Poi si mette a fare la ruota, pazzo di gioia, anche questo è un meraviglioso corpo intatto. Storie di auto ironia. Assunta Legnante getta il peso con una maschera di Diabolik sul viso: nonè sempre stata cieca, nel 2008 gareggiò a Pechino tra i normodotati, ha appena vinto l'oro paralimpico a Londra con tanto di record mondiale. Storie di passione e luce: Cecilia Camellini che vince i 50 e 100 metri stile libero nuotando cieca, lei lo è da quando è nata, e quando arriva a toccare l'ultima vasca non sa mai se ha vinto oppure ha perso. Così chiede al pubblico di urlare forte il risultato per non dover aspettare un minuto o due, il tempo necessario perché qualcuno le dica com'è andata. Ci sono tanti modi per vedere o per restare nel buio, non dipende solo da come funzionano gli occhi.
Storie che non sopportano commiserazione, per dimostrarlo a volte occorrono gesti forti.
Così pensa la tennista olandese Esther Vergeer, 31 anni, tetraplegica, fortissima (ha vinto 20 Slam) e bellissima: si è fatta fotografare nuda sulla carrozzella, coperta solo dalla racchetta. Patetica? Neanche un po'.
Se lo sport, e il racconto del gesto sportivo, tende a dimenticare la narrazione di storie, le Paralimpiadi sono uno schiaffo alle brutte abitudini. Il significato quasi sempre si spinge assai oltre uno stadio, un palazzetto, una piscina. È il caso dell'inglese Martine Wright, campionessa di sitting volley. Si può giocare a pallavolo senza gambe, certo che si può: le sue, Martine le perse nell'attentato alla metropolitana di Londra, il 7 luglio 2005. Cinquantadue vittime. «Anch'io sono andata incontro alla mia morte, quel giorno, e ringrazio Dio se non è andata così». Una storia simile a quella di Andrea Macrì. Il 22 novembre 2008 era seduto in un'aula scolastica nel liceo "Darwin" di Rivoli, provincia di Torino, quando crollò il soffitto. Un tubo di ghisa di duecento chili precipitò in testa ai ragazzi, uno di loro, Vito Scafidi, venne ucciso, invece Andrea se la cavò perdendo l'uso delle gambe. La sua terza nascita gli ha fatto conoscere la scherma, e ora Andrea va in pedana pensando a Vito, è il suo modo di tenerlo un po' vivo. «Essere disabile», dice, «non vuol mica dire essere infelice».
Lo ha scritto proprio Giuseppe Pontiggia, nella dedica di "Nati due volte": «Ai disabili che lottano non per diventare normali ma se stessi». Un pensiero certamente condiviso dagli atleti di Londra, in gara fino a domenica.
Se qualcosa lega tutte queste storie è un senso di vita profondo, combattivo, non redento. Lo stesso che anima Oscar De Pellegrin, portabandiera azzurro a Londra, medaglia d'oro nel tiro con l'arco, quinta Paralimpiade, prima sparando con la carabina.
Oscar ha fondato una onlus che si chiama Assie che aiuta tanta gente. In carrozzina si muove anche Luca Pancalli, vice presidente del Coni e presidente del Comitato Italiano Paralimpico: era una promessa del pentathlon, poi cadde da cavallo e diventò tetraplegico. Anche per lui, una seconda nascita con la disabilità, e una terza dentro lo sport: disputa quattro Paralimpiadi nel nuoto, vince otto medaglie d'oro, sei d'argento e una di bronzo, poi arriva addirittura la quarta nascita come dirigente dello sport. E un giorno, chissà, sarebbe bello, la quinta vita sulla poltrona più alta del Coni che in quel momento di civiltà e conquista sarà una carrozzina.
 
    Caironi    Martina
 
   caironi-martina-2.png camellini-Cecilia-1.png camellini-cecilia.pngminetti-annalisa-2.jpg    Camellini Cecilia                                                                                         Minetti Annaliza weir-david.jpgweir-david-2.png
Weir David     
 
 
 
10/09/2012 - l'italia chiude con 28 medaglie
   

Paralimpiadi, i campioni felici della seconda vita

 

 

 

 

 

 

 

ANDREA MALAGUTI

 

 

La seconda vita. Quando ha tagliato il traguardo sul Mall e ha alzato le braccia al cielo davanti a Buckingham Palace, David Weir, l’uomo più veloce della Terra su una carrozzina, ha capito di averla azzeccata.

