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La verità sull'amore

 

E' una documentazione un po' lunga, ma vista l'importanza del passo compiuto da papa Francesco una persona  se la legge con calma. Mi sembra degno di attenzione l'articolo di Vito Mancuso sempre molto attento e acuto. Dopo l'articolo di Vito Mancuso un altro scritto di Scalfari.

Il Papa, i non credenti
e la risposta di Agostino

Gli articoli di Eugenio Scalfari e soprattutto la risposta di papa Francesco esemplare per apertura, coraggio e profondità sono stati una lezione di laicità. Un passo di Sant'Agostino aiuta a comprendere la posta in gioco nella fede in Dio
di VITO MANCUSO

Qual è la differenza essenziale tra credenti e non-credenti? Il cardinal Martini, ricordato da Cacciari quale precorritore dello stile dialogico espresso dalla straordinaria lettera di Papa Francesco a Scalfari, amava ripetere la frase di Bobbio: "La vera differenza non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa". Il che significa che ciò che più unisce gli esseri umani è il metodo, la modalità di disporsi di fronte alla vita e alle sue manifestazioni. Tale modalità può avvenire o con una certezza che sa a priori tutto e quindi non ha bisogno di pensare (è il dogmatismo, che si ritrova sia tra i credenti sia tra gli atei), oppure con un'apertura della mente e del cuore che vuole sempre custodire la peculiarità della situazione e quindi ha bisogno di pensare (è la laicità, che si ritrova sia tra gli atei sia tra i credenti). Gli articoli di Scalfari e soprattutto la risposta di papa Francesco esemplare per apertura, coraggio e profondità, sono stati una lezione di laicità, una specie di "discorso sul metodo" su come incamminarsi veramente senza riserve mentali lungo i sentieri del dialogo alla ricerca del bene comune e della verità sempre più grande, cosa di cui l'Italia, e in particolare la Chiesa italiana hanno un enorme bisogno.

Rimane però che, per quanto si possa essere accomunati dalla volontà di dialogo e dallo stile rispettoso nel praticarlo, la differenza tra credenti e non-credenti non viene per questo cancellata, né deve esserlo. Un piatto irenismo conduce solo alla celebre "notte in cui tutte le vacche sono nere", per citare l'espressione di Hegel che gli costò l'amicizia di Schelling, conduce cioè all'estinzione del pensiero, il quale per vivere ha bisogno delle differenze, delle distinzioni, talora anche dei contrasti. È quindi particolarmente importante rispondere alla domanda sulla vera differenza tra credenti e non credenti, capire cioè quale sia la posta in gioco nella distinzione tra fede e ateismo. Pur consapevole che sono molti e diversi i modi di viverli, penso tuttavia che la loro differenza essenziale emerga dalle battute conclusive della replica di Scalfari al Papa: "Quelle che chiamiamo tenebre sono soltanto l'origine animale della nostra specie. Più volte ho scritto che noi siamo una scimmia pensante. Guai quando incliniamo troppo verso la bestia da cui proveniamo, ma non saremo mai angeli perché non è nostra la natura angelica, ove mai esista".

"Scimmia pensante... bestia da cui proveniamo": queste espressioni segnalano a mio avviso in modo chiaro la differenza decisiva tra fede e non-fede. Per Scalfari noi proveniamo da una "bestia" e quindi siamo sostanzialmente natura animale, per quanto dotata di pensiero; per i credenti, anche per quelli che come me accettano serenamente il dato scientifico dell'evoluzione, la nostra origine passa sì attraverso l'evolversi delle specie animali ma proviene da un Pensiero, e va verso un Pensiero, che è Bene, Armonia, Amore.

