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New York non lascia indietro nessuno Bill il rosso lancia il suo manifesto
De Blasio eletto con il 73% dei voti. In agenda più tasse ai ricchi
NEW YORK - Il "big change", il grande cambiamento passa anche da questa stradina di Park Slope con gli alberi color autunno e le case pigiate una sull' altra, tinte pastello, fiori ordinati alle finestre e le decorazioni di Halloween ancora sopra le finestre. L' era degli attici appesi alle stelle su Park Avenue in stile Bloomberg è finita, il nuovo sindaco di New York, Bill de Blasio, abita qui. Davanti alla sua porta c' è solo un' auto della polizia, qualche curioso passa e scatta una foto. I vicini sorridono orgogliosi: è l' anima di Brooklyn che si prende la rivincita con l' odiata Manhattan e non è solo folclore, è il motore della vittoria. Patrick porta fuori il cane, sta dall' altra parte del marciapiede: «Da loro le luci sono rimaste accese sino a tardi: è stata una notte splendida». In fondo alla via il bar Toto, dove il neo padrone della città spesso riuniscei suoi collaboratori è chiuso: le sedie stanno rovesciate sul bancone. Monya passa con il bambino nel passeggino, indica con uno sguardo sorridente le vetrine abbassate, sospira: «È stata una notte splendida». Con la stessa, identica, frase apre la sua prima conferenza stampa da vincente anche de Blasio: «Ora siamo pronti per partire, dobbiamo metterci a lavorare. Costruiremo un governo progressista, diverso e competente per garantire la sicurezza e la salute di tutte le famiglie della nostra città». Poi aggiunge: «La forza di New York è nella diversità del suo popolo e noi la sfrutteremo, sarà la molla con cui raggiungere gli obiettivi». Poi ripete la sua parola d' ordine: «Combatterò la diseguaglianza in ogni angolo». La promessa che riassume tutto assomiglia ad uno slogan: «È l' ora di un grande cambiamento». Lo dice anche a Bloomberg che vede per un' ora durante un incontro che i due definiscono «cordiale, positivo e sereno». Il primo passo verso la nuova era è la nomina di un comitato di transizione, con tanto di sito aperto alle idee dei newyorchesi. In cima all' agenda, da tradurre subito in concreto nei primi mesi di lavoro, c' è l' aumento delle tasse ai più danarosi, in modo da finanziare le scuole pubbliche (soprattutto gli asili nido) e poi l' innalzamento del salario minimo. Adesso viene il difficile, come scrive il New York Times: «Ha scaldato gli animi degli elettori, ha parlato loro di uguaglianza ed equità facendo loro credere che siano lì ad un passo. Invece un sindaco non ha la bacchetta magica per risolvere tutti i problemi: far capire loro questa cosa sarà il suo primo ostacolo», spiega l' analista politico Kenneth Sherill. A gennaio si troverà un buco di due miliardi nel bilancio, una polizia (di cui lui rimuoverà il capo: Raymond Kelly) sotto la lente dei giudici e un esercito di dipendenti comunali che aspettano l' avvento del "comunista" per avere rinnovo del contratto e aumenti salariali. Per riuscirci dovrà lavorare fianco a fianco con il governatore dello Stato, Andrew Cuomo: i due sono amici, si stimano, ma la filosofia politica li divide. E "il piano Robin Hood", come lo chiamano qui, di aumentare le tasse ai ricchi per dare ai poveri non convince il padrone di Albany, che invece in vista della sua rielezione vuole diminuire la pressione fiscale. «Ma Bill è un osso duro, imparerete a conoscerlo», spiega Lisa del suo team. L' aneddoto che usano più spesso i collaboratori risale al 2001: lui corre per una delle sue prima cariche pubbliche, cade, si frattura la caviglia ma continua la campagna porta a portae viene eletto. Testardoe deciso, lo definisce anche la moglie. Ma è anche molto bravo, come racconta il New York Times, a circondarsi degli uomini giusti. Tra i suoi consiglieri