Migliaia di persone stavano gridando il suo nome. E più che impazzite erano innamorate. Piene di quell’affetto che si consegna soltanto a chi ti sembra esattamente come te. Però un po’ meglio. Una cosa che non riesce con Usain Bolt. Un gigante, ovvio. Lo ammiri, lo sogni, però sai che non lo raggiungerai mai. E’ nato con qualcosa di più, un dono, ma in fin dei conti è solo un atleta. Weir no. Weir è nato con qualcosa di meno, le gambe. Ma certamente è un uomo. E la seconda parte della sua esistenza se l’è dovuta inventare. Ha scelto lo sport. Sembrava un’idea sbagliata. Ma chi lo decide che cosa puoi o non puoi fare davvero?

Salendo sul podio per ricevere il suo quarto oro (questa volta nella maratona), per prima cosa ha preso in braccio il figlio Mason, un anno. L’ha baciato e gli ha detto: «E’ bello averti qui». Il piccolo si è sistemato il ciuccio. Poi ha lasciato scivolare uno sguardo indimenticabile sulla folla che adorava il papà. David gli ha fatto passare la testa bionda sotto la medaglia d’oro che brillava prepotente alla luce bassa del sole londinese e ha allargato le braccia per stendere orgoglioso la bandiera britannica. Al momento dell’inno c’erano sessanta milioni di persone nel Paese a cantare con lui. Come era successo anche per Ellie Simmonds, per Martine Wright, la giocatrice di sitting volley mutilata dall’attentato alla metropolitana del 7 luglio 2005, oppure per gli italiani Alex Zanardi e Cecilia Camellini. Un incantesimo collettivo.

La Bbc ha cercato la moglie di Weir. Perché lo ami? «Semplice, è l’uomo più felice che abbia mai visto». E senza saperlo stava rispondendo anche a un’altra domanda nascosta: perché queste Paralimpiadi sono state un successo planetario e hanno spinto tre milioni di spettatori a riempire stadi e piscine che in agosto - quando erano Phelps e Mo Farah a dare spettacolo - mostravano vistosi vuoti durante le qualificazioni? Uomini e donne felici, eccola la risposta. Di che cosa? Di essere al mondo.

Jonnie Peacock a cinque anni ha scoperto di avere la meningite. L’hanno portato in ospedale d’urgenza. Operato. Il medico ha scosso la testa. «Non passa la notte». L’ha passata. Ma ha lasciato sul tavolo del chirurgo una gamba. La scorsa settimana ha corso i cento metri contro Oscar Pistorius. Oro. In 10 e 90. Un tempo folle. «Ho perso una gamba, ma il cuore e i muscoli no». Più o meno la stessa riflessione che, dall’altra parte dell’Oceano, stava facendo nelle stesse ore alla Convention democratica l’ex pilota di elicotteri Tammy Duckworth, quarantatreenne gravemente ferita in Iraq, già ministro di Barack Obama.

Anticipando il discorso di Michelle, Tammy aveva attraversato il palco mostrando le protesi sotto un vestito elegante. Quindi, replicando alla ola che l’aveva accolta, lei, incarnazione perfetta di una generazione che si rifiuta di portare la propria disabilità come se avesse sulla coscienza un crimine passato sotto silenzio (e ovviamente inespiato), aveva detto serena: «Non ho perso la vita, solo le gambe». Aria nuova. Fresca. Contagiosa.

Ieri notte, alla Cerimonia di Chiusura, Lord Sebastian Coe, Gran Maestro dei Giochi, si è congedato con queste parole: «Le Paralimpiadi hanno avuto l’effetto di uno sciame sismico sulla vita dei cittadini britannici. E suppongo di tutto il mondo. Nessuno di noi guarderà più lo sport nello stesso modo». Voleva dire che abbiamo tutti una seconda vita davanti. Basta rifiutarsi di diventare uomini e donne senza energia che si lasciano trascinare dalla sorte. «Non è questa la lezione di Londra?». Mentre i Coldplay incantavano gli ottantamila dello stadio Olimpico, la risposta è diventato un boato che ha attraversato il Paese da Aberdeen a Dover.