La differenza peculiare quindi non è tanto l'accettare o meno la divinità di Gesù, quanto piuttosto, più in profondità, la potenzialità divina dell'uomo. La confessione della divinità di Gesù è certo importante, ma non è la questione decisiva, prova ne sia che nei primi tempi del cristianesimo vi furono cristiani che guardavano a Gesù come a un semplice uomo in seguito "adottato" da Dio per la sua particolare santità, una prospettiva giudaico-cristiana che sempre ha percorso il cristianesimo e che anche ai nostri giorni è rappresentata tra biblisti, teologi e semplici fedeli, e di cui è possibile rintracciare qualche esempio persino nel Nuovo Testamento (si veda Romani 1,4). Peraltro il dialogo con l'ebraismo, così elogiato da papa Francesco, passa proprio da questo nodo, dalla possibilità cioè di pensare l'umanità di Gesù quale luogo della rivelazione divina senza ledere con ciò l'unicità e la trascendenza di Dio.

Naturalmente tanto meno la differenza essenziale tra credenti e non-credenti passa dall'accettare la Chiesa, efficacemente descritta dal Papa come "comunità di fede": nessun dubbio che la Chiesa sia importante, ma quanti uomini di Chiesa del passato e del presente si potrebbero elencare che non hanno molto a che fare con la fede in Dio, e quanti uomini estranei alla Chiesa che invece hanno molto a che fare con Dio. Il punto decisivo quindi non sono né Cristo né la Chiesa, ma è la natura dell'uomo: se orientata ontologicamente al bene oppure no, se creata a immagine del Sommo Bene oppure no, se proveniente dalla luce oppure no, ma solo dal fondo oscuro di una natura informe e ambigua, chiamata da Scalfari "bestia".

Un passo di sant'Agostino aiuta bene a comprendere la posta in gioco nella fede in Dio. Dopo aver dichiarato di amare Dio, egli si chiede: "Quid autem amo, cum te amo?", "Ma che cosa amo quando amo te?" (Confessioni X,6,8). Si tratta di una domanda quanto mai necessaria, perché Dio nessuno lo ha mai visto e quindi nessuno può amarlo del consueto amore umano che, come tutto ciò che è umano, procede dall'esperienza dei sensi. Nel rispondere Agostino pone dapprima una serie di negazioni per evitare ogni identificazione dell'amore per Dio con una realtà sensibile, e tra esse neppure nomina la Chiesa e la Bibbia, che appaiono così avere il loro giusto senso solo se prima si sa che cosa si ama quando si ama Dio, mentre in caso contrario diventano idolatria, idolatria della lettera (la Bibbia) o idolatria del sociale (la Chiesa), il pericolo protestante e il pericolo cattolico. Poi Agostino espone il suo pensiero dicendo che il vero oggetto dell'amore per Dio è "la luce dell'uomo interiore che è in me, là dove splende alla mia anima ciò che non è costretto dallo spazio, e risuona ciò che non è incalzato dal tempo". Dicendo di amare Dio, si ama la luce dell'uomo interiore che è in noi, quella dimensione che ci pone al di là dello spazio e del tempo, e che così ci permette di compiere e insieme di superare noi stessi, perché ci assegna un punto di prospettiva da cui ci possiamo vedere come dall'alto, e così distaccarci e liberarci dalle oscurità dell'ego, da quella bestia di cui parla Scalfari che certamente fa parte della condizione umana ma che, nella prospettiva di fede, non è né l'origine da cui veniamo né il fine verso cui andiamo.

