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VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti

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E' ora di un movimento per i diritti sociali, diritti di tutti

Dopo aver letto la notizia del ragazzo di 14 anni che in un momento di angoscia e solitudine non ha dato al suo dolore la possibilità di essere utile in futuro sono andato a vedere il tramonto al mare. C’era un atmosfera impregnata dai vapori accumulati dal vento che ha stemperato il colore rosso  della  grande sfera  che lentamente si è inoltrata nel  mare. L’atmosfera era densa di questo colore stemperato che si diradava man mano che si allontanava dal sole. Il mare era colore del mosto come si dice nell’odissea. Ecco dopo il dolore e il rimpianto per la vita troncata ho trovato che questo ragazzo  come il sole sarebbe tornato a fare il suo gioco il giorno dopo, così la vita sarebbe continuata in forma diversa anche se lui non si sarebbe più visto come la grande palla infuocata sparita in mare. Sarebbe vissuto grazie a   tutti coloro che colgono  le cose belle e i doni che la vita offre quotidianamente.

                   La mattina successiva mi sono recato in spiaggia. C’era un vento di terra e il mare era una tavolozza di colori dal verde al blu foncé sulla fascia dell’orizzonte. Le folate di vento liquefacevano i colori e li cangiavano vicino a riva. La sinfonia della vita continuava e dentro continuava  anche la storia del ragazzo.

  Caro Davide Tancredi  la vita e la felicità non dipendono dagli altri. Non si risolve il problema inveendo contro qualcuno o le autorità, o con la rivendicazione. E’ i nostro mondo interiore che sviluppandosi nel tempo ci renderà autonomi, persone adulte e responsabili di noi stessi. Certo l’atteggiamento degli altri e della legge  ha influenza sul costume e sul modo di vivere  e conta  soprattutto quando si è giovani e non siamo formati come persone  responsabili di noi stessi. Ma vorrei dirti che nessuno ti regala niente in nessun settore della vita . Pensa a un bambino orfano di genitori che deve camminare e farsi da solo. Ma anche chi ha dei genitori deve “ammazzare” questo modello per sviluppare liberamente la sua personalità. Tu invochi l’atteggiamento e l’intervento di papa Francesco, molto bello,  ma il rispetto e il riconoscimento anche i gay se lo devono conquistare come persona. Chi non si fa rispettare dagli altri diventerà un loro tappettino. Il riconoscimento di un individuo è un gioco a due sensi: c’è la comprensione e l’accettazione degli altri, ma se le altre persone non sono disponili che si fa? Si rimane bloccati?  E’ l’individuo che si fa rispettare e riconoscere.

 In Italia dei calcoli prudenti dicono che i gay sono 3.000.000. Dove sono socialmente? Sono invisibili. Se si organizzassero e portassero avanti in prima persona il rispetto dei  diritti, che sono i diritti di tutti, chi potrebbe resistere? (Ti ricordo il film MILK) Io sono il padre di un uomo gay che convive con il suo compagno, ma ti assicuro che i primi a nascondersi e a rinchiudersi nel ghetto sono molto spesso  le persone gay soprattutto  quelli che professionalmente e dal punto di vista del reddito non avrebbero nessun problema a presentarsi come tali, gli altri non hanno gli strumenti per liberarsi dalla loro  stato di soggezione. Il bello e commovente articolo  della  Natalia Aspesi  su La Repubblica convince solo chi è già convinto. Diversa sarebbe la realtà se i gay si presentassero come forza sociale a far valere i loro diritti che sono i diritti della vita e dell’amore.

 Mi sembra che sia venuto il tempo per l’iniziativa di un movimento per i diritti sociali, i diritti di tutti, no all’attendismo.

 Sarebbe bello se il primo sabato di settembre alle h 21, con una  candela o una luce, tutti i gay e coloro che sono per la vita, per i diritti di tutti, per il riconoscimento dell’amore in tutte le forme  si trovassero in piazza di ogni città. I colori sono quelli dell’arcobaleno. Sono belli anche il blu e il verde abbinati o singoli.