 

Lo show delle Paralimpiadi
Londra ha cambiato i Giochi

Record di biglietti venduti, dirette tv e protagonisti da ricordare.
Cerimonia di chiusura con
i Cold Play: si spegne la fiamma
e resta l'emozione

mattia bernardo bagnoli
londra
È andata bene anche e soprattutto perché poteva andare malissimo. Se la buona Olimpiade si vede dalla vigilia, infatti, quella di Londra sarebbe potuta finire in miseria. Prima il flop della sicurezza privata,rattoppata in extremis da un diluvio di soldati, poi gli autisti degli autobus – tanto per dirne una – che a Heathrow perdono la bussola e portano a spasso per ore intere delegazioni di atleti. Non un bel biglietto da visita. Ma la Gran Bretagna, checché se ne pensi, non è la Svizzera, l’intoppo è sempre in agguato. E menomale, vien da dire. I britannici (nonostante tutto) riescono a mantenere il sangue freddo e sono poi capaci di catapultare dall’elicottero la Regina in mondovisione. Da lì innanzi, un tripudio. Tanto che Londra 2012 è riuscita persino a trasformare il brutto anatroccolo Paralimpiadi in uno splendido cigno. E non era scontato.

Che i Giochi dei diversamente abili non fossero più quella fiera della beneficenza di Barcellona 1992 (biglietti gratis per tutti), era chiaro fin dal principio: a Pechino si registrò un pubblico di 3,4 milioni di persone. Peccato che solo 1,8 milioni fossero paganti. A Londra invece i biglietti venduti sono stati 2,7 milioni – record assoluto – e gli incassi totali pari a 45 milioni di sterline.Ovvero 10 in più di quanto preventivato. Per carità, i numeri non sono tutto. Ma veder gareggiare i paratleti in uno stadio olimpico zeppo come al tempo di Usain Bolt fa una certa impressione. Insomma, nella capitale britannica le Paralimpiadi hanno abbandonato le vesti di Cenerentola e sono diventate uno show indipendente. Basti dire che la cerimonia di apertura è stata vista da 11,2 milioni di telespettatori nel solo Regno Unito e che ieri sera, a spegnere la luce, c’erano i Coldplay, Jay-Ze Rihanna. Gente seria. Non a caso c’era il tutto esaurito benché i biglietti costassero 250-350 sterline l’uno. Un cambio di passo che obbliga Rio 2016 ad accettare la sfida. «La vittoria ai 200 metri di Alan Oliveira ha praticamente spodestato dai tg tutte le notizie di calcio», ha notato il capo del Comitato Paralimpico Internazionale Xavier Gonzalez. «E per essere il Brasile non è cosa da poco».

Certo, in quel caso ha aiutato non poco l’effetto sorpresa: tutti si aspettavano il trionfo di Oscar Pistorius. Anzi, a ben vedere il miracolo di Londra 2012 è legato senza dubbio alle gesta del «bladerunner» sudafricano. Il suo sguardo trasfigurato dalle emozioni, sfoggiato alla partenza della semifinale dei 400 metri delle Olimpiadi, è una delle immagini simbolo di questa estate di sport. Tanto è vero che in quei giorni la vendita dei biglietti delle Paralimpiadi è schizzata alle stelle.Ma a contare non è stato solo l’effetto Pistorius; la straordinarietà dei gesti atletici si è mescolata alla straordinarietà delle storie personali, da Alex Zanardi a MartineWright,la britannica che perse le gambe negli attentati alla metropolitana di Londra e che ha rappresentato il suo Paese al sitting volley.Stando a Stuart Cosgrove, uno dei responsabili di Channel 4, circa i due terzi dei partecipanti a un sondaggio svolto per l’emittente britannica hanno d’altra parte dichiarato che i giochi hanno«cambiato il loro approccio alla disabilità».

