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VI INVITO A SCRIVERE COMMENTI, OPINIONI. CLICCA IN FONDO A DESTRA DEGLI ARTICOLI. Mi sembra utile istituire un collegamento tra vari Blog per favorire la circolazione delle idee, delle riflessioni che aiutino a capire e affrontare la realtà nei suoi molteplici aspetti (questo blogo si limitata a una riflessione sui diritti civili, sulla religione, sulla politica, sull'economia, qualcosa sulla cultura, ma non sono un tutologo). Lo scopo è ampliare la partecipazione delle persone, per una loro migliore convivenza nella vita quotidiana, un ampliamento della conoscenza, del senso civico, della democrazia , e della buona politica. Si vuole essere propositivi e si escludo atteggiamenti di semplice denuncia e rivendicazione. SEGNALATE, PER FAVORE, I BLOG CHE HANNO QUESTE CARATTERISTICHE. GRAZIE. In fondo a destra si troveranno i blog interessanti

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La gioventù che rimane bloccata

Nel riportare questa notizia c’è da dire che ci si stanca, è noioso riportare le cose che non vanno bene: non c’è via di uscita. E’ meglio, è vitale vedere il bicchiere mezzo pieno e proporre iniziative e progetti per la soluzione dei problemi. C’è un diffuso sentimento di cose che non vanno, di persone che sanno solo rivendicare e pretendere da altri atteggiamenti positivi, vitali come se lamentarsi fosse diventato uno sport nazionale e dia una soddisfazione personale. Il risultato è che tutti vengono dichiarati uguali, ladri e operatori di malaffare: le persone i politici non sono uguali, sono diversi, noi lo sappiamo bene nel nostro ambiente di lavoro. Chi fa il proprio mestiere e dovere, chi tira a campare e chi fa bellamente gli affari suoi. C’è più soddisfazione a essere propositivi e costruire qualcosa che limitarsi a criticare. Mi sembra che questo taglio di giornale richieda un cambiamento di mentalità anche da parte della stampa. Siamo in un’epoca in cui tutti i nodi stanno arrivando al pettine ed è facile trovare da ridire sulle cose che non funzionano, meglio rimboccarsi le maniche e essere sicuri e convinti che la nostra azione porterà a un miglioramento .  La responsabilità prima di tutto é dei genitori e degli adulti, che non danno l'esempio e non si curano dei figli, poi ci sono i media con i loro modelli e i loro miti, infine le industrie che  per loro i giovani sono solo una fonte di guadagno  (ndr)        