Parlerà chi ha un nome da ricordare, ma si impegna nel contempo a costruire  qualcosa di vitale  ogni giorno, comunicando di  cosa si tratta. Il modo migliore di ricordare chi ha interrotto il proprio cammino per problemi e incapacità  e per coloro che il cammino lo continuano  mi sembra  sia quello di ampliare e dare spazio alla vita nella quotidianità.

   Zoia Bolzonello Mario

Noi, tra le risate e il silenzio

CARO direttore, l'Italia crede che chiudendo gli occhi e girandosi dall'altra parte i problemi si risolvano, svaniscano, semplicemente perché coperti da palpebre pesanti di ignoranza. COME se il buio di un istante potesse cancellare chi, fino a un attimo prima, ci si presentava dinanzi bisognoso di aiuto. Chiudere gli occhi non risolve i problemi. Chiudere gli occhi può mettercia posto con la coscienza, ma chi abbiamo sommerso in quel buio continua a boccheggiare e quella scrollata di spalle non fa altro che farlo annegare. Sentirsi esclusi, denigrati, maltrattati, derisi è qualcosa di orrendo, si inizia ad odiare la vita, ci si sveglia la mattina senza più un motivo, senza più un desiderio, solo con la speranza di diventare invisibili, di riuscire a nascondersi per un giorno solo. Un giorno di tregua dalle risa. Fa tanto ridere ciò che siamo? È così divertente? Allora ridete ma poi non sconvolgetevi se un ragazzo preferisce il vuoto a un'esistenza che ormai gli dava solo dolore. Capisco la scelta del suicidio perché si è consapevoli che qualsiasi cosa ci sia al di là, anche se fosse semplicemente il nulla, è comunque meglio che essere additato da lontano, escluso dal cerchio, cacciato.

Questa è la mia seconda lettera a Repubblica ma di fiducia non ne ho più, non nella politica.

Continuate pure, cari governanti, a rimandare, ad aspettare. Le promesse di chi ha il coraggio di esporsi servono solo a scansare un uragano di indignazione che subito si quieta. Avete una carta e la giocate sempre: l'Italia dimentica. In realtà, certe problematiche devono rimanere aperte, qualsiasi sia l'opinione al riguardo. Dite pure che per salvare la maggioranza i problemi etici vanno ritardati. Quanto volete aspettare? Quando l'orologio di Montecitorio non conterà più i minuti ma i ragazzi che si tolgono la vita? Continuate pure così.

Urlate dai vostri amboni i vostri principi cattolici. Schieratevi pure contro il progresso della società. Tanto che importa? Un frocio in meno è sempre meglio di uno in più, no? Voglio chiedervi una cosa, però: chi vi dà il diritto di parlare in nome di uno che si chinava proprio accanto ai più bisognosi, che aiutava le vedove e le prostitute, che cenava con chi era allontanato dal tempio e dalla società? Non usate la religione per nascondere la vostra ignoranza, non macchiate un Vangelo sbraitando commenti dettati dall'odio. Imparate a leggerlo, osservate ciò che c'è scritto. Non volete farlo? Allora continuate a lavarvi le mani nel sangue di poveri ragazzi che disperatamente vi hanno chiesto di fare qualcosa e che ora muoiono per una società retrograda, per un'ignoranza dilagante, per causa vostra. Mi appello a papa Francesco che, sebbene sia strattonato da tutte le parti, deve ascoltare anche questo grido. Faccia in modo che la Chiesa diventi finalmente la madre di tutti. Una madre non può concedersi il lusso di fare differenze fra i suoi figli. Li deve amare per quello che sono, così come sono nati. La società italiana ha da troppo tempo respirato l'aria viziata di un odio perpetrato nei secoli. «Ama il tuo prossimo come te stesso»: se queste non sono diventate solo parole non alziamo muri inutili, non barrichiamoci dietro l'ignoranza, non chiudiamo più gli occhi. Nessuno deve più morire. Non per quello che è. Non per come è nato.