Occorrerebbe chiedersi in conclusione quale pensiero sull'uomo sia più necessario al nostro tempo alle prese come mai prima d'ora con la questione antropologica. Ovviamente da credente io ritengo che la posizione della fede in Dio, che lega l'origine dell'uomo alla luce del Bene, sia complessivamente più capace di orientare la coscienza verso la giustizia e la solidarietà fattiva. Se infatti, come scrive papa Francesco, la qualità morale di un essere umano "sta nell'obbedire alla propria coscienza", un conto sarà ritenere che tale coscienza è orientata da sempre al bene perché da esso proviene, un altro conto sarà rintracciare nella coscienza una diversa origine da cui scaturiscono diversi orientamenti. Se non veniamo da un'origine che in sé è bene e giustizia, se il bene e la giustizia cioè non sono da sempre la nostra più vera dimora, perché mai il bene e la giustizia dovrebbero costituire per la nostra condotta morale un imperativo categorico? In ogni caso sarà nell'assumere tale questione con spirito laico, ascoltando le ragioni altrui e argomentando le proprie, che può prendere corpo quell'invito a "fare un tratto di strada insieme" rivolto a Scalfari da papa Francesco nello spirito del più autentico umanesimo cristiano, e accolto con favore da Scalfari nello spirito del più autentico umanesimo laico.

La verità, vi prego, sui confini dell'amore

di EUGENIO SCALFARI

TRA i tanti articoli che sono stati scritti sulla lettera a me diretta da papa Francesco ce n'è uno di Vito Mancuso pubblicato venerdì scorso sul nostro giornale ("Il Papa, i non credenti e la risposta di Agostino"). Lo cito perché pone un problema che merita d'esser approfondito: chi sono i non credenti, quelli che nel linguaggio corrente sono definiti atei?
Mancuso non è un ateo, anzi è un fine teologo credente, ma la sua è una fede molto particolare e la descrive così:
"Credo alla luce che è in me laddove splende nella mia anima ciò che non è costretto dallo spazio e risuona ciò che non è incalzato dal tempo. Quella luce ci permette di superare noi stessi e liberarci dall'oscurità dell'ego, da quella bestia che certamente fa parte della condizione umana ma non è né l'origine da cui veniamo né il fine verso cui andremo. La fede in Dio lega l'origine dell'uomo alla luce del Bene orientando l'uomo verso la solidarietà e la giustizia".
Insomma Mancuso crede nel Pensiero che porta verso il Bene. Quel Pensiero è Dio e ci ispira solidarietà e giustizia.
Trovo suggestivo questo suo modo di pensare e di sentire. La fede infatti è un sentimento che proviene dall'interno dell'uomo, dal suo "sé" ed erompe verso la mente dove hanno sede il pensiero e la ragione. Sono molte le persone che, rifiutando le Sacre Scritture, la dottrina della Chiesa e la sua liturgia, credono "in qualche cosa" che in parte sta dentro di noi e in parte ne sta fuori. Per metà sono credenti, per un'altra metà non lo sono.
La secolarizzazione della società moderna viaggia in gran parte su questa lunghezza d’onda. A me è capitato più volte di domandare ad amici ai quali mi legano simpatia, frequentazione, comunità di progetti e di lavoro: tu credi? Molto spesso la risposta è affermativa, ma se ancora domando: in che cosa? La risposta è appunto “in qualche cosa”. È un’ipotesi consolatoria, un aldilà incognito che comunque promette un proseguimento della vita “fuori dallo spazio e dal tempo” come scrive Mancuso, oppure è un abbozzo di pensiero che non viene approfondito perché i bisogni e gli interessi quotidiani, la concretezza dei fatti e degli incontri, incalzano e ingabbiano dentro lo spazio-tempo che non può essere facilmente accantonato?
La bestia pensante è esattamente questo: istinti animali che la mente riflessiva fa lievitare. L’essere sta, diceva Parmenide; l’essere diviene diceva Eraclito; l’essere è formato dagli elementi della natura, diceva Empedocle. Qualche tempo dopo arrivò Platone e la sua pianura della verità, i suoi archetipi, modelli trascendenti, punti di riferimento della bestia pensante.
Se bestia pensante non piace possiamo nobilitarla chiamandola “homo sapiens”, oppure darle un nome mitologico che la nobiliti ancora di più. Io lo chiamo Eros, non il paggetto alato che accompagna Venere-Afrodite e lancia le frecce per infiammare i cuori, ma una forza originaria del cosmo, signore di tutte le brame e di tutti i desideri. La nostra, prima ancora di essere una specie pensante, è una specie desiderante. Si obietterà che tutte le specie viventi desiderano ed è vero, ma i desideri dell’animale sono coatti e ripetitivi, quelli della nostra specie sono invece evolutivi e da un desiderio appagato ne nasce immediatamente un altro. Perciò noi siamo una specie desiderante perché desideriamo desiderare ed Eros è la forza della vita e ne misura l’intensità.
C’è una poesia di Auden che ad un certo punto invoca: «La verità, vi prego, sull’amore»; ma delle varie specie d’amore parlano anche, e molto, La Rochefoucauld, Pascal, Leopardi, Baudelaire, ciascuno a suo modo.
C’è primo tra i primi, l’amore per se stesso; La Rochefoucauld lo chiamò amor proprio, la mitologia lo chiamò Narciso, il giovane che rimirandosi nelle acque d’un lago si innamorò di se stesso. L’amore per se stesso è il fondamento della nostra vita perché noi viviamo con noi stessi 24 ore su 24. Se ci odiassimo saremmo vittime di un disturbo mentale che potrebbe arrivare al “tedium vitae” e persino al suicidio. Ma se il narcisismo oltrepassa la soglia fisiologica al punto di escludere ogni altra specie d’amore, allora diventa egolatria, auto-idolatria. È una patologia alquanto diffusa e molto pericolosa per la società.

