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La paura della modernità
Vito Mancuso La repubblica del 6 luglio
La questione preliminare sollevata dalla prima enciclica di papa Francesco riguarda la sua effettiva paternità. Chi è il vero padre del testo da oggi noto con il titolo classico di Lumen fidei, “Luce della fede”? Sarà compito degli studiosi futuri stabilire con precisione quanto vi sia di Ratzinger e quanto di Bergoglio in questo importante documento, ma, come si può leggere nello stesso testo, già oggi è noto che è stato scritto per la gran parte da papa Benedetto («egli aveva già quasi completato una prima stesura»), mentre papa Francesco dice di aver contribuito aggiungendo «alcuni ulteriori ritocchi». L’origine a più mani del testo non costituisce di per sé una novità per il papato, perché sono molti i testi del magistero quali encicliche, esortazioni apostoliche, catechesi o semplici discorsi, che hanno alle spalle un autore diverso rispetto al Romano Pontefice che poi li ha firmati, né penso che potrebbe essere altrimenti vista l’ampia esposizione a cui oggi un Papa è quotidianamente chiamato. Decisamente nuovo però è il fatto che, dietro a un testo solenne come un’enciclica, di pontefici ve ne siano due, visto che Benedetto XVI ha scritto le pagine oggi firmate da papa Francesco quando ancora il papa era lui. A quale pontefice quindi attribuire la sostanza degli insegnamenti contenuti nella Lumen fidei? E chi tra i due papi ha scelto il titolo, che in un’enciclica ha sempre tanta importanza?
C’è poi un’altra non piccola questione preliminare: se l’enciclica è il documento più importante che un papa ha a disposizione, e se la prima enciclica rappresenta solitamente l’atto programmatico del nuovo pontificato, che significato occorre dare al fatto che papa Francesco ha scelto di fare suo un testo scritto quasi integralmente da papa Benedetto? Se Francesco avesse sempre seguito in tutto il suo predecessore la cosa sarebbe perfettamente coerente, ma egli finora ha fatto piuttosto il contrario: altra qualifica nel presentarsi (“vescovo di Roma”), altra abitazione (Santa Marta e non l’appartamento papale), altra croce pettorale, altre scarpe, altro piglio nell’affrontare i nodi del governo vaticano, altre priorità come appare dall’aver disertato un concerto di musica classica dov’era prevista la sua presenza, cosa che un cultore della buona musica e dell’etichetta quale Benedetto XVI non avrebbe mai fatto. O forse l’assunzione del testo ratzingeriano sotto la propria firma è funzionale proprio al desiderio di papa Francesco di voler sottolineare, al di là di differenze contingenti, la totale consonanza dottrinale con papa Benedetto sulle cose fondamentali quali la fede e la morale? Io penso che a questa domanda occorra rispondere positivamente e che solo così si spieghi l’effetto un po’ stucchevole di vedere a firma di papa Francesco un testo integralmente ratzingeriano.
L’enciclica infatti riproduce con andamento lineare e senza particolari novità la tradizione della dottrina cristiana in ordine all’insegnamento sulla fede, intesa sia come fides qua creditur, cioè l’atteggiamento interiore o la fiducia con cui si crede, sia come fides quae creditur, cioè il patrimonio dottrinale cui si aderisce con ossequio dell’intelligenza ovvero i cosiddetti articoli di fede. E lo fa all’insegna della più limpida teologia ratzingeriana che nel testo emerge con voce inconfondibile.
La Lumen fidei spiega l’origine della fede unicamente a partire dall’alto, riconducendola a Dio e dichiarandola “dono di Dio”, “virtù soprannaturale da Lui infusa”, “dono originario”, “chiamata” (il termine dono ricorre 21 volte, chiamata 11). La domanda sorge spontanea: chi non ha la fede non ha quindi ricevuto questo dono divino? E se fosse così, non si tratterebbe in questo caso di un’inspiegabile ingiustizia? Verso la fine della vita Indro Montanelli scriveva: “Io ho sempre sentito e sento la mancanza di fede come una profonda ingiustizia che toglie alla mia vita, ora che ne sono al rendiconto finale, ogni senso. Se è per chiudere gli occhi senza aver saputo di dove vengo, dove vado, e cosa sono venuto a fare qui, tanto valeva non aprirli”.