            “Gioventù bevuta. Mezzo milione di adolescenti è a rischio alcolismo”, un fenomeno di cui non si prendono cura i genitori, gli adulti. di Maria Novella De Luca I più stupiti di solito sono i genitori: «Pensavamo che fossero soltanto delle sbronze». Invece il baby alcolista ha gli occhi spenti e la vita segnata. Uno di quei cinquecentomila ragazzini italiani che nella deriva delle notti ubriache di milioni di adolescenti, perdono la testa e i confini della realtà. E poi è davvero dura risalire. Neknominate, eyeballing, binge drinking: il clamore delle sfide mortali a base di liquori pesanti che mietono vittime sui social network, riporta l’attenzione sulla piaga dell’alcolismo giovanile, droga sommersa e sottovalutata. E se i nomi di questi giochi pericolosi (versarsi vodka negli occhi, bere fino a stordirsi, filmare se stessi mentre si ingurgitano litri di birra) suonano ostili a chi ha più di vent’anni, attenzione perché dietro c’è molto altro. C’è la storia di come e quando, in meno di due decenni, le nordiche sbronze collettive del sabato sera abbiano conquistato i riti dei teenager italiani, facendo impennare i numeri di chi finisce nella vera e propria dipendenza. Dallo sbarco pianificato sul mercato degli “alcolpops” ai micidiali “shortini”, cocktail dolci a pochi euro per bevute seriali che complice l’assenzio arrivano subito alla testa, il “binge drinking” coinvolge oggi oltre due milioni di giovanissimi tra i 16 e i 24 anni, soltanto per citare la fascia d’età più numerosa. E un quarto di questi rischia ogni weekend di saltare il fosso, sono ormai tante le storie di bevitori-ragazzini che affollano i centri alcologici italiani, il 17% delle intossicazioni etiliche registrate nei pronto soccorsi riguarda, addirittura, adolescenti tra i 13 e 16 anni. Gli ultimi a rimetterci la vita sono stati i giocatori del “Neknominate”, il folle drink-game nato in Australia e viralizzato su Facebook, che consiste nello sfidare la morte affogandosi di birra, vino o liquori, e chi ce la fa passa il turno e indica un altro utente del social come prossimo giocatore. Chi spezza la catena viene ricoperto di insulti. Naturalmente i primi gruppi sono fioriti anche in Italia (un ragazzo finito in coma ad Agrigento) si spera che abbiano vita breve nonostante il rifiuto di Fb di rimuoverli dalla Rete. Per fortuna c’è anche chi si ribella, come un diciassettenne romano che respingendo al mittente la sua “nomination” ha postato il suo ritratto accanto ad una bottiglia di latte. Ricevendo a sorpresa non pochi consensi su Facebook. Ma dietro questi episodi estremi c’è il racconto di una gioventù “ebbra”, l’età acerba che diventa l’età ubriaca, con i suoi corollari di vittime e disabilità. Quel mondo che Emanuele Scafato, direttore dell’Osservatorio Nazionale Alcol dell’Istituto superiore di Sanità, traduce in dati, cifre, analisi, e non si stanca di andare a discuterne con i ranagergazzi delle scuole. Perché magari loro non ci caschino. «Il bere smodato, il binge drinking è un fenomeno drammaticamente sottovalutato in Italia, a partire dalle famiglie. Per non parlare delle ragazzine che mescolano sbronze e digiuno. “Drunkoressia” si chiama. L’alcol in età giovanile produce danni cerebrali uguali a quelli delle droghe, è anzi un ponte verso molti tipi di sostanze. Ci sono studenti delle scuole medie che abitualmente, prima di entrare in classe, si fermano a bere qualcosa al bar di fronte. Come è possibile? Come mai chi vende loro quel bicchiere non viene fermato e multato? I giovani amano il rischio, si sa, la tecnologia amplifica le loro ritualità, ma il punto è che manca una griglia di controllo e di protezione. E i genitori, terrorizzati dalle droghe, troppo spesso minimizzano di fronte ad un figlio che torna a casa barcollando… ». Invece a volte, ricorda Scafato, “bastano norme rigorose” per dimezzare vittime e lutti. «È stato sufficiente imporre il livello zero di alcol nel sangue ai guidatori al di sotto dei 21 anni, per abbattere il numero degli incidenti stradali legati alla guida in stato di ebbrezza». Eccola, allora, la movida alcolica, Ponte Milvio, zona Nord di Roma, piazza diventata celebre per i lucchetti dell’amore (poi rimossi) dei romanzi di Federico Moccia. Alle due del mattino una folla di tee- ubriachi vaga tra chioschi e bar accumulando birre e bicchierini di superalcolici (shortini). Caos di moto e di costosissime mini-car. Prezzo delle consumazioni, in piedi, tra i due e i quattro euro. Nessuno si preoccupa dell’età legale al di sotto della quale (sedici anni) sarebbe vietato bere. Gruppi di ragazzine brille camminano abbracciate, la risata facile e convulsa, la voce alterata, il selciato è un tappeto di vetri e chiazze di vomito. Provando a parlarci si ottengono frasi sincopate tipo “mi ubriaco perché è fico”, “perché è divertente”, “ma che dici non sono sbronza”, “fatti gli affari tuoi”. La verità è che così le difese si abbassano, e a forza di andare avanti e indietro per la piazza i gruppi si mescolano, il tasso alcolico facilita gli incontri, l’amicizia, il sesso, anche le risse, le miscele della sbornia comprendono birra, liquori, amari, cocktail, energy drink. Emblematici i nomi dei famosi shortini: Tricolore, Morte Lenta, Cane rabbioso, Killer, prevedono in dosi variabili sambuca, tequila, whisky, vodka, assenzio, succhi di frutta e a volte aggiunta di alcol puro. «Non bevo sempre, soltanto il venerdì e il sabato – racconta Guido, 17 anni con fare da adulto, gli occhi rossi, la faccia sgualcita – per me è naturale, il resto della settimana sono sobrio, vado bene a scuola, faccio sport, non mi drogo, insomma sono un bravo ragazzo e per i miei genitori va bene così…». L’inizio di una carriera di alcolista, direbbero gli esperti, e chissà veramente cosa sanno i genitori di Guido. Paola Nicolini, docente di Psicologia all’università di Macerata, ha scritto per “Franco Angeli” il libro “Sentirsi brilli”. E spiega che oggi la sbronza per gli adolescenti non è il bicchiere di troppo che sfugge, bensì “un rito per affrontare la socialità”. «Si beve per esorcizzare preventivamente il dolore di un fallimento, per rendersi simpatici, per essere accettati dal gruppo, perché ci si sente fragili, ma il rischio è che ogni volta c’è bisogno di aumentare le dosi…E spesso i genitori negano, minimizzano, come se in fondo l’alcol non fosse così pericoloso, storie di ragazzi, dicono, con un ottimismo del tutto irreale». Ed è proprio di questa sottovalutazione del rischio, ma anche delle gravi responsabilità del mercato, che parla Valentino Patussi, responsabile del Centro alcologico regionale della Toscana e di quello dell’ospedale universitario di Careggi. «Il binge drinking nasce dall’immissione nel mondo dei teenager di alcol a basso prezzo, in forme e modi che lo rendessero attraente e fruibile per il loro gusto e le loro tasche. Dunque una precisa strategia commerciale che ha puntato a far consumare liquori ai ragazzi in un’età in cui sarebbe addirittura proibito per legge. E lo Stato su tutto questo guadagna attraverso le accise sull’alcol. Una colpevole contraddizione, di cui però non si parla mai, ma invece noi medici ne vediamo le drammatiche conseguenze sui giovanissimi». Le cifre dell’Istituto superiore di sanità citano circa 500mila baby alcolisti, ma soltanto una piccolissima parte di questi arriva poi nei centri alcologici. Perché prima di capire che le sbronze del proprio figlio sono l’anticamera della dipendenza, si sono persi anni preziosi. «Aiutare un giovane a smettere di bere – aggiunge Valentino Patussi – vuol dire aiutarlo a capire che ha un problema. Ma è tutto il nucleo che entra nel programma, genitori, fratelli, fidanzate, perché è solo partendo dalle relazioni più intime che si possono modificare i comportamenti ». E forse fermare la sua discesa di baby bevitore nel tunnel dell’alcolismo. Repubblica 03.03.14