Poi c’è l’amore per l’altro, la coppia di innamorati, anche questo con molte sottospecie, il rispecchiamento reciproco, l’attrazione sessuale per l’altro sesso oppure per lo stesso, l’amore platonico, l’amicizia amorosa, l’affinità elettiva.
Infine l’altra e grandiosa forma d’amore, quella per gli altri, visti come “prossimo”, cioè l’amore per la specie, la fratellanza dei sentimenti, la famiglia. Ricordate il detto evangelico “Ama il prossimo tuo come te stesso”?
Dunque Gesù non escludeva l’amore per sé, e come avrebbe potuto escluderlo visto che era un uomo, fosse o non fosse il figlio di Dio? Il miracolo che si proponeva di compiere era di parificare l’amore per il prossimo a quello verso se stesso, ma poi, quando pensò (o rivelò) d’essere figlio di Dio, allora l’asticella del miracolo diventò molto più alta: non voleva soltanto elevare l’amore verso di sé e quello per il prossimo allo stesso livello di intensità, ma pensò che dovesse abolire interamente l’amore proprio e concentrare sul prossimo tutto il sentimento amoroso di cui ciascuno dispone.
Gli è riuscito questo miracolo? Direi di no, anzi dopo due millenni dalla sua venuta l’amor proprio è diventato più intenso e quello verso gli altri è fortemente diminuito.
Se il mio dialogo con papa Francesco continuerà, come spero ardentemente che avvenga, questo credo che potrebbe essere il tema: far crescere l’amore per gli altri almeno allo stesso livello dell’amor proprio. Gesù di Nazareth fu martirizzato e crocifisso per aver voluto testimoniare la scomparsa dell’amore verso di sé. Volle cioè andare oltre la natura della bestia pensante che il Creatore aveva creato.
Il miracolo fallì, ma l’incitamento rimase e fu raccolto dai suoi discepoli, dai suoi apostoli, dai suoi fedeli ed anche dagli uomini di buona volontà. Siano essi credenti nell’Abba, nel Dio mosaico, in Allah, o in “qualcosa” o atei ma consapevoli.
Per questo continuo a pensare che il vero culmine del Cristianesimo non sia la resurrezione di Cristo, ma la crocifissione di Gesù, non la conferma dell’esistenza d’un aldilà ma l’esempio e l’incitamento all’amore del prossimo, alla giustizia e alla libertà responsabile nell’aldiquà.

