VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti
La Boldrini sfida Marchionne. Niente gare al ribasso sui diritti senza dialogo non c'è ripresa
E rifiuta l’invito alla Sevel. “ gli impianti chiudono, c’è disagio”
TORINO - Il presidente della Camera non visiterà martedì lo stabilimento della Fiat in Val di Sangro. In una lettera inviata all'ad Sergio Marchionne Laura Boldrini rifiuta l'invito del Lingotto «causa impegni istituzionali già in agenda». Nella missiva, che arriva il giorno dopo la sentenza della Consulta sull'articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori, il presidente di Montecitorio non risparmia considerazioni, rivolgendosi all'ad Marchionne: «Non sarà certo nella gara al ribasso sui diritti che potremo avviare la ripresa».
L'invito a Boldrini era stato fatto dall'ad di Fiat dopo un incontro tra la presidente e una delegazione dei lavoratori Fiat guidata dal segretario della Fiom-Cgil, Maurizio Landini.
Marchionne aveva risposto, ritenendo «non rappresentativa» la Fiom, con la richiesta di visitare uno stabilimento, la Selvel in Abruzzo, dove si produce il Ducato. La presidente nella lettera usa parole nette: «Le vecchie ricette hanno fallito- scrive-e ne servono di nuove. Affinché il nostro Paese possa tornare competitivo è necessario percorrere la via della ricerca, della cultura e dell'innovazione. Una via che nonè in contraddizione con il dialogo sociale e con costruttive relazioni industriali: non sarà certo nella gara al ribasso sui diritti e sul costo del lavoro che potremo avviare la ripresa». Un riferimento anche alla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo l'articolo 19 della legge 300 dove si riconosce il diritto di rappresentanza solo per le sigle firmatarie di contratto.
Punto su cui il Lingotto ha impostato le sue relazioni sindacali negli ultimi tre anni, escludendo la Fiom dalle fabbriche.
La presidente risponde a Marchionne anche rispetto agli incontri fatti: «Cerco di incontrare sia le delegazioni di lavoratori che vengono a Roma per far sentire la loro voce al governo e al parlamento, sia i piccoli e medi imprenditori che tentano una via di uscita dalla crisi. Sarebbe grave se in un momento così difficile per le famiglie italiane i palazzi della politica si chiudessero in se stessi». Dalla Fiat non arrivano risposte.A Milano, dove il Lingotto ha presentato le due nuove versioni della 500L, l'amministratore delegato della Fiat, è assente. Il «no» alla visita è un altro colpo per il Lingotto dopo la decisione della Corte Costituzionale. Plaude la leader della Cgil, Susanna Camusso: «Dobbiamo festeggiare per l'accordo firmato unitariamente a Cisl e Uil sulla rappresentanza e dobbiamo festeggiare perché la sentenza della Consulta dice che nessuno potrà mai cacciare un sindacato da un'azienda». Il numero uno della Cisl, Raffaele Bonanni, auspica invece che la Fiom «faccia rientrare la democrazia in fabbrica accettando le maggioranze che si esprimono di volta in volta». Il sottosegretario allo Sviluppo Economico, Claudio De Vincenti, sottolinea che «la sentenza va applicata, le parti sociali devono parlarsi e su questo il governo non c'entra». E aggiunge: «Fiat ha confermato i propri impegni sugli stabilimenti italiani: contiamo che questi vengano rispettati»
Diego Longhin
Desideriamo sapere se lo stipendo, in milioni di euro, a Marchionne è ancorato alla produttività e alle vendite di auto

La strada bassa della Fiat
di Luciano Gallino, da Repubblica, 5 Luglio 2013
È possibile, mentre il XXI secolo avanza e una grave crisi sconvolge economie e società di mezzo mondo, riuscire a fabbricare beni e servizi ad alti livelli di produttività e mantenere al tempo stesso fermi i diritti che i lavoratori hanno conquistato in una generazione di lotte e sacrifici? A questo interrogativo l’ad Fiat Sergio Marchionne ha risposto più volte di no.