Davide Tancredi è l'autore della lettera "Io, gay a 17 anni" pubblicata il 25 maggio, sulla prima pagina di Repubblica, che aveva suscitato indignazione e polemiche e accelerato la discussione politica sulla necessità di una legge anti-omofobia. Nel frattempo Davide ha compiuto 18 anni.

Davide Tancredi

Se la diversità è una vergogna

Articolo di Natalia Aspesi  La Repubblica

”Un ragazzino si uccide, come hanno fatto altri, perché omosessuale, perché emarginato e schernito dai compagni in quanto omosessuale, perché non sa come dirlo ai suoi genitori che immagina non lo capirebbero. Perché alla fine nel mondo, anche nel suo mondo di riferimento adolescenziale, i gay sono sempre di più: belli, celebri, accettati, capiti, amati, venerati, stilisti e registi, cantanti e attori, nuotatori e tennisti, calciatori e politici. Una élite che vive in un contesto privilegiato dove contano le persone e non le loro preferenze sessuali: persone che sono se stesse, che non si nascondono, che vivono in coppia, che fuori dall’Italia si sposano e adottano figli.
Questi modelli vincenti non sono di aiuto, non danno accettazione e sicurezza a un ragazzino che si immagina diverso, o teme di esserlo: e che si sente troppo lontano da quelle figure irraggiungibili che lo fanno sentire un escluso, colpevole di una diversità senza via d’uscita, senza luce, senza amore, senza riconoscimento, nel suo ambiente quotidiano: una diversità imperdonabile, vergognosa, che non si può né nascondere né mostrare, né vivere serenamente, come capita nel vasto mondo dei gay che hanno successo malgrado siano gay o proprio perché gay, o perché non ha nessuna importanza che siano gay. Ma se hai 14 anni, e vivi in una borgata dove le scritte sui muri sono di rabbia razzista contro tutto e tutti, quindi anche contro gli omosessuali, se gli insegnanti non si accorgono del capro espiatorio della classe, la ragazzina brutta, il ciccione, il nero, quella che subisce le molestie sessuali, il ragazzo con i modi e la voce gentile e le unghie pulite, che non fa a cazzotti e che dunque esce dalla normalità del crudele, vecchio, rozzo immaginario macho, dei giovanissimi ancora più che degli adulti, allora puoi sentirti perduto: un mostro che non ha diritto di esistere. Le leggi non impediscono i reati, ma li rendono tali, non cambiano i cervelli ignoranti e violenti, ma possono spaventarli, e metterli davanti al fatto che perseguitare un gay, con le parole o coi fatti, è un’aggravante che porta diritto in galera. La discussione chiacchierona e inutilmente protratta con ogni tipo di cavillo e filosofia, su una legge antiomofobia, si è interrotta il 5 agosto causa vacanze, e riprenderà in settembre. Nel frattempo si spera che altri gay non si ammazzino. E sì che non ci vogliono tanti pensieri, perché basterebbe aggiungere alla legge che già considera un’aggravante la violenza fisica perpetrata per motivi di razza, etnia, religione, solo un paio di parole, “e per odio omofobico e transfobico”. Naturalmente tutti la vogliono questa legge, con cautela però, per non impensierire quell’elettorato che non ce l’avrebbe con quelli che chiama diversi o froci, se però se ne stessero in disparte, senza pretendere una particolare difesa, e soprattutto non aspirassero a quella cosa che fa rizzare i capelli in testa anche a parecchi politici, addirittura il matrimonio e l’adozione, o anche solo i patti civili di convivenza. Quando in parlamento un cosiddetto onorevole, il leghista Buonanno, parla di lobby sodomita, ha le sue ragioni, perché si assicura qualche voto, e magari non solo leghista. Resta da chiedersi se basterebbero queste leggi, in Italia, per impedire a un ragazzino che teme di non essere quello che si vantano di essere gli altri, come se fosse merito loro, di buttarsi da un terrazzo, nel vuoto del disamore e dell’indifferenza degli altri, della sua fragilità e infelicità vissuta nel silenzio e nella solitudine.

 

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