Così l'alcol si sta bevendo la nostra meglio gioventù di Mauro Corona, la Repubblica, 03/03/201

Mauro Corona racconta come ha superato la sua dipendenza. I più stupiti di solito sono i genitori: «Pensavamo che fossero soltanto delle sbronze». Invece il baby alcolista ha gli occhi spenti e la vita segnata. Uno di quei cinquecentomila ragazzini italiani che nella deriva delle notti ubriache di milioni di adolescenti, perdono la testa. Loro però si danno fuoco con l'acquavite. Non spaccano le vetrine perché preferiscono spaccare se stessi. Ho anche scritto un piccolo libro sull'argomento, intitolato Guida poco che devi bere( Mondadori). Ai miei occhi si tratta di un fallimento, di un modo per ridurre il danno più che di evitarlo. Ma mi sono reso conto che pretendere che i giovani non bevano è come pretendere che non piova. Lo so bene io che vengo dall'alcolismo e che non ne sono mai uscito. L'ho solo sospeso da qualche anno. Perché dall'alcol non si esce mai davvero: questa è la prima cosa che bisogna dire ai giovani e che deve essere chiara. Io ho cominciato con il vino a undici-dodici anni, si può dire che abbia imparato a bere in compagnia di mio nonno. All'epoca era un dovere per un uomo che volesse dirsi tale, soprattutto in montagna. Ma si trattava di un'altra epoca e di un'altra vita, le sbornie si smaltivano con il lavoro nei campi e nei boschi. E poi si beveva per condividere. Ora si beve per diventare pazzi, per uscire da sé. Ma gli effetti, devastanti, sono gli stessi. Seguire alcune regole, come ho detto nel mio libro, può aiutare a limitarli. La cosa più importante da tenere a mente è che volersi fare del male non autorizza a farlo anche agli altri. Per cui: non abbandonare mai un amico ubriaco. Io l'ho fatto con un carissimo amico d¿infanzia: lo lasciai da solo e lui precipitò in un burrone. Avrò per sempre la sua morte sulla mia coscienza. E poi non bere mai in luoghi pericolosi come scogliere e rifugi alpini. Non mischiare tipi diversi di alcol e possibilmente bere solo vino, ma di quello buono. E soprattutto far guidare qualcun altro se si è ubriachi, e avere sempre sull'auto un kit con coperta sacco a pelo e torcia elettrica. A volte basta pochissimo, anche venti minuti di sonno, per ritrovare la lucidità. Ma quello che bisognerebbe fare davvero è avere il coraggio di chiamare i genitori quando si è in difficoltà. Purtroppo nessuno lo fa, per paura di essere puniti e giudicati. Perché l'alcol è ancora un tabù, mentre bisognerebbe parlarne a scuola, fin dall'asilo. Addirittura prima dei sei anni, perché da noi in montagna si dice che a sei anni un albero è già storto, bisogna intervenire prima per fargli ritrovare la dirittura. Smitizzare l'alcol innanzitutto è fondamentale perché elimina quell'alone di trasgressività che è proprio ciò che affascina di più i giovani, oltre alla sua capacità di far perdere i freni inibitori. Invece bisogna educare i ragazzi a bere bene, ma anche a non averne bisogno per compensare le insicurezze, certe fragilità psicologiche. Io stesso sono diventato alcolizzato perché soffrivo la timidezza, che a volte mi frenava perfino quando camminavo per strada. E pensare che il vino neanche mi piaceva, avrei di gran lunga preferito una cioccolata calda! Ma dovevo comportarmi da uomo e quindi bevevo. E poi quando ero sobrio mi sentivo un povero diavolo, un fallito, mentre con qualche bicchiere non avevo più paura di nulla. Alla lunga però tutto questo mi ha annientato la vita e gli affetti. Perché l'alcol non fa male solo a chi lo usa, i peggiori effetti collaterali riguardano chi ci vuole bene. Inoltre di tratta di un nemico subdolo. Basta poco per cominciare, ma quando ci si rende contro del pericolo è già troppo tardi, il veleno ormai è stato inoculato. Ed esiste un solo antidoto: educare i ragazzi al coraggio di essere se stessi, e insegnare loro a fare tesoro delle sconfitte invece di evitarle. Dovrebbero leggere tutti il Don Chisciotte, che risorge sempre dalle battaglie perse e sa anche riderne. Invece abbiamo creato una società di vincitori fasulli, che in realtà sono tutti dei perdenti e per paura del fallimento cercano rifugio nell'oblio di un bicchiere.

