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lL mais transgenico si arrende

lL mais transgenico si arrende l'Europa respinge gli invasori

19 luglio 2013

IL SEGNALE più chiaro arriva dal supermercato. Whole Foods, a Columbus Circle, nel seminterrato sotto il grattacielo di Cnn TimeWarner. Da mesi ha lanciato una campagna contro gli organismi geneticamente modificati (Ogm).

All'insegna della trasparenza, e per restituire al consumatore la piena sovranità nelle sue scelte. Dunque, non è una messa al bando vera e propria, ma una campagna-verità: le etichette indicano in bella evidenza quando in un alimento sono presenti degli ingredienti che contengono Ogm. Sembra un piccolo passo, invece è una rivoluzione. Per capirlo bisogna unire questo segnale ad altre due novità. Una, è la decisione del colosso Usa Monsanto - la regina globale degli Ogm - di rinunciare a chiedere altre autorizzazioni in Europa per allargare i raccolti autorizzati a usare sementi manipolate geneticamente (unica eccezione quella relativa al mais Mon810: per l'appunto proprio quello la cui coltivazione viene vietata in questi giorni, con apposito decreto, in Italia). L'altra novità è l'iniziativa di diversi Stati Usa di imporre per legge l'etichettatura obbligatoria.

CARLO PETRINI FEDERICO RAMPINI  

L'AZIENDA - Multinazionale Monsanto

La multinazionale di biotecnologie agrarie - 18.000 dipendenti, un fatturato da 8,500.000.000 di dollari - è nata nel 1901. Negli anni 20 diventò leader nella produzione di acido solforico e fibre sintetiche. E' del 1982 la prima pianta geneticamente  modificata nei suoi laboratori. Molte le polemiche per esser stata tra i produttori di un defoliante tossico per l'uomo usato in Vietnam.

 

La resa degli OGM /2

19 luglio 2013 —  

E’ un inizio di una ritirata strategica: La MONSANTO, colosso delle biotecnologie agricole,  rinuncia a chiedere alla UE  nuove autorizzazioni  per prodotti modificati geneticamente. Nient’altro che la logica della domanda e dell’offerta: l’esercito di chi vuole prodotti “Ogm-free” è diventato troppo grosso per non tenerne conto

Quante Europe ci sono? Più d' una, sicuramente. E bisogna stare attenti a non generalizzare, e a non lasciarsi demoralizzare quando qualcosa non prende la piega desiderata, perché qualcuna di quelle Europe funziona, e anche benino, sicché è lecito coltivare qualche speranza sul fatto che possano, le Europe che funzionano, contagiare un po' le altre. Questa volta ha funzionato l' Europa dei cittadini. Sono già 8 gli Stati Membri che hanno scelto la clausola di salvaguardia a proposito di Ogm (a proposito: che aspettiamo noi italiani?) e in questa situazione la Monsanto ha deciso che non vale la pena insistere, anche perché più insiste e più il titolo in Borsa perde colpi. Non ci dobbiamo dispiacere se le motivazioni di una grande azienda multinazionale sono eminentemente economiche. Non dobbiamo pretendere che la Monsanto diventi sensibile alla tutela della biodiversità o alla protezione della salute pubblica. La Monsanto non è contraria alla biodiversità né è avversa alla salute pubblica. La Monsanto ha un obiettivo: fare soldi. Per questo si dedica agli Ogm.

