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L'altra metà del sesso

Di Natalia Aspesi - La Repubblica 

OGNI volta che un uomo si occupa di sessualità femminile, a partire dal mitico Freud, si resta di sale: ma come, se lo raccontano ancora, ce lo raccontano ancora, che le donne non sono come da secoli se lo dicono e ce lo dicono? La loro signora non gli ha mai dato una sveglia? Non hanno mai letto i testi fondamentali degli anni ‘70, scritti ovviamente da donne in cui solo alle donne (gli uomini non li leggevano), si spiegava che “non era per piacere a Dio”, ma trovando una persona volonterosa e creativa, maschio solitamente, si poteva godere scompostamente “per piacer mio”, come si vede oggi in ogni pubblicità di yogurt gustato da femmine.

Proprio nel paese del serioso giornalista Daniel Bergner che crede di sapere cosa vogliono le donne, gli Stati Uniti, uscì nel 1971 (poco dopo in Italia da Feltrinelli) “Our bodies, ourself”, in cui un collettivo femminile di Boston ce la raccontava tutta. Per le donne una rivelazione, sia per chi non ne sapeva niente e sperimentava il suo corpo nel sesso solo come un vuoto soporifero, sia per chi in certe situazioni si vergognava se le veniva da gridare, terrorizzando l’inconsapevole collaboratore. Il libro conteneva anche orrifici grafici di quella cosa là, assolutamente sconosciuta sia alla proprietaria che a chi se ne riteneva l’utente. Anche da noi i gruppi di autocoscienza si obbligarono a mettere uno specchietto tra le gambe per vedere questa cosa invisibile, che si era costrette tra brividi a trovare bellissima. Quel saggio fu radicale, disse di smetterla di credere o far finta di credere all’illusione maschile di possedere uno strumento penetrativo salvifico e in grado di far felici le donne già al primo sguardo. Disse, sorpresa! Che il vero piacere femminile era nel clitoride, sempre che si trovasse qualcuno con la pazienza di rintracciarlo: o di seguire gli ordini della proprietaria che per conto suo l’aveva già favorevolmente sperimentato.

Da quel momento i testi scritti da donne sull’argomento furono una valanga, comprese le inchieste anni ’70 di Nancy Friday sulle fantasie masochiste femminili, che si riallacciavano al magistrale e a suo tempo proibito Histoire d’O( anni ‘50), della porchissima studiosa di monachesimo Paulin Reage. Lo smascheramento di massa della sessualità delle donne, silenziosamente, mandò all’aria, almeno teoricamente, tutta la costruzione artificiale sulla loro natura: madre (o puttana), monogama, fedele, priva di fantasie erotiche, nemica della pornografia (anche se ormai scritta da donne e letta quasi solo da donne). Da anni ormai al cinema sono più le scene in cui è lui ad abbassarsi goloso sotto la vita di lei, che intanto mugola, di quelle in cui è lei a farlo su di lui (che spesso non mugola).

Resta indimenticabile un film inglese molto divertente accolto però con una certa pruderie, Hysteria (2011) che racconta dell’invenzione fine Ottocento dell’antenato del vibratore: adottato dai medici come cura all’isteria, cioè a quella perniciosa malattia che era l’impossibile godimento delle donne.

La televisione ha portato in tutto il mondo l’intelligente, spiritosa, coraggiosa serie Sex and the city, 94 puntate dal ‘98 al 2004, ridate anche da noi decine di volte e sempre illuminante: scritta da donne ha raccontato benissimo il bisogno d’amore femminile attraverso l’accumulo di avventure sessuali e talvolta pure sentimentali, sino all’immancabile finale, quello non cambia mai, del “vissero felici e contenti”. Ma in generale la maschilità è zuccona, smemorata, fragile ed egoista: ancora sono in tanti, anche cervelloni, a immaginare l’erotismo come un servizio addirittura sociale, pure a spese dei contribuenti, che si prenda per esempio carico degli anziani insaziabili, senza neppure obbligarli non si dice a pagare, ma almeno a meritarselo con una certa capacità di seduzione o di risvegliare in buone Signore della Lampada un senso di cura e abnegazione. Giovani però, perché il maschio vecchio tende a sfuggire le coetanee: non è di una donna che queste persone, hanno bisogno, ma di un contenitore che accolga senza orrore lo sfacelo del loro corpo.