più fidati ci sono figure di grande esperienza, magari non famosi, ma autentici fuoriclasse della macchina amministrativa. Ex consiglieri di Koch e dello stesso Bloomberg, manager di aziende pubbliche, esponenti democratici di lungo corso. Saranno loro a consigliarlo, a spiegargli come sfruttare al meglio la potente onda elettorale che lo ha portato sulla poltrona di sindaco. I numeri assoluti (come ormai avviene negli Stati Uniti) sono bassi, con poco più di un milione di votanti, ma la vittoria è schiacciante con il 73.34% delle preferenze, per trovarne una simile bisogna tornare all' idolo Ed Koch nel 1985. Afromericani (95%) e latinos (85%) sono il suo zoccolo duro, mentre trai bianchiè al 52%. Ma il vero plebiscito è tra quelli che guadagnano meno di 50mila dollari, ovvero il popolo invisibile che non vede le mille luci di New York, ma vive all' ombra della soglia di povertà. Sono loro quelli che sperano nel "grande cambiamento", quelli che hanno scommesso tutto su «questo liberal audace e sorprendente», per non scivolare ancora più in basso ed avere di nuovo la certezza di un tetto e di un lavoro. Citando l' amato Dickens Bill de Blasio li rassicura: «Cammineremo come una sola città, non lasceremo più nessuno indietro». Fa quasi buio, all' angolo tra la Sesta e l' Undicesima il bar Toto accende le luci, l' happy hour inizia prima e promette giri doppi: un' altra notte splendida sta per iniziare. Poi il sogno stropiccerà gli occhi per affrontare la sfida della realtà. - MASSIMO VINCENZI
festeggia il "suo" vincitore: "De Blasio è un simbolo vivente di New York"
Lo scrittore e sceneggiatore: "Il nuovo sindaco ha una volontà sfacciata di cambiare le cose, di lui apprezzo che non ha paura
di essere molto liberal"
di ANTONIO MONDA
Paul Auster NEW YORK - Paul Auster è stato un sostenitore di Bill de Blasio sin dal momento in cui il nuovo sindaco ha deciso di candidarsi, e ora Auster esulta per una vittoria agognata che tuttavia non è mai stata in discussione.
Si è scritto molto dell'ascesa irresistibile di questo gigante (è alto quasi due metri) di origine italiana, delle posizioni radicali della sua gioventù, della famiglia multirazziale, del passato omosessuale della moglie, e di una piattaforma politica che ha spaventato i conservatori e inorridito i reazionari. Però, tutti questi elementi, che hanno sedotto irreversibilmente i liberal newyorchesi, sono da valutare insieme ad una personalità che riesce ad essere nello stesso tempo empatica e rivoluzionaria.
"È la caratteristica più affascinante di de Blasio", racconta Paul Auster nello studio non lontano dalla sua casa di Brooklyn. "Basta incontrarlo per riconoscerne il calore e l'intelligenza, mista a una volontà coraggiosa, quasi sfacciata, di cambiare le cose".
Che eredità lasciano Giuliani e Bloomberg, i sindaci precedenti?
"Giuliani non mi è mai piaciuto: per molti versi era un fascista e anche i risultati più sbandierati, come la diminuzione dei crimini, sono stati ottenuti con metodi per me inaccettabili. C'è poi da riflettere sul fatto che in quegli anni si sono sentiti gli effetti della Roe vs Wade, la sentenza della Corte suprema che ha legalizzato gli aborti: molti figli non voluti non sono diventati delinquenti".
Ammetterà che questa è una teoria discutibile.
"Credo che sia un dato valido quanto la soppressione violenta messa in atto da Giuliani. Per tornare ai sindaci, nessuno dei due ha parlato a tutta la città, nemmeno Bloomberg, che è stato un politico decisamente più interessante".
De Blasio ha dichiarato che sarà il sindaco del 99 per cento dei newyorchesi.
"È una battuta, ma nasconde una verità: ci sarà sempre una fascia molto ricca con cui lui sarà incompatibile. Ma mi lasci dire che sono entusiasta: è la prima volta che vince un mio candidato dopo cinque elezioni in cui ho votato lo sconfitto".