Fosse anche solo questo il lascito di Londra 2012 non sarebbe niente male. Tim Hollingsworth, capo della BritishParalympic Association, ha annunciato che a dicembre si terrà un festival dove si cercheranno, tra le altre cose, nuovi talenti. «È stato un viaggio incredibile. Ora la sfida è imparare da tutte ciò che di buono è accaduto a Londra 2012 e non perdere lo slancio».
10/09/2012 - intervista
Cecilia, regina della gare senza limiti
"Proviamo, la mia parola preferita"
Cecilia Camellini, 20 anni, ha vinto i 100 e 50 stile alle Paralimpiadi

Camellini, 4 medaglie e 2 ori nel nuoto: «Tutta colpa di Phelps, grazie a lui pensi: si può»

andrea malaguti
corrispondente da londra
Stazione di Stratford, prima pomeriggio, ultimo giorno delle Paralimpiadi. Volontari vestiti di viola smistano pazientemente l’euforico fiume di esseri umani che scivola verso il parco Olimpico passando in mezzo ai negozi del gigantesco centro commerciale. È la fotografia di un successo? Lo è. Il ministro britannico dello sport, Hugh Robertson, si presenta accaldato ai microfoni della Bbc: «Non ho mai visto un’estate come questa». Ha ragione. Un romanzo. Con eroi favolosi. Cecilia Camellini, oro e record del mondo sui 50 e 100 stile libero, spinge la carrozzina del fidanzato Francesco Bettella. Lei, bionda, sottile, elegante, è cieca dalla nascita. Lui, nuotatore pluriprimatista italiano con una faccia da Matt Damon moro, è tetraplegico. Hanno un’energia contagiosa. Una forza che fa invidia.

Cecilia, meglio Pechino o Londra?

«Londra, non c’è gara. La partecipazione la senti. È favolosa. Gli impianti erano sempre pieni. Indimenticabile».

Secondo i giornali inglesi le Paralimpiadi hanno fatto cambiare al mondo la percezione della disabilità. Esagerano?

«Forse. Ma un po’ me lo auguro. Non dico che abbiamo fatto la rivoluzione, ma attirato un po’ di attenzione sì».

Chi è l’atleta che hai amato di più?

«Posso dire Francesco?».

No.

«Allora scelgo Jessica Long. Tre ori uno dietro l’altro. Io invece sono arrivata stravolta. Mi chiedo come faccia».

Due ori e due bronzi. Non è che tu sia andata male.

«Colpa di Phelps. Mi ha abituata a pensare che si possa fare».

Però lui si è ritirato. Ha detto che ormai si annoiava.

«Nuotare fa un po’ questo effetto. Ma io non potrei mai fare a meno dell’acqua. La devo sentire sulla pelle».

Torni a casa e ti ributti in piscina?

«Torno a casa e mi rammollisco sul divano un paio di mesi».

Record del mondo sui 50 e sui 100 stile. Sulla terra non esiste un’altra come te.

«È una soddisfazione enorme. Ho lavorato tanto perché non volevo che le altre mi passassero davanti. In gara sono aggressiva».

Una ventenne di ferro.

«Veramente prima di nuotare me la faccio sotto. A mezzora dalla gara sono un disastro. Penso: oddio, ora scappo, datemi un aereo. Poi metto cuffia, costume e occhialini e capisco che è arrivata l’ora di smettere di giocare. Tiro fuori le unghie».

Che rapporto hai avuto con la tua disabilità?

«All’inizio ho cercato di non farci caso. Gli altri bambini giocavano e io volevo fare esattamente le stesse cose. A rischio di ammazzarmi. A quattro anni ho realizzato. E ho cominciato a schiavizzare i miei perché mi leggessero le favole. Dopo ho sempre trovato un modo per ricavare il mio spazio, il mio equilibrio».

Mai avuto rabbia?

«A volte. Ma se pensi: “i vedenti non hanno idea”, allora sì che ti chiudi in un mondo a parte. Io invece gli altri li voglio capire. E sono propositiva. La mia parola preferita è: proviamo».

Per questo sei iscritta a psicologia?