E intanto in Italia è stato firmato un decreto che vieta il mais “mutante”Mon810

Non per prese di posizione di carattere ambientalista o filosofico. E per la stessa ragione rinuncia agli Ogm se i soldi non arrivano. È semplice. E ci dice quanto potere - ovvero quanta responsabilità - sta nelle mani di chi acquista o non acquista i prodotti delle multinazionali. Sicché qui stiamo: la Monsanto rinuncia alle richieste di autorizzazione su nuovi prodotti Ogm. Ne aveva parecchie in attesa, ma si è stufata. Questa è una vittoria di tutte quelle associazioni che da anni insistono nel fare comunicazione presso i consumatori e presso i decisori politici, chiedendo che vinca la cautela, il buon senso, la tutela della biodiversità, la difesa della sovranità alimentare (che è sovranità nel mangiare e nel coltivare) dei popoli. Sulla scorta delle considerazioni di cui sopra non ha ritirato - visto che da quella fonte i soldi continuano ad arrivare - la richiesta di rinnovo dell' autorizzazione sul Mon810, un tipo di mais. Questo non è un dettaglio. Sia perché stiamo parlando del mais Ogm più coltivato nel nostro continente, sia perché questo elemento mette a nudo la presenza di una di quelle Europe invece funzionano meno. L' autorizzazione al Mon810 in Europa è del 1998. Quindici anni fa. Mentre è di pochi giorni fa un decreto interministeriale che nel nostro paese vieta la coltivazione proprio di quel mais, che, secondo le più recenti evidenze scientifiche, si presenta come un rischio per l' agrobiodiversità. Adesso sarà interessante vedere se quell' Europa rinnoverà l' autorizzazione sul Mon 810. Perché il divieto che il nostro paese ha imposto si basa anche sulle valutazioni dell' Efsa. E l' Efsa è una agenzia europea che si occupa di sicurezza alimentare. Sicché se l' Unione europea decidesse di rinnovare l' autorizzazione al Mon 810 dovrebbe farlo grazie a una qualche straordinaria acrobazia logica che le consentisse di dire di sì in considerazione delle stesse valutazioni sulla base delle quali gli Stati stanno dicendo di no. Staremo a vedere. Ma, ripeto, se l' Europa dei cittadini e degli Stati membri è già riuscita a contaminare un po' l' Europa dei Mercati, forse qualcosa di buono ne potrebbe uscire. Perché se è vero che fino ad oggi l' Unione dei Mercati non ha mai osato mettersi di traverso sulla questione degli Ogm, è anche vero che quei mercati d' altro non son fatti che da cittadini. I quali non "consumano", ma mangiano. E quando mangiano vogliono sentire che nel cibo ci sono territori, culture, salute, bellezza, futuro, giustizia e gusti. Non vogliono lo stesso tipo di mais in Spagna, in Italia e in Francia. Quella roba lì, la lasciano ai "consumatori": che infatti con le loro scelte alimentari consumano, senza ricostituirli, territori, culture, salute, bellezza, futuro, giustizia e gusto. I cittadini sanno che se anche gli Ogm non fossero una minaccia (ma purtroppo lo sono) per la biodiversità, per l' ambiente e per la libertà, resterebbe il fatto che gli Ogm sono un cibo senza storia, senza racconto, senza identità, senza contenuto. Senza senso. E se al cibo togliamo il senso, il sentimento, finiremo per perderlo anche noi. - CARLO PETRINI

La resa degli OGM /1

19 luglio 2013 —  

L’avanzata dell’azienda USA era implacabile: ora trova resistenze anche in Cina

NEL MONDO – Le coltivazioni OGM

Soia     51 %      Mais   31%     Colza 5%    Cotone    13%

Le coltivazioni (mlm di ettari)

Stati Uniti   69,5 %    Brasile 36,5%    Argentina  23,9%    Canada   10,8%

India 10,8%    Cina   4%   Paraguay  3,4%  Sudafrica    2,8%

21,8%   La quota di terreni agricoli occupata da cultura OGM

18  I paesi che coltivano più di 50mila ettari a OGM

10  I paesi che ne coltivano in misura inferiore

L’intervento sulle piante  per arrivare all’ OGM

- Gli OGM  sono piante il cui Dna è stato modificato con tecniche di ingegneria genetica, diversamente da quanto avviene in natura con l’accoppiamento o la ricombinazione naturale dei geni

- Il GENE viene isolato in laboratorio nella pianta  tramite un batterio o “sparandolo” nel genoma

- L’AMBIENTE

 Come molte specie ibride gli OGM sono sterili.

Secondo alcuni studi (non condivisi da tutti) una specie OGM senza cure  si estingue in 2-3 generazioni 

A seconda  del gene che riceve, la pianta può diventare:

resistente ai parassiti           può produrre sostanze utili                    tollerante agli erbicidi

                                         all'uomo come vitamine o vaccini

L'OGM in Europa

5 paesi che ora coltivano mais transgenico (erano 7 nel 2008) - Portogallo, Spagna, Romania, Repubblica Ceca, Slovacchia

9 paesi in cui è vietato: Italia, Francia, Germania, Polonia, Austria, Ungheria, Bulgaria, Grecia

LE COLTIVAZIONI  in ettari 129.000 nel 2012   di cui 116.000 in Spagna

IN EUROPA  Le uniche colture OGM autorizzate sono: il mais MON810 e la patata Amflora di Basf che però non è coltivata.

IN ITALIA Con il nuovo decreto è vietato coltivare anche il Mais MON810.  le nuove misure attuative del decreto devono essere ancora definite.