Invano il lettore cercherebbe nell’enciclica dei due papi non dico la risposta, ma anche solo l’assunzione del problema sollevato da Montanelli e da molti altri prima e dopo di lui, problema che è poi l’espressione dell’inquietudine alla base della modernità. Come sempre nella teologia ratzingeriana, anche in questa enciclica la modernità diviene solo un avversario da combattere, non un interlocutore con cui istituire un dialogo fecondo. La Lumen fidei sottolinea continuamente che c’è una “chiamata” da parte di Dio, cui deve corrispondere un “ascolto” da parte dell’uomo. La fede cioè non è interpretata come una disposizione che sorge dal basso, come una modalità di articolare il sentimento, come un atto di fiducia verso la vita: è piuttosto pensata come una creazione unilaterale di Dio, il quale, così come è apparso nella storia di Abramo e poi degli altri protagonisti della Bibbia, si presenta allo stesso modo nell’interiorità dei singoli chiamandoli a sé. Naturalmente il testo papale afferma che la pienezza della fede si ha con la venuta di Gesù, sia in quanto verità dottrinale da credere e consistente nell’evento della sua morte e risurrezione, sia in quanto forma del credere, perché Gesù non è solo l’oggetto della fede ma anche il modello: vi è una fede in Gesù e vi è una fede di Gesù, e al riguardo nel testo vi sono passaggi molto belli, soprattutto laddove si parla di Gesù come di “Colui che ci spiega Dio”. La centralità cristologica in ordine all’esperienza di Dio non può non rimandare però al delicatissimo nodo della salvezza mediante la fede: se è tramite la fede in Cristo che ci si salva, chi è privo della fede in Lui è necessariamente destinato alla perdizione? I non credenti e i fedeli di altre religioni possono partecipare in qualche modo alla salvezza oppure ne sono necessariamente esclusi? La risposta dell’enciclica papale si configura all’insegna del modello teologico noto come “inclusivismo”, teso ad affermare che la fede “riguarda anche la vita degli uomini che, pur non credendo, desiderano credere e non cessano di cercare”. Il testo arriva a sottolineare che “nella misura in cui si aprono all’amore con cuore sincero già vivono, senza saperlo, nella strada verso la fede”. Si tratta in sostanza della teologia dei “cristiani anonimi” del gesuita Karl Rahner che papa Francesco (oppure papa Benedetto?) fa propria. Resta da vedere quanto questa posizione sia veramente rispettosa verso i non credenti o verso i fedeli di altre religioni: che cosa direbbe un cattolico di essere considerato un buddhista o un musulmano anonimo? Alcune delle pagine più belle sono quelle dedicate alla relazione tra verità e amore, laddove la Lumen fidei afferma che “se l’amore ha bisogno della verità, anche la verità ha bisogno dell’amore”, e che “amore e verità non si possono separare”. E ancora: “Senza amore, la verità diventa fredda, impersonale… La verità che cerchiamo, quella che offre significato ai nostri passi, ci illumina quando siamo toccati dall’amore”. Penso che il senso della vita cristiana risieda esattamente in queste parole che destituiscono il freddo primato della dottrina e sanno ritrasmettere al meglio il senso evangelico della verità. Penso altresì che se la dottrina cattolica a livello di prassi sacramentale (vedi sacramenti negati ai divorziati risposati), di etica sessuale e soprattutto di bioetica considerasse sempre la portata di queste parole arriverebbe a rivedere molte posizioni dottrinali attuali che oggi appaiono veramente fredde e impersonali. Più in generale penso che il testo della Lumen fidei riproduca la teologia ratzingeriana