«Mi piace rimestare nella testa degli altri. La mente umana mi affascina. Da un buon cervello possono scaturire tante cose. Un giorno mi piacerebbe aiutare gli atleti che passano momenti bui».

Che cosa ami di Francesco?

«Dividiamo tante cose. Ci capiamo, siamo lottatori. Lui mi dà forza. Quando mi guarda sugli spalti so che non voglio deluderlo».

Emozionante sentire l’inno di Mameli suonato per te?

«Posso fare la patriota? Il nostro inno è bellissimo. Quando ho vinto i 50 c’era un intero stadio che batteva le mani. Emozionante, sì. Da brividi».

In Italia chi ha 20 anni fa una gran fatica a trovare lavoro.

«Anch’io penso al mio futuro con qualche apprensione. Forse farò la psicologa sotto i ponti, per i barboni, ma di sicuro non rinuncio. Parto. Provo. Ho grinta. Voglia. Buttarsi giù prima è già una sconfitta. Invece si deve avere la forza di sognare. In momenti come questo serve anche di più».
     

CECILIA CAMELLINI – LA MIA GARA

Cecilia Camellini è una delle nuotatrici paralimpiche più forti in Italia. Affetta da disabilità visiva Cecilia Camellini ti racconta come una persona non vedente viva una gara di nuoto.

Desidero coccolare diverse  medaglie

CECILIA CAMELLINI – L’URLO DELLA FOLLA

“Sarebbe bellissimo poter alzare la testa è dire…Ok! Sono arrivata prima, seconda, terza… – ammette Cecilia Camellini – però nel momento in cui arrivo cerco intanto di riprendere fiato perchè sono mezza morta…dopo cerco di ascoltare i rumori dello stadio, perchè in base a chi sta facendo più casino si capisce chi sia arrivata prima, seconda o terza… Mi sono sempre messa d’accordo con gli italiani…con mio padre…di urlare come un matto, se sono prima magari lo sento anche se è difficile perchè sono sempre lontanissimi. E’ un’attesa un po snervante perchè dici…uffa!…passa anche un buon minuto prima di sapere il risultato…un minuto lunghissimo…chissà come siamo arrivate!”

CONCENTRAZIONE E TRANQUILLITA’

“Le gare cominciano due ore rima della gara stessa – confessa Cecilia Camellini – perchè comincio ad agitarmi, cerco comunque di concentrarmi già da prima, cercando di focalizzare bene quale sia l’obiettivo da raggiungere, quindi mi concentro bene. ho un 50 stile libero, ad esempio, comincio a pensare alla partenza, comincio a pensare a come devo nuotare, comincio a pensare all’arrivo, alle sensazioni che devo avere in acqua. Poi naturalmente prima della gara cerco di rimanere tranquilla. Quando cominci ad avere di fianco le tue avversarie sai che ci sono otto persone che vogliono fare la gara meglio di te e devi stare attenta…siamo tutte lì, una accanto all’altra, e ci mettiamo un pò di paura a vicenda…”

IL PUBBLICO DI CECILIA CAMELLINI

“E’ piacevole quando c’è parecchio pubblico dell’Italia – racconta Cecilia Camellini - quando dicono il tuo nome prima della partenza, e urlano…si sentono…ti fanno un pò di coraggio…dai, ci sono anche loro che fanno la gara con me! Da un lato dico…finalmente ci siamo: è ora di gareggiare, diamo il massimo e cerchiamo anche di divertirci perchè una gara non è solamente agitazione ma è anche il momento in cui finalmente si riesce ad esprimere tutti i sacrifici che si sono fatti prima…dall’altra parte dico…aiuto! Ci siamo! E’ giunta l’ora! Ma anche un pò di curiosità per sapere come andrà a finire da quando mi tufferò a quando arriverò…”

SUPERARE IL PROPRIO LIMITE

Soprattutto cerco di rimanere concentrata su quelle che sono le mie sensazioni in acqua, quindi riuscire a sentire bene le bracciate, come prendo l’acqua, quanto vado veloce, poi devo riuscire a rimanere concentrata anche se la fatica aumenta sempre di più e non è sempre facile… Naturalmente quando si arriva verso la fine della gara e uno comincia a sentire proprio di non farcela più, bisogna stringere i denti e andare fino in fondo – conclude Cecilia Camellini – e cercare comunque di andare sempre oltre il limite che si è raggiunto…sennò la gara non è fatta

