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Usa, spiati milioni di telefoni bufera sugli 007 di Obama
NEW YORK - Le telefonate di milioni di americani sono segretamente controllate per anni. La notizia è emersa solo ora grazie a uno scoop del britannico Guardian. Le associazioni Usa per la difesa dei diritti civili gridano allo scandalo. E l' amministrazione Obama cerca di gettare acqua sul fuoco affermando che si tratta di «uno strumento fondamentale» nella lotta al terrorismo.
ORWELL ALLA CASA BIANCA
NEW YORK IL GRANDE Fratello ha le sembianze di Barack Obama. Nello stillicidio di scandali che segnano l' inizio del suo secondo mandato presidenziale, le libertà individuali e il Primo emendamento vacillano sotto l' avanzata di uno Stato che sembra sempre più invasivo. Tutto cominciò con le rivelazioni sulla sorveglianza telefonica dei giornalisti di Associated Press e Fox. Il Dipartimento di Giustizia voleva smascherare le loro fonti, le "gole profonde" che dall' interno dell' Amministrazione erano sospettate di fornire ai reporter notizie riservate, tali da nuocere alla sicurezza nazionale. Su un piano diverso, c' è l' affaire dell' Internal Revenue Service (Irs): l' agenzia delle entrate ha compiuto degli accertamenti molto "mirati", verso organizzazioni politiche di destra. Ora arriva il botto più grosso: milioni di utenze telefoniche sotto sorveglianza, un' intrusione massiccia nella privacy dei cittadini. «Uno strumento cruciale per prevenire minacce terroristiche», è la giustificazione fornita dalla Casa Bianca. Già a proposito dello spionaggio sui giornalisti, l' ex direttore del New York Times Bill Keller aveva detto di Obama che ha prima "ereditato" e poi "rafforzato uno Stato dominato dalla sicurezza". Per i garantisti non è la prima volta che questo presidente delude le aspettative. Nel suo primo mandato c' era la macchia di Guantanamo. Obama aveva promesso nel 2008 che il supercarcere militare sarebbe stato chiuso. È tuttora in funzione. E di fronte allo sciopero della fame che molti detenuti hanno avviato per protesta (sono in carcere da anni senza processo) Obama ha autorizzato l' alimentazione forzata, che alcune organizzazioni dei diritti civili equiparano a una forma di tortura. Su Guantanamo, Obama ha delle giustificazioni: quando provò a chiuderlo e a trasferirne i prigionieri in penitenziari civili, il Congresso oppose un netto rifiuto. Ma anche nelle battaglie contro WikiLeaks, o nell' uso massiccio di droni per "esecuzioni dall' alto", il presidente democratico aveva mostrato di dare la priorità alla sicurezza nazionale. Con un' ossessione particolare, quando si tratta di dare la caccia ai "whistelblowers" che si annidano nella stessa funzione pubblica, le gole profonde che rivelano notizie riservate. Di fronte agli ultimi scandali Obama è apparso sulla difensiva. A proposito della sorveglianza sui giornalisti, il presidente ha detto: «Abbiamo tutti bisogno della libertà di stampa, ne ho bisogno io per primo, per essere controllato dall' opinione pubblica, sono questi i valori che mi hanno spinto a fare politica». Si è detto favorevole a una "legge scudo", che definisca meglio il segreto professionale, il diritto dei cronisti a tacere l' identità delle proprie fonti. La destra lo ha attaccato in maniera poco convincente. E non solo perché il gigantesco apparato di sorveglianza interna a fini di anti-terrorismo, sotto il superministero della Homeland Security, fu costruito da George W. Bush dopo l' 11 settembre. Sulla vicenda dei controlli fiscali, la destra ha i suoi scheletri nell' armadio: tra le organizzazioni politiche indagate dall' agenzia delle entrate, alcune hanno davvero abusato del generoso regime di deducibilità fiscale delle donazioni. Nona caso, finoa pochi giorni fa i sondaggi indicavano che l' opinione pubblica è poco attenta a questi scandali. È a sinistra che la sofferenza si fa più acuta, soprattutto dopo l' ultima rivelazione sui milioni di cittadini spiati a loro insaputa. Si riapre un' antica spaccatura, fra garantisti e "realisti", che ha sempre attraversato il partito democratico. È significativa la posizione della senatrice Dianne Feinstein: democratica di San Francisco, ultraprogressista su altri temi valoriali (come i matrimoni gay), ma un falco sulla sicurezza nazionale. Sapevamo della sorveglianza sulle utenze telefoniche, dice in sostanza la Feinstein, è un programma necessario e va continuato. Guai a lasciare che siano i repubblicani a impugnare la bandiera della sicurezza nazionale. Non nella nazione ferita dall' 11 settembre, e ancora di recente dall' attentato di Boston. Ma davvero il presidente che ha eliminato Osama Bin Laden deve continuamente ribadire le sue credenziali sulla sicurezza? L' anima liberal del suo partito la pensa come Keller quando scrive che "bisogna ritrovare un equilibrio, nell' eterna lotta tra i segreti necessari e la responsabilità democratica; la segretezza va controbilanciata dal nostro bisogno di sapere ciò che il governo sta facendo".
FEDERICO RAMPINI
Le porte aperte al Grande Fratello
SI PUÒ e si deve essere indignati e scandalizzati dalla notizia di una rete elettronica di sorveglianza con la quale gli Stati Uniti hanno avvolto il mondo. Ma non ci si può dire sorpresi. Da anni, infatti, si assiste ad una convergenza tra sottovalutazione della privacy, crescita degli strumenti elettronici di controllo, enfasi posta sulla lotta al terrorismo ed alla criminalità. E non sono mancate le informazioni che mostravano come soggetti pubblici e privati avessero adottato, con diversi gradi di intensità, la logica secondo la quale la semplice esistenza di tecnologie sempre più penetranti e pervasive legittimava il ricorso ad esse in qualsiasi situazione.
Si stava abbattendo sull'intero pianeta quello che, già nel 2008, un gruppo di ricerca dell'Unione europea definiva un "digital tsunami", destinato a travolgere gli strumenti giuridici che garantiscono non solo l'identità, ma la stessa libertà delle persone, aprendo la strada a una radicale trasformazione delle nostre organizzazioni sociali, che vuol far diventare la sicurezza l'unico criterio di riferimento. Soggetti pubblici e privati si sono impadroniti di questa nuova opportunità, mentre rimanevano deboli o inesistenti le reazioni politiche.
Evenivano dileggiati o trascurati gli allarmi delle associazioni dei diritti civili e del "popolo della rete". Sempre nel 2008, il rapporto di una di queste associazioni, Statewatch, criticava duramente l'abbandono del principio secondo il quale le raccolte private di informazioni sulle persone devono essere garantite contro l'accesso generalizzato da parte dello Stato a favore dell'opposto principio, che legittima l'accesso a qualsiasi dato personale con l'argomento, appunto, della sicurezza.
Questo scivolamento verso forme di democrazia "protetta" è ormai davanti ai nostri occhi, ed è stato descritto con i dettagli che ormai conosciamo bene e che mettono in evidenza come i tabulati telefonici, gli accessi a Internet, l'uso delle carte di credito, il passaggio quotidiano davanti a telecamere di sorveglianza, e via elencando, compongano un paesaggio all'interno del quale si muove una persona che lascia continue tracce, implacabilmente seguite, che consentono un ininterrotto "data mining", una possibilità di sottoporre ogni individuo ad una sorveglianza continua attingendo all'universo sterminato delle banche dati come ad una miniera a cielo aperto. Non più la "folla solitaria" delle metropoli, dove la persona poteva scomparire, ma persone "nude", spogliate d'intimità e di diritti. Questo è il mondo nuovo che descrive il "Datagate". Un mondo pazientemente costruito anche con iniziative costituzionali, che negli Stati Uniti sono state definite con nomi come Patriot Act e, oggi, Prism. Iniziative che hanno una lunga storia e che, in altri momenti, si è cercato di contrastare. Vorrei ricordare che, proprio all'indomani dell'11 settembre, il Gruppo dei garanti europei per la privacy, per iniziativa dell'Italia, sollevò con molta forza il problema e ingaggiò un vero braccio di ferro con l'amministrazione americana che, per la prima volta nella sua storia, si dotava di un ministero dell'Interno, il Department of Homeland Security. I termini del conflitto furono subito chiarissimi. Si partiva dai dati dei passeggeri delle linee aeree, di cui si voleva conoscere ogni minuto dettaglio, dal modo in cui era stato acquistato il biglietto alla eventuale dichiarazione di abitudini alimentari. Non si dava nessuna vera garanzia sul modo in cui quei dati sarebbero stati utilizzati e sulle concrete possibilità di ricorso a un giudice nel caso di violazioni. Compariva con chiarezza la cancellazione tra dati raccolti da soggetti pubblici o da soggetti privati, e si creava un gigantesco conglomerato all'interno del quale le varie agenzie per la sicurezza avrebbero potuto muoversi liberamente. La questione assumeva una rilevantissima importanza politica, perché implicava la capacità dell'Unione europea di difendere efficacemente il diritto d'ogni persona alla protezione dei dati personali, la cui rilevanza e autonomia erano state appena riconosciute dalla Carta dei diritti fondamentali del 2000.