soprattutto in alcuni capisaldi come la contrapposizione tra fede cristiana e mondo moderno, la polemica contro il relativismo, il radicamento della ricerca teologica nell’obbedienza al Magistero. Sotto quest’ultimo profilo è netta la riconduzione dell’esperienza di fede alla dimensione dottrinale nella sua integralità, perché la fede, scrive la Lumen fidei, “deve essere confessata in tutta la sua integralità”, visto che “tutti gli articoli di fede sono collegati in unità e negare uno di essi equivale a danneggiare il tutto”. Ma se qualcuno di questi articoli appare in contraddizione con le esigenze dell’amore, come nel caso della dannazione eterna, oppure del peccato originale che macchierebbe l’anima di ogni bambino al suo concepimento, che cosa deve fare l’intelligenza teologica? Continuare a ripetere affermazioni magisteriali che appaiono infondate? Anche a questo riguardo però si cercherebbe invano una risposta nell’enciclica dei due papi, la quale si limita a ribadire l’obbedienza incondizionata che la ricerca teologica è tenuta a portare al Magistero romano. Ma il limite più grave del testo papale riguarda la teologia spirituale. L’enciclica infatti, insistendo così tanto sulla luce della fede e sulla sua capacità di spiegazione, finisce per ignorare abbastanza clamorosamente che l’esperienza spirituale cristiana si conclude non con la luce ma con le tenebre, come attesta la comune testimonianza della mistica dell’oriente e dell’occidente cristiano, parlando di “notte oscura”, di “silenzio”, di ingresso nella “nube della non conoscenza”, e sottolineando la necessità di andare al di là della dimensione intellettuale. Proprio in questo ignorare la fecondità delle tenebre, del non-sapere, del vuoto, del silenzio, risiede il grande limite della teologia ratzingeriana e del suo intellettualismo, che questo testo firmato da papa Francesco, come fosse un sigillo, riproduce in toto.
Rimane da spiegare perché il papa venuto dalla fine del mondo l’abbia fatto proprio senza veramente “ritoccarlo” con il suo carisma umano e spirituale, ma a questa domanda per ora non ci sono risposte.
Quando riconosciamo i nostri errori, ovvero i nosri limiti nella vita, che la parte vitale e non vitale è in ciascuno di noi (il bene e il male è in ciascuno di noi) o chi si confessa e ha la remissione dei peccati come si fosse solo violato qualche precetto e quindi tutto può riprendere normalmente, non vediamo fino in fondo che ciò che ci impedisce di essere in pace con noi stessi e incapaci di una relazione creativa con le altre persone (compiremo sempre delle mancanze) è la consapevolezza che finchè non superiamo il nostro ripiegamento su noi stessi, la paura di essere compassionevoli, la paura degli altri (come se fossero gli altrri individui a limitarci) continueremo a mancare nell'espansione della vita verso di noi e gli altri. Certo ci vuole pazienza con noi stessi e non farsi impressionare dagli arretrramenti che accadono, quello che conta è rimettersi in camino ogni volta che siamo caduti e ne scopriremo delle belle.
Lumen Fidei, un’enciclica rimasta ratzingeriana. Molta dottrina ma troppe questioni restano aperte.
Il coordinatore nazionale di “Noi Siamo Chiesa” Vittorio Bellavite ha rilasciato la seguente dichiarazione:
“Salvo una migliore rilettura, mi sembra che l’enciclica, senz’altro ricca di riflessioni e di suggestioni, riveli, in modo fin troppo esplicito, la mano ratzingeriana. Si ha l’impressione che Francesco l’abbia fatta propria senza riuscire a caratterizzarla nel senso dei messaggi e del magistero di questi suoi primi mesi, così densi di indicazioni nuove.