NEW YORK Il segnale più chiaro l' ho ricevuto dal mio supermercato. Whole Foods, a Columbus Circle, nel seminterrato sotto il grattacielo di Cnn TimeWarner. Da mesi ha lanciato una campagna contro gli organismi geneticamente modificati (Ogm). All' insegna della trasparenza, e per restituire al consumatore la piena sovranità nelle sue scelte. Dunque, non è una messa al bando vera e propria, ma una campagna-verità: le etichette indicano in bella evidenza quando in un alimento sono presenti degli ingredienti che contengono Ogm. Sembra un piccolo passo, inveceè una rivoluzione. Per capirlo bisogna unire questo segnale ad altre due novità. Una, è la decisione del colosso Usa Monsanto- la regina globale degli Ogm- di rinunciare a chiedere altre autorizzazioni in Europa per allargare i raccolti autorizzati a usare sementi manipolate geneticamente (unica eccezione quella relativa al mais Mon810: per l' appunto proprio quello la cui coltivazione viene vietata in questi giorni, con apposito decreto, in Italia). L' altra novità è l' iniziativa di diversi Stati Usa di imporre per legge l' etichettatura obbligatoria. Fino a non molto tempo fa, per l' Agrobusiness americano iniziative come quella di Whole Foods, o di Stati come il Maine, Connecticute Vermont, erano l' equivalente di una dichiarazione di guerra. La Monsanto, i suoi lobbisti, i parlamentari Usa che servono i suoi interessi, sarebbero stati pronti a boicottare perfino il grande negoziato Usa-Ue sulle liberalizzazioni (Transatlantic Investment and Trade Partnership), se gli europei si fossero intestarditi a inserirvi delle clausole di informazione obbligatoria sugli Ogm nelle etichette dei prodotti di consumo. Ora è in casa propria, sul mercato degli Stati Uniti, che la Monsanto perde colpi sull' etichettatura obbligatoria. La sua rinuncia a chiedere nuove autorizzazioni nel settore agricolo europeo, è l' ultimo segnale di quello che assomiglia all' inizio di una ritirata strategica. La campagna di Whole Foods colpisce al cuore gli Ogm, senza dover passare attraverso un divieto puro e semplice. Il protagonista di questa offensiva è significativo. Whole Foods è il gigante della grande distribuzione "bio" negli Stati Uniti. Le due città dove ha avuto il massimo successo, sono quelle con la più forte concentrazione di élite salutiste: New York e San Francisco. Qui a Manhattan il suo ipermercato più grande, a Union Square, è invaso a tutte le ore da una folla di giovani, studenti, turisti. A San Francisco il punto vendita più celebre è sulla California Avenue vicino al capolinea dei tram a cremagliera. Icona del salutismo chic, progressista e benestante, Whole Foods ha una proprietà capitalistica molto tradizionale. Il suo chief executive è un repubblicano militante. Il suo quartier generale è in Texas, la roccaforte della destra Usa. Ma l' ideologia è una cosa, il business un' altra. Whole Foods ha successo perché ha capito la forza del suo messaggio, una versione americana dello Slow Food: mangiare sano per stare bene, curare le filiere, garantire la genuinità del prodotto, mettere al bando pesticidi e insetticidi e ogni altro inquinamento chimico dei raccolti. È la filosofia "organic", che conquista i ceti medioalti, le nuove generazioni, gli americani in lotta contro l' obesità e in fuga dal junk-food. Whole Foods ha capito che impugnare la bandiera della trasparenza sugli Ogm rafforza la sua credibilità presso questo segmento di clientela ad alto potere d' acquisto, bene informata, diffidente verso l' Agrobusiness. Da qualche settimana, quando vado a fare la spesa perfino il sacchetto di carta riciclabile in cui i cassieri di Whole Foods mi mettono frutta e verdura, ha stampato sopra uno slogan colorato che pubblicizza la nuova iniziativa sugli Ogm. L' informazione e`  un' arma implacabile, e Monsanto lo sa. Una volta che indichi con chiarezza al cliente dell' ipermercato la presenza di Ogm su un prodotto, sale la probabilità che l' acquirente scelga l' alternativa "senza" anche se costa di più. La conseguenza è ineluttabile. Fino a qualche anno fa la Monsanto pensava di poter mobilitare la Casa Bianca (ai tempi di George Bush) e il Congresso di Washington, per piegare le obiezioni degli europei, o di alcune forze radicali nelle nazioni emergenti (vedi l' India dove la battaglia anti-Ogm si rivolge anzitutto agli agricoltori). Ora è negli Stati Uniti che l' industria agroalimentare comincia a battere in ritirata: silenziosamente, produttori grandi e piccoli hanno ritirato dal commercio alcuni alimenti con Ogm per sostituirli con alternative "convenzionali". Connecticut, Vermont e Maine sono tre Stati piccoli e politicamente progressisti. Ma le loro iniziative legislative per rendere obbligatoria l' etichettatura trasparente sugli Ogm, stanno facendo scuola. 