Se la società ti nega un ruolo, la sbronza diventa palcoscenico di Umberto Galimberti

I GIOVANI bevono. E questo lo sappiamo. Ma oggi si è diffusa una sorta di gara tra chi beve di più, con ovvia esposizione dei propri primati sui social network che fanno da incentivi e da moltiplicatori delle gare, spesso mortali, perché l’organismo non è in grado di assorbire tutto l’alcol assunto. I giovani bevono per la stessa ragione per cui molti di loro si drogano, e l’alcol è la droga più economica e la più socialmente accettata. Alla base ci sono ragioni psicologiche e ragioni culturali. Annoiati da una vita che pare a loro povera di senso, cercano in qualsiasi modo di provare emozioni che non trovano nella routine della loro esistenza quotidiana, in quel mondo chiassoso delle discoteche, dove l’alcol facilita i processi di socializzazione, disinibisce la comunicazione, facilita i contatti, abbassa le difese. In discoteca si va in ora tarda, dopo aver già ingerito una buona dose di alcol nei bar, dove ci si trova per combinare la serata. Qui comincia la gara tra chi è più spiritoso, più disinvolto, più in vista, più disinibito, più audace nelle avances. Le ragazze non meno dei maschi, per avere una giustificazione dopo un incontro sessuale casuale e non programmato: “Ero ubriaca”. In fondo il sesso oggi non è più un tabù. Separato e scisso dal sentimento, il sesso è diventato puro piacere fisico, a cui si può accedere più facilmente se la propria psiche è intorpidita e, grazie all’alcol, la coscienza non più tanto vigile. Fin qui le ragioni psicologiche. Quelle culturali, che a mio parere preoccupano di più, sono da ricercare nel fatto che i giovani oggi vivono sostanzialmente esclusi dal mondo lavorativo e sociale. E siccome di giorno nessuno li convoca, nessuno li chiama per nome, si creano un mondo di notte, tutto loro, per mettere in scena le forze della giovinezza che sono: il corpo, la bellezza, la sessualità, l’eccesso, la sfida, la gara, per diventare protagonisti nel fine settimana, dal momento che durante la settimana vengono sostanzialmente ignorati o vissuti dalla nostra società più come un problema che come una risorsa. E siccome il mondo reale li ignora i giovani ne hanno creato uno virtuale, dove le loro imprese, anche se spesso tragiche, trovano un riconoscimento di cui hanno un estremo bisogno, perché, come tutti sappiamo, senza riconoscimento, non nasce né si costruisce alcuna identità. E se l’identità è negata, resta solo quel surrogato che è la visibilità. La Repubblica 03.03.14

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