La struttura dottrinale dell’enciclica si snoda con un excursus che va dal Primo Testamento all’insegnamento di Paolo e di Agostino, ai nessi tra fede/verità e ragione nei loro rapporti con l’eredità ellenistica, da qualche riferimento a pensatori contemporanei fino al Catechismo della Chiesa cattolica, ancora assunto come riferimento fondamentale per la fede. Importante, ma scontata, la sottolineatura della dimensione comunitaria della vita del credente.
La riflessione dell’enciclica Lumen Fidei potrebbe essere importante se non fossero assenti questioni, di tipo più pastorale, che incombono sulla vita dei credenti e della Chiesa e che sono, mi sembra, conditio sine qua non per una nuova evangelizzazione all’inizio del terzo millennio.
Provo ad elencarne tre, richiamandomi a riflessioni che “Noi Siamo Chiesa” fa da lungo tempo:
--come la fede di chi si riconosce nel magistero della Chiesa Cattolica e nella successione apostolica (che l’enciclica richiama) può essere praticata e vissuta, verso l’unità nella diversità, con i tanti che fanno parte di altre Chiese che credono nell’Evangelo? Non c’è una fede che ci è del tutto comune?
--quale percorso si deve continuare nella direzione del riconoscimento, avviato da Giovanni Paolo II, che la fede cristiana nella storia è stata spesso assunta come ispirazione ideale per guerre di religione, per guerre contro gli “infedeli” e per la demonizzazione del popolo ebraico? Insomma quale è la nostra vera fede? Non è quella evangelica della nonviolenza e della convivenza con tutti? Di tutto ciò non si può tacere quando si parla di fede.
--quale “fede” ci è comune con l’uomo che è in ricerca, che si dice non cristiano o agnostico, che si arresta di fronte al mistero del creato? O che appartiene ad altre religioni? E poi non è forse necessario anche un modo nuovo di pensare a Dio e di credere in lui di fronte ai nuovi problemi e alle nuove sensibilità poste dalla scienza, dalla bioetica, dalla sociologia, dalla ricerca filosofica? E anche il dubbio del credente deve essere interno al discorso sulla fede”.
Una sola enciclica scritta da due papi che si contraddicono
BERGOGLIO FIRMA “LUMEN FIDEI” CON RATZINGER MA LO “CORREGGE” E INSISTE SUL PERDONO.
La vera enciclica papa Francesco la pubblicherà l’anno prossimo e sarà sulla povertà. Perché questo è il tema che maggiormente gli sta a cuore nel momento in cui la crisi attanaglia a livello planetario i poveri e gli impoveriti. Non a caso il segretario papale, don Xuereb, commentando la visita a Lampedusa, ha detto: “Mentre a Nord ci sono i ricchi che sprecano, dall’altra parte c’è un Sud che lascia tutto per tentare la fortuna e spesso trova la morte”. Lumen Fidei, l’enciclica scritta a quattro mani con l’ex pontefice Ratzinger – Francesco lo riconosce espressamente nel-l’introduzione – è invece un atto politico. Benedetto XVI aveva lasciato l’enciclica incompiuta e si trattava di neutralizzare ogni eventualità, anche la più lieve, che restasse traccia di un magistero bipolare. La “parola” dell’ex contro le “parole” del pontefice regnante.