Come mai una città estremamente liberal come New York ha avuto per più di vent'anni sindaci non democratici?
"Dinkins, l'ultimo sindaco democratico, era un uomo per bene ma non aveva il polso per guidare una città così complicata. E gestì in maniera molto debole gli scontri razziali del 1991 a Crown Heights. Giuliani lucrò su quella vicenda, promettendo sicurezza e tolleranza zero. Poi, alla fine del suo mandato, ci fu l'11 settembre e prevalse un indipendente abile e miliardario come Bloomberg, che cambiò le regole per rimanere sindaco per tre mandati. C'è da dire anche che i candidati della sinistra non sempre sono stati all'altezza".
Quale sono le cose che più le piacciono di de Blasio?
"Il fatto che non abbia paura di essere molto liberal e di essere un simbolo vivente della New York odierna".
Quali saranno le sfide più grandi?
"Oltre alle normali, enormi difficoltà della metropoli, credo che tra le prima sfide ci sia quella di portare a termine il rinnovo del contratto di lavoro, trovando un accordo con i sindacati. Bloomberg non ce l'ha fatta e sarà un elemento che segnerà il suo mandato".
La destra imputa a de Blasio di non avere alcuna esperienza.
"Ha lavorato per Dinkins e Hillary Clinton: conosce dall'interno la politica. Non voglio sbilanciarmi sul suo futuro e per ora mi limito solo ad apprezzare l'ottimismo della sua volontà".
Ormai a New York solo un terzo della popolazione è bianca.
"Questo è uno dei fattori che ha segnato maggiormente questo grande successo elettorale. La città è in perenne cambiamento e de Blasio lo interpreta in prima persona. Sono sbalordito da come i repubblicani non comprendano come il mondo stia cambiando e tendano ad arroccarsi sempre di più su posizioni estremiste ed inquietanti".
Quanto è importante ancora l'identità italiana?
"Io espanderei la domanda a qualunque tipo d'identità: non credo che cambierebbe molto se de Blasio fosse greco o polacco, anche se gli italiani in città sono più numerosi. A volte ci illudiamo che le nostre radici scompaiano, e riteniamo di diventare qualcosa di altro, ma in realtà credo che il rapporto con l'identità sia sempre più forte di quanto possiamo immaginare. Non le sarà sfuggito che ieri lui abbia ringraziato anche in italiano.
Il sindaco rosso espugna la New York dei ricchi
COMUNISTA. Sandinista. Istigatore della lotta di classe. Marito di un' ex-lesbica. Papà di due adolescenti così orgogliosi della loro identità afro-italoamericana, da sembrare i nipotini di Jimi Hendrix e Angela Davis. Gliele hanno dette tutte a Bill de Blasio. Contro di lui hanno usato la sua giovinezza marxista, i viaggi in Urss, Cuba e Nicaragua. La famiglia multietnica e atipica. Di certo colui che si è candidato a guidare una mega-azienda come New York City (8,6 milioni di abitanti, 300.000 dipendenti municipali, 70 miliardi di budget annuo) non ha fatto la carriera del top manager. Come ex Public Advocate, difensore dei cittadini contro abusi e disservizi dell' amministrazione locale, il suo profilo è a metà strada fra il magistrato e il politico di professione. È una storia lontana anni luce dall' imprenditore miliardario Michael Bloomberg (quest' ultimo peraltro un self-made man, non l' erede dinastico di fortune altrui). Con la sua piattaforma radicale, all' insegna della lotta alle diseguaglianze, De Blasio ha voluto sfidare il dogma per cui un democratico vince solo facendo campagna al centro: fu quello il teorema di Bill Clinton, in parte seguito da Barack Obama, anche se i tentativi di intese bipartisan dell' attuale presidente sono stati regolarmente respinti da una destra oltranzista. La rivoluzione de Blasio si misura per contrasto. Perchè New York, pur essendo una città solidamente democratica (vota sempre a sinistra nelle