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Sulle punte senza vedere. Lo spettacolo delle ballerine brasilianecieche lancia Rio 2016

Protagoniste: le ragazze hanno imparato l’arte della danza grazie a un metodo messo a punto dalla loro insegnante, Fernanda Bianchini: una brasiliana di origini italiane. Di Paolo Manzo. Rio de Janeiro

<< Per noi è un sogno che prende corpo, ancora non ci chiediamo>> Si commuove e scoppia in lacrime Fernanda Bianchini di San Paolo, in Brasile , ma di chiare origini italiane mentre dietro <<le sue ragazze>> come è solita chiamarle provano i primi passi di danza. E grazie a Fernanda e al suo coraggio che la cerimonia di chiusura delle Paraolimpiadi di Londra non è stato solo un arrivederci allegro e colorato all’appuntamento del 2016 in programma proprio in Brasile ma un inno alla vita e ai piccoli e grandi miracoli  che essa riserva, anche in presenza  di problemi seri come la cecità. Le ragazze di Fernanda, infatti, benché non vedenti dalla nascita sono riuscite a diventare delle straordinarie ballerine classiche. Hanno imparato l’arte di andare sulle punte grazie ad un sensazionale metodo messo a punto da questa giovane 35cinquenne che non ha problemi alla vista ma che, da ballerina amateur, voleva regalare al mondo della danza qualcosa di più.<<Quando ho aperto la mia scuola 15 anni fa – racconta – volevo imparare a vedere il mondo con gli occhi del cuore. Attraverso un complesso lavoro   basato sul tatto ho insegnato a questa raazza ad imparare a ballare. Io accenno il movimento loro toccano la parte del mio corpo che si muove cercando di riprodurlo>>. E così a passi di danza questa decina di audaci ballerine sono arrivate a Londra  per partecipare ad uno show mozzafiato dove il Brasile ha raccolto il testimone per l’edizione 2016. Oltre ai grandi nomi della musica verde-oro come Carlnhos Brown e Thalma de Freitas, la danza ha fatto la parte del leone con la regia di Cao Hamburger e Daniela Thomas. Insieme alle ballerine non vedenti hanno danzato due stelle brasiliane del Royal Ballet, Roberta Marquez e Thiago Soares. <<E’ un miracolo – racconta ldenice Moreira, alunna di Fernanda – è un miracolo danzare e danzare su questo palco>>.  Le fa eco tra un plié e l’altro la sua amica e compagna di palcoscenico Geysa Pereira da Silva. << Attraverso la danza abbiamo imparato la bellezza della solidarietà – dice Geysa – quando balliamo ciascuna ha bisogno dell’altra visto che noi non ci vediamo mentre ci muoviamo, ciascuna ha bisogno di chiamare l’altra, siamo una catena umana>>. Un messaggio di speranza questo, che le ragazze lanciano adesso al mondo intero e che sperano possa essere raccolto ai prossimi giochi. << Non vediamo l’ora di dare il benvenuto a Rio a tutti gli atleti, abili e disabili – conclude Fernanda  - noi saremo lì ad accoglierli a passo di danza.

E noi, proprio noi, non solo vediamo il mondo, ma lo guardiamo dai campi di sci sulle montagne più alte, dalle barche a vela su laghi e mari profondi, dai rettangoli di equitazione, dai diamanti di baseball e dai poligoni di tiro con l'arco, dalle piste di pattinaggio e dai circuiti di atletica, e ancora non abbiamo finito!

Non ci servono occhiali per vedere questo mondo meraviglioso, lo vediamo attraverso lo sport!"

Danzaterapia al Gruppo Sportivo Non Vedenti Milano ONLUS

 

Il Gruppo Sportivo Dilettantistico non vedenti Milano ONLUS si occupa, da quasi 30 anni di diffondere e promuovere le varie discipline praticabili dai disabili della vista attraverso l’organizzazione di corsi specifici, di manifestazioni e di gare.