20 altri Stati Usa hanno avviato l' iter per l' introduzione di normative analoghe. Tra gli agricoltori americani, che sonoi clienti della Monsanto poiché ne acquistano le sementi, è iniziata la corsa a procurarsi le nuove certificazioni di qualità "non-Ogm". Lo stesso vale per le aziende grandi e piccole di prodotti alimentari. Un caso tipico è quello della ThinkThin (traduzione: «pensa magro»), l' azienda che produce merendine salutiste per sportivi col marchio Crunch. Per quel tipo di prodotto, è essenziale avere accesso alla rete distributiva di Whole Foods. Ma per vendere meglio sugli scaffali dei supermercati Whole Foods, conviene poter esibire il certificato che garantisce l' assenza di Ogm dagli ingredienti delle merendine Crunch: che contengono cereali integrali, zucchero, noci e nocciole. E così la chief executive di Crunch, Lizanne Falsetto, ha passato ai raggi X la lista dei suoi fornitori, esigendo che fossero a prova di Ogm, poi si è messa in coda per i controlli delle società di certificazione come la Non-Gmo Project di Megan Westgate, che rilasciano il marchio di qualità "Ogm-free" per garantirne l' assenza. Funziona in questo modo la catena virtuosa del contagio, un movimento che si sta amplificando, e costringe sulla difensiva Monsanto dove se l' aspettava meno: a casa sua. La "Non-Gmo Project" sta ricevendo richieste di certificati al ritmo di 300 al mese. Questa dinamica di mercato si riflette fedelmente sui prezzi delle materie prime più diffuse. Una commodity agricola di base come la soya, due anni fa si vendeva con un sovrapprezzo di un dollaro a bushel per la qualità senza gli Ogm; oggi quel sovrapprezzo è raddoppiato a due dollari, trascinato al rialzo dall' aumento della domanda di consumo per il prodotto non manipolato geneticamente. Per il mais il sovrapprezzo è balzato da 10 a 75 centesimi. Anche qui la logica della domanda e dell' offerta è implacabile e gioca contro la Monsanto: più cresce l' esercito dei consumatori che vogliono la versione senza Ogm, piu` agli agricoltori conviene coltivare quella perché si vende ad un prezzo migliore. Che questo cominci ad accadere negli Stati Uniti è clamoroso. L' avanzata della Monsanto e di altri colossi delle manipolazioni genetiche era stata implacabile fino in tempi recenti, al punto che l' anno scorso circa il 90% delle quattro maggiori derrate agricola Usa - mais, soya, canola e barbabietola da zucchero- erano il prodotto di sementi con gli Ogm. E sulla minoranza di coltivazioni convenzionali (certificate senza Ogm), quasi tutte servivano per rifornire mercati di esportazione "prevenuti", come quello europeo. Adesso, un altro moltiplicatore del cambiamento sta venendo dal fronte delle carni. Anche gli allevatori sono sotto pressione per fornire bistecche di manzo "libere" da Ogm: a loro volta chiedono foraggi e alimenti per il bestiame con quella certificazione di qualità. Monsanto scopre di avere combattuto per molti anni la sua battaglia su un terreno non decisivo: la sua strategia consisteva nel produrre un fuoco di sbarramento di studi scientifici (spacciati come indipendenti, quasi sempre da lei finanziati) per dimostrare l' insussistenza di danni alla salute derivanti da Ogm. Ma questa è diventata una battaglia quasi marginale, di fronte al verdetto di una fascia di consumatori. Che adottano, istintivamente, un loro "principio di precauzione". Per ora Monsanto può consolarsi con il fatto che la rivolta anti-Ogm è un fenomeno tipico dei consumatori più ricchie avveduti sui mercati occidentali. Viceversa l' America latina continua ad essere uno sbocco eccellente per le sementi manipolate. Ma in un altro gigante emergente, la Cina, la Monsanto ha cominciato a incontrare difficoltà e resistenze. Un segnale in più, che l' atmosfera sta cambiando. -  FEDERICO RAMPINI                                                                                    

 

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