elezioni presidenziali e congressuali), da 20 anni non eleggeva un sindaco progressista? Prima ci furono i due mandati di Rudolph Giuliani, repubblicano, poi i tre mandati di Michael Bloomberg, indipendente. Due grandi sindaci, che hanno impresso il loro segno nella rinascita di questa metropoli. Pur molto diversi tra loro, Giuliani e Bloomberg hanno proposto lo stesso contratto sociale alla città. Un equilibrio fatto di ordine pubblico ("tolleranza zero" verso la criminalità grande o piccola; crollo degli omicidi dai 2.245 del 1990 ai 418 dell' anno scorso), liberismo economico, atteggiamento "liberal" sui temi valoriali. Bloomberg piaceva a sinistra perché favorevole ai matrimoni gay, impegnato nel salutismo e nella difesa dell' ambiente (verde pubblico, piste ciclabili, aree pedonali, campagne contro il junk-food), attivo nella promozione della cultura (nuovi poli universitari e museali), coraggiosamente mobilitato contro la lobby delle armi. Ma Bloomberg non ha mai detto o fatto nulla che potesse disturbare i poteri forti del capitalismo, da Wall Street ai grandi costruttori edili. Il risultato è una metropoli tornata a risplendere, con un rinnovamento urbanistico stupefacente: 40.000 nuovi grattacieli, un ritmo di trasformazione più consono alle megalopoli delle nazioni emergenti. E 50.000 senzatetto, molti dei quali non sono disoccupati bensì lavoratori dipendenti dal reddito insufficiente per pagare un canone di affitto. Dopo vent' anni di quel contratto sociale, la Grande Mela racchiude tutto il meglio e il peggio del modello americano. Nei suoi "bor o u g h s " ( M a n h a t t a n , Brooklyn, Queens, Bronx e Staten Island) abitano ben 400.000 milionari, la più fantastica concentrazione di ricchezze del pianeta. Ma il 48,5% dei residenti vivono sotto la soglia della povertà (fissata a 30.000 dollari di reddito annuo per una famiglia di quattro persone) o nell' area della "quasi-povertà" che per il costo della vita locale si misura sotto i 46.000 dollari a nucleo familiare. De Blasio vuole un contratto sociale diverso. Nel suo programma c' è la costruzione di 200.000 alloggi popolari per contrastare la "gentrification" che sta trasformando perfino Harlem e Brooklyn in quartieri alto-borghesi. Asilinido e dopo-scuola per tutti. Un sostegno alla scuola pubblica contro i costosissimi istituti privati. Un salario "vitale" obbligatorio di 11,75 dollari l' ora, contro un minimo attuale di soli 7,25. Il tutto finanziato con un aumento delle imposte sui ricchi, compresa ovviamente la tassa sulla casa. Poiché già oggi New York contende a San Francisco la palma della città a più alta pressione fiscale degli Stati Uniti, la destra agita lo spettro di... Gerard Depardieu. Cioè una fuga dei ricchi che impoverirebbe tutti. Ma se la Grande Mela e la Silicon Valley californiana sono diventate quel che sono oggi, non è in virtù di un' attrattiva fiscale. La loro forza sta nell' essere dei formidabili bacini di talenti umani, sta nelle "sinergie culturali" che offrono un habitat favorevole all' innovazione. Sembrano averlo capito quei ceti medio-alti che hanno accolto con simpatia la sfida di de Blasio, convinti che un nuovo patto socialeè indispensabile per uscire da questa crisi. New York è un laboratorio multietnico unico al mondo: solo 33% dei residenti sono bianchi, il 29% ispanici, 23% afroamericani, 13% asiatici. È un caso estremo e tuttavia indica la direzione verso la quale si evolve l' America intera. A questa trasformazione si può rispondere, come il Tea Party, con una rivolta anti-Stato che è anche una psicosi da fortino assediato della minoranza bianca. De Blasio è certo che un' altra risposta è quella vincente. FEDERICO RAMPINI
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