 

Don Sciortino: Credenti e non credenti per il bene comune

La nuova evangelizzazione passa attraverso il dialogo e nel saper dire e testimoniare ai non credenti le ragioni della nostra fede.

di Don Antonio Sciortino

La lettera di papa Francesco a Eugenio Scalfari, in risposta alle domande che il fondatore di Repubblica gli aveva posto in due differenti editoriali a luglio e agosto sulle pagine del quotidiano, rilancia quell’apertura della Chiesa al mondo, che era stata la grande novità del concilio Vaticano II. Ma, al tempo stesso, rilancia anche l’interesse che il mondo mostra oggi nei confronti della Chiesa, grazie a papa Bergoglio.

Fin dall’inizio del suo pontificato, Francesco ha invitato la Chiesa a non chiudersi in sé stessa, nei propri recinti, ma a uscire verso le periferie geografiche ed esistenziali. “La malattia tipica della Chiesa”, ha detto in più occasioni, “è l’autoreferenzialità, il guardare a sé stessi, ripiegati su sé stessi”. Anche se questa apertura comporta qualche rischio, dice il Papa, “preferisco mille volte di più una Chiesa incidentata che ammalata di autoreferenzialità”.

Il dialogo a distanza tra papa Francesco ed Eugenio Scalfari, “doveroso e prezioso” sulla scia del Concilio, ricorda i  dialoghi con i non credenti che il cardinale Carlo Maria Martini – di cui abbiamo appena ricordato l’anniversario della sua morte -  avviò con la “Cattedra dei non credenti”. Per dialogare, scriveva Martini, “occorre avere simpatia per l’altro, avvicinarlo con fiducia. Un dialogo sulle cose importanti della vita è oggi necessario per la sopravvivenza e lo sviluppo delle culture, soprattutto in Europa”.

La cattedra dei non credenti fu un’esperienza “provocatoria” ma straordinaria, perché non si erano mai visti prima dei non credenti esporre le ragioni del loro non credere dal pulpito del Duomo di Milano. L’iniziativa ebbe una vastissima risonanza sui mass media, ma fu ripresa e riproposta anche in altre diocesi. L’intuizione, come ricordava Martini, stava tutta in una bella frase di Norberto Bobbio, che il cardinale fece sua: “La differenza rilevante per me non passa tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti; ovvero tra coloro che riflettono sui vari perché e gli indifferenti che non riflettono”. Alla fine, la “cattedra dei non credenti” fu un’avventura dello Spirito tra le più avvincenti della sua vita, come confidò Martini ai suoi più stretti collaboratori. Da novello Mosè, Martini vide la “terra promessa ma non poté entrarvi”. Oggi, il suo sogno di una Chiesa aperta al mondo, accogliente, vicina alla gente e ai poveri in particolare, disposta all’ascolto delle ragioni degli altri, si è attuata nel nuovo corso di papa Francesco, un gesuita come lui.

La nuova evangelizzazione passa attraverso il dialogo, e nel saper dire e testimoniare ai non credenti le ragioni della nostra fede. Solo così potrà infrangersi il muro dell’impermeabilità della società moderna all’annuncio del  Vangelo e permettere a credenti e non credenti di contribuire insieme nel dialogo al bene comune.

11 settembre 2013

Un Papa che sa dialogare con il mondo moderno

di

 

Annachiara Valle

 “Mi pare che il Papa apra un dialogo non solo con i non credenti, ma, in modo ancora più ampio, con il mondo moderno”. Don Roberto Repole, presidente dell’Associazione teologica italiana e docente di Teologia sistematica presso la sezione di Torino della Facoltà teologia dell’Italia settentrionale, commenta la lettera del Papa a Repubblica insistendo sul fatto che “occorre richiamare questo desiderio che il Papa mette nella Chiesa di essere in continuità con quanto fatto dal Concilio Vaticano II, cioè di dialogare con il mondo della modernità, un mondo nel quale c'è anche la possibilità di non essere credenti”

- Il Papa scrive che Dio perdona chi segue la propria coscienza. Ciò ognuno fa quel che gli pare?