E le anziane? Hanno imparato da secoli a nascondere i loro non riconosciuti piaceri, a soddisfarli oppure a farne a meno, quasi sempre con grande contentezza, magari dopo decenni di noiosissimo sesso coniugale. Hanno maggior senso di dignità del loro corpo, hanno avuto quello che hanno avuto e va bene così. Però sono tante le coppie invecchiate insieme, e lo scrivono a Questioni di cuore, che continuano ad amarsi, con la meravigliosa tenerezza che nasce dall’abitudine, dal rispetto, dalla riconoscenza reciproca per quella gioia inestricabile che ha insegnato a due corpi ad armonizzarsi oltre la bellezza e la giovinezza.

 “Desideri e trasgressioni quel che le donne sognano”

 di LEONETTA BENTIVOGLIO

LA copertina del volume reca il disegno di due gambe femminili spalancate, in forma di V maiuscola, e famelicamente rivolte verso il titolo: “Che cosa vogliono le donne”. Come se le parole mirassero a guizzare proprio lì, nell’incavo finale. L’idea sarebbe quindi che il genere femminile vuole solo quello.

Forse esistono anche signore che preferiscono lavorare, riflettere, andare in bicicletta e persino (ahi, sacrilegio!) provare sentimenti. Ma è dedicato all’esercizio di una sessualità totalizzante il saggio dello scrittore e giornalista americano Daniel Bergner, collaboratore del New York Times Ma-gazinee della New York Times Book Review. Dati alla mano, Bergner intende dimostrarci appassionatamente che le donne godono, concupiscono, hanno uno scrigno gigantesco di elucubrazioni scabrose, se la spassano con il porno, possono infischiarsene di relazioni stabili e insomma sono biologicamente predisposte al sesso nonché infedeli per natura. La loro indole monogamica, motivata da esigenze congenite tipo l’accudimento della prole, sarebbe una scemenza inventata dai maschi.

Davanti a tale mappa ardente, ora tradotta in italiano nel libro “Che cosa vogliono le donne — Contro i luoghi comuni su sesso e tradimento” (Einaudi Stile Libero), gli Stati Uniti scatenarono l’anno scorso un vero e proprio caso. Che la constatazione abbia suscitato un putiferio è quanto meno sorprendente. Come se fosse ancora credibile la fiaba vetusta del maschio libidinoso e della femmina indifferente al richiamo dell’eros e impregnata solo di romanticismo. Tuttavia il tono massimalista di Bergner merita un approfondimento.

Come si può generalizzare tanto, Mister Bergner? «Le variazioni individuali riguardo al desiderio sono infinite, ed è di questo che tratta il mio saggio sulle parafilie, “Il lato oscuro del desiderio”. Ma ciò che mi premeva in “Cosa vogliono le donne” era analizzare i troppi fraintendimenti sul tema. Se il titolo suona generico, l’ambizione del mio lavoro era quella di ascoltare scienziate e donne normali per provare a contraddire opinioni tanto diffuse quanto devianti».

Fin dagli anni ‘60 il pensiero femminista ha messo in crisi gli equivoci generati dalla sociobiologia e dalla psicologia dell’evoluzione, che negavano la tendenza delle donne al sesso a prescindere dalla riproduzione. Eppure lei sembra voler lottare per il riconoscimento della forza della sessualità femminile. «Bisogna farlo. Le donne con cui mi sono confrontato nella mia indagine mi hanno fatto comprendere fino a che punto i nostri pregiudizi culturali mistifichino l’esperienza del desiderio. Betty Friedan, con “La mistica della femminilità”, scrisse un libro pionieristico, e ancor prima ci sono stati i testi di Simone De Beauvoir. Ma non si concentravano completamente sull’eros, rispetto al quale la nostra cultura è stata sempre resistente».

Perché ha deciso di votarsi all’analisi della sessualità femminile? «Perché l’eros è il centro di ciò che siamo. Uno scienziato con cui ero in contatto per “Il lato oscuro del desiderio” un giorno mi disse: “Dovresti parlare con mia moglie sulle sue ricerche”. Così ho incontrato Meredith Chivers: immersa nel suo