 

Fondato nel 1980, il Gruppo sin dall'inizio ha organizzato corsi, manifestazioni e tornei di diverse discipline. Ne è un esempio il Torneo internazionale di torball "Città di Milano" che si svolge, senza interruzioni, il secondo sabato di maggio sin dal lontano 1980.

 

Nel 1990 ci siamo affiliati all'allora Federazione Italiana Sport Disabili (FISD), attualmente C.I.P. (Comitato Italiano Paralimpico), e negli ultimi anni abbiamo intensificato la nostra attività.

 

Tutti i nostri corsi, tenuti da istruttori specializzati, si svolgono in alcune strutture di Milano e provincia. Accanto ai corsi di ginnastica, nuoto, torball si sono aggiunti, di recente, corsi di pattinaggio sul ghiaccio, di pilates, di baseball, di GAG, di Showdown, di Tiro con l'arco e di arrampicata sportiva.

 

Il Gruppo, inoltre, si impegna a favorire la pratica di altre attività quali atletica, calcio, tandem, sci alpino, sci nordico, equitazione e vela.

 

Organizziamo ogni anno, una settimana bianca che si svolge a gennaio e alcune uscite sulla neve. Dal 2007 organizziamo anche una setimana blu presso alcune famose località balneari. Nel 2007 abbiamo anche proposto una settimana verde a Falcade (BL). Alcuni nostri soci praticano l'equitazione presso il maneggio "Fattoria Laghetto" di Merate. Altri soci praticano la vela autonoma promossa e diffusa dall'associazione Homerus e l'attività subaquea in collaborazione con l'HSA Italia.

 

Abbiamo anche una squadra di torball che milita in serie B e una storica squadra di baseball, il Thunder's five, a cui si è aggiunta, dal 2006, la nuova e agguerrita formazione dei lampi, che partecipano al campionato nazionale organizzato dall'Associazione Italiana Baseball per Ciechi (AIBXC).

 

A partire dal 2007, allineandosi alle vigenti normative, il nostro sodalizio ha operato una trasformazione societaria divenendo un Gruppo Sportivo Dilettantistico ONLUS.

 

Attualmente i soci sono circa un centinaio distribuiti fra atleti, guide, tecnici e simpatizzanti.

 

Il nostro impegno è anche verso una sempre maggiore diffusione e comunicazione delle nostre attività. A questo riguardo abbiamo realizzato un opuscolo rivolto a genitori, insegnanti e tutti coloro che hanno a che fare con non vedenti, che illustra le discipline e i corsi che noi promuoviamo. Potete leggere la presentazione dell'opuscolo e se siete interessati potete richiedere una copia contattando direttamente la nostra segreteria.

 

Notevole contributo allo svolgimento delle nostre attività viene fornito dalla sezione dell'Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti di Milano, dall'Istituto dei ciechi di Milano, dagli enti locali e da alcuni sponsor a cui va un sentito ringraziamento.

Per concludere, cogliamo l'occasione per salutare con riconoscenza tutte le nostre guide, i nostri tecnici e i nostri amici che, con il loro costante impegno, contribuiscono alla crescita del nostro movimento.

 

Gruppo Sportivo Dilettantistico non Vedenti Milano ONLUS

Via Vivaio, 7

20122 Milano

Tel/fax: 02.76004839

E-mail: info@gsdnonvedentimilano.org

website: http://www.gsdnonvedentimilano.org


Corso/Laboratorio di danzaterapia metodo Marìa Fux

Decisamente affermata anche questa disciplina, ogni anno continuano le richieste per il rinnovo di questo corso, che si svolgerà tutti i giovedì dalle 17.00 alle 18.00 a partire da ottobre, presso la Palestra dell’Istituto dei Ciechi di via Vivaio, 7, a Milano.

L'incaricata per le iscrizioni sarà la coordinatrice sig.ra Angela Tosi,
E-MAIL
angela.tosi-lupo@poste.it
La quota di partecipazione è di 95,00 € (quota unica per tutto l'anno).
Giovani sotto i 25 anni, gratis (i costi del corso sono gentilmente coperti dal Gruppo Sportivo).

 

 

       
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