FRANCESCO aveva e ha altri programmi. Rimodellare a fondo lo Ior, riorganizzare la Curia, riformare il Sinodo dei vescovi, mettere in piedi un meccanismo di governo collegiale con l’episcopato. Ma Ratzinger ha avuto la poco felice idea di inventarsi il titolo di “papa emerito”, pretendendo la veste bianca invece di indossare il saio grigio da monaco e di chiamarsi solo – nobilmente – “padre Benedetto”. E allora Bergoglio ha dovuto affrontare in questi mesi anche questo problema. Ha spiegato che Benedetto XVI, abdicando, ha ascoltato la voce del Signore, lo ha abbracciato come un fratello in pensione, lo ha messo sullo stesso inginocchiatoio a Castel Gandolfo, ieri se lo è portato insieme alla benedizione di una statua dell’arcangelo Michele all’interno del Vaticano, e dunque l’enciclica scritta a quattro mani (un inedito assoluto nella storia dei papi) è un modo affettuoso ed elegante di chiudere la partita. Seppellendo ogni ombra di dualismo papale. Nel testo le mani diverse si notano. Ratzinger cita Nietzsche e Dostoevskij, discetta sulla debolezza della ragione che non produce luce abbastanza quando nega la fede.
Bergoglio insiste sull’impegno paziente a perdonare, sulla fede come “lampada che non è una luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi”. Suo è, insomma, l’approccio piano e conversevole che affascina i pellegrini in San Pietro. “Cammino” è una delle sue parole chiave. E dunque il “credente non è arrogante”, la fede lo stimola alla “testimonianza e al dialogo con tutti”. La fede non deve nemmeno unicamente “servire a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta a edificare le nostre società”, favorisce un cammino verso un futuro di speranza. Nota il vescovo teologo Bruno Forte (in un libro di commento edito da “LaScuola” con il contributo anche del filoso umanista agnostico Salvatore Natoli) che per Francesco il credente non può mai chiudersi nel proprio “Io”, disinteressandosi del bene comune.
MA D’ALTRONDE questa era anche la posizione di Benedetto XVI fin dalla sua prima enciclica Deus Caritas est. Nel sostenere il legame inscindibile tra verità e amore, Ratzinger e Bergoglio si incontrano. “Senza amore – è detto nell’enciclica Lumen Fidei che avvia a conclusione l’anno della fede – la verità diventa fredda, impersonale, oppressiva”. Ma in ultima analisi Francesco non ama “ragionare” di fede. Ama fondamentalmente – e credenti e non credenti lo hanno subito colto – un cristianesimo realmente praticato con solidarietà e misericordia. Ecco perché nell’enciclica (al di là di citazioni enciclopediche tradizionali anche sull’amore coniugale tra uomo e donna) vengono esaltati come esempi San Francesco e Teresa di Calcutta. Perché nei lebbrosi e nei poveri “hanno capito il mistero che c’è in loro”. Quello che conta per il papa argentino è una fede che insegna al cristiano a riconoscere il volto di Dio “attraverso il volto del fratello”. C’è molta inquietudine in vasti settori conservatori del cattolicesimo – non solo in alcuni settori vaticani – per il nuovo corso, per il rivolgimento, verso cui Bergoglio sta portando passo dopo passo la Chiesa. Bergoglio vuole traghettare l’enorme struttura ecclesiastica dal cattolicesimo imperiale romanocentrico a una Chiesa-comunità. Proclamando santi in autunno Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, rilancia le idee guida del Concilio e chiude simbolicamente l’epoca delle discussioni (e delle repressioni) del dopo-Concilio. “La fede – sancisce nell’enciclica – non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita”.
QUESTO CORAGGIO del futuro spaventa i conservatori, timorosi di cambiamenti troppo grandi. Perciò insistono nel dire nei corridoi vaticani che la “Chiesa è sempre la stessa, mentre ogni papa ha il suo stile personale”. Non si tratta di stile. Si tratta di obiettivi. Bergoglio lavora per il cambiamento. Prossima tappa: la nomina del segretario di Stato e del ministro degli esteri. Poi, forse, un allargamento del consiglio della corona degli otto cardinali. Ma il terrore più grande lo provano in Curia i monsignori citati per motivi di carrierismo, sesso e corruzione nel grande dossier segreto su Vatileaks. Il papa che ha decapitato lo Ior, non avrà timore di far cadere la testa di qualche prelato.
Da Il Fatto Quotidiano del 06/07/2013. Marco Politi