Assolutamente no. Il Papa dice che ciò che è fondamentale - e in questo senso ribadisce una verità classica nel cristianesimo - non è il rispetto di alcune forme o di alcune regole che rimangono esterne a noi. Quello che è fondamentale - per dire della verità di noi stessi e di ciò che siamo - è il modo in cui seguiamo la coscienza. Nella consapevolezza che, per la visione cristiana, l'uomo è immagine di Dio e, dunque, la sua coscienza è il luogo del dialogo tra l'uomo e Dio. Poi ovviamente questo non esime ciascun uomo dal formarsi una coscienza e dalla rettitudine di coscienza.

 

- Nessun pericolo di relativismo, allora?

Il Papa dice semplicemente che ciò che è fondamentale è che ciascuno cerchi ciò che è bene. Gesù cristo è qualcuno che può essere seguito anche da chi non lo conosce, ma vive secondo la sua logica.

 

- E sulla questione della verità?

Mi sembra che il Papa ci dica che una verità assoluta - nel senso in cui lui etimologicamente la legge, e cioè sciolta da ogni legame - e il relativismo - cioè che ciascuno pensa di poter essere verità a se stesso - possono essere le due facce di una stessa medaglia perché in entrambi i casi non si ha coscienza di dover cercare un dialogo e di dover mettersi in relazione con gli altri. Quel che il Papa ci vuole dire è che nel cristianesimo la verità è Gesù Cristo che è la rivelazione e la comunicazione che Dio fa di se stesso all'uomo. Ma questo implica, evidentemente l'uomo stesso che è chiamato ad accogliere Cristo. E la fede non è altro che questo: il riconoscimento di Cristo come inviato dal Padre. Dunque la verità non è un oggetto, una cosa, nella visione cristiana della realtà, ma è la vita stessa di Dio dentro cui siamo chiamati ad entrare. Non solo, se andiamo a vedere la storia, la vicenda, la realtà di Gesù Cristo, che è la verità, ci viene detto che ciò coincide fondamentalmente con la comunione. Con la comunione dell'uomo con Dio e dell'uomo con gli altri.

 

- Ma, dunque, non esiste una verità oggettiva?

La verità non è qualcosa di oggettivistico, ma implica sempre che l'uomo si giochi nella verità. Dire che non è oggettivistico non significa, dunque, dire che sia realitivistico, ma che la verità è sempre trascendente.

 

- Il Papa parla di un tratto di cammino che si può fare insieme a chi non crede. Su quali strade?
Il tratto che si può fare è tutto ciò che ci fa camminare nella via della ricerca e dell'attualizzazione di ciò che è pienamente umano. Allora laddove noi cristiani vediamo che con i non credenti c'è la possibilità di fare delle cose insieme in favore della dignità degli uomini, a cominciare dai più piccoli, dai più poveri, dagli emarginati, è chiaro che non soltanto possiamo, ma dobbiamo fare un tratto di strada insieme. Questo mi sembra che abbia il suo fondamento nel fatto che noi cristiani crediamo che Gesù Cristo è la rivelazione del Salvatore di tutti non soltanto di noi cristiani.

 

- Un Papa che scrive a un giornale è di per sé originale. Cos’altro c’è di nuovo in queste parole?

Direi soprattutto il modo in cui esprime la coscienza che noi cristiani abbiamo della verità. Un modo che fa vedere in maniera ancora più esplicita che la verità non è un'idea nel cristianesimo, ma implica un coinvolgimento pieno da parte nostra. E, quindi, anche i cristiani che conoscono per rivelazione, per grazia, Gesù Cristo come la verità sono chiamati a camminare nella verità e dunque a cercarla fino in fondo.

11 settembre 2013

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