Per contro giorni fa la Consulta ha stabilito in sostanza che sul terreno dei diritti acquisiti non si può tornare indietro, per cui una soluzione andrà comunque trovata. A sua volta la presidente della Camera (diciamolo: una delle poche voci alte e forti sortite dalle elezioni di febbraio) ha risposto, parlando nella sua lettera all’ad Fiat, di lavoro da reinventare e ripensare sotto nuove forme e in chiave di innovazione e produttività, decisamente di sì: deve essere possibile.
Sostenendo con le sue azioni dal 2004 in avanti il principio che per produrre come si deve bisogna oggi ridurre i diritti dei lavoratori, principio che la Consulta ha ora bocciato, Marchionne non ha ovviamente inventato nulla di nuovo. Ha deciso di seguire la polverosa strada bassa delle relazioni industriali, progettata e costruita in Usa e nel Regno Unito dai governi Reagan e Thatcher degli anni 80, poi percorsa attivamente in Francia e in Germania anche da governi sedicenti socialisti o socialdemocratici, o comunque con l’appoggio dei partiti così denominati. Si veda, nella prima, la legge sulla modernizzazione del diritto del lavoro, e nella seconda la sequela delle leggi Hartz — dal nome di un ex capo del personale cui il governo ritenne di affidare, nientemeno, che il compito di insegnare ai lavoratori ad essere più responsabili. Il che ha significato accettare senza discutere salari “moderati”, potere e rappresentatività dei sindacati in picchiata, condizioni di lavoro sempre più pesanti.
Parrebbe giunto il momento di riconoscere che la strada bassa delle relazioni industriali è stata una pessima costruzione. Ha compresso in misura iniqua quanto economicamente insensata la quota salari in Europa come in America; ha contribuito a produrre milioni di disoccupati; ha favorito la scomparsa di interi settori produttivi. Peggio che mai in Italia, dove la generalizzazione della ricetta Marchionne a tutto il settore industriale non sarà stata la sola causa, ma di fatto si è accompagnata a crolli paurosi della produzione: in un decennio scarso la costruzione di auto è scesa della metà, non si fabbricano più grandi navi, sono in crisi tessili ed elettrodomestici, l’aerospaziale ha i problemi suoi, la chimica è un nano rispetto a quello che era tempo addietro.
In questo quadro più nero che grigio, che cosa significa reinventare e ripensare il lavoro in chiave di innovazione e produttività, per usare le parole della presidente della Camera? Significa varie cose. Che bisognerebbe smetterla di concepire la produttività come lavorare sempre più in fretta sotto il controllo di un computer, come vorrebbe la metrica Fiat imposta dal cosiddetto accordo di Pomigliano: con il risultato ultimo, osservabile in tutti i comparti produttivi, che nel momento in cui finalmente gli operai lavorano come robot, vengono subito sostituiti da robot nuovi di zecca (come ho ricordato altre volte, l’Italia è da anni il secondo maggior acquirente europeo di robot industriali).
La produttività andrebbe invece correttamente vista come valore aggiunto per ora lavorata, un risultato che si ottiene innovando, contando sull’intelligenza dei lavoratori invece che sulla loro disciplinata obbedienza, riconoscendo che nelle critiche che essi ed i sindacati fanno all’organizzazione del lavoro – e perché no ai prodotti – c’è più produttività da ricavare che non imponendo ritmi forsennati di lavoro.
Per tacere della ricetta di Henry Ford, che non era precisamente il titolare di un’opera pia, ma all’incirca un secolo fa scoprì una formula che i manager di oggi sembrano avere dimenticato: raddoppiò il salario giornaliero agli operai contando sul fatto – allora puntualmente verificatosi – che essendo pagati meglio potevano acquistare i prodotti che fabbricavano. Al fine di concretare questi contenuti della produttività, la tutela dei diritti di rappresentanza, di parola, di partecipazione dei lavoratori attraverso i sindacati riveste più che mai un ruolo fondamentale.
/http%3A%2F%2Fwww.quotidianopiemontese.it%2Fwp-content%2Fuploads%2F2011%2F12%2F1768-sergio-marchionne.jpg)