Emerse allora una sorta di schizofrenia istituzionale, con un'alleanza tra Parlamento europeo e Gruppo dei garanti, mentre la Commissione finiva troppo spesso per comportarsi più come portavoce che come controparte delle pretese degli Stati Uniti. Ci accorgiamo oggi del fatto che, in quel conflitto, erano presenti tutti gli elementi che oggi ritroviamo nel Prism. Mancanza di tutele effettive (la corte di garanzia agisce in segreto), accesso all'enorme serbatoio offerto da soggetti privati come Googleo Facebook, nessun rispetto dei diritti dei cittadini degli altri paesi, ai quali si negano i diritti esercitabili da quelli americani. Allora si riuscì ad ottenere qualche risultato non trascurabile. Ma oggi? Che cosa si intende fare di fronte a una situazione assai più grave di quelle del passato? La Commissione europea, dopo essere stata reticente di fronte alle interrogazioni dei parlamentari che chiedevano informazioni perché già circolavano notizie sulla rete americana di sorveglianza, non ha reagito con l'immediatezza e la decisione che sarebbero state necessarie, confermando una sorta di subalternità di fronte agli Stati Uniti, evidente in molti casi degli anni passati in cui assai debole è stata la sua difesa della privacy. Dal Parlamento si dovrebbe attendere una reazione non ispirata alle reticenze con le quali, all'inizio del 2000, venne affrontato il caso allarmante della rete di sorveglianza più nota all'epoca, Echelon. E gli Stati europei? Un segnale sembra venire solo dalla Germania. Inquieta la passività degli altri, prigionieri tutti della logica di una sicurezza insofferente d'ogni limite, tanto che più d'un paese europeo si esercita anch'esso in spericolate iniziative di sorveglianza. Il Governo italiano rimarrà parte di questo coro silenzioso? Bisogna ripetere che, di fronte a vicende come questa, la parola privacy è inadeguata o, meglio, deve essere sempre più intesa come un riferimento che dà fondamento concreto a questioni ineludibili di libertà e democrazia. L'erosione della privacy, la sua negazione come diritto e come regola sociale, non avviene soltanto all'insegna della sicurezza, ma anche di una pressione economica di tutte quelle imprese che vogliono considerare i dati personali come proprietà loro, come una tra le tante risorse liberamente disponibili. Espropriata dei suoi dati, la persona si fa merce tra le altre. Libertà e democrazia, dunque, rischiano d'essere schiacciate nella tenaglia di sicurezza e mercato.
Terra di diritti, regione del mondo dove più alta è la tutela comune della privacy, proprio in questo momento l'Europa deve essere consapevole di avere la responsabilità di poter essere un attore decisivo in questa grande partita politica. Nel momento drammatico del conflitto seguito all'11 settembre, nel febbraio del 2002, la più grande organizzazione americana per la tutela dei diritti civili, l'American Civil Liberties Union, pubblicò un documento con il quale invitava l'amministrazione americana ad abbandonare la pretesa di imporre all'Europa le proprie regole, facendo propri, invece, i principi di libertà che in quel momento gli europei difendevano. Oggi dovremmo avere memoria di quelle parole, creando le condizioni perché possano ancora essere pronunciate.
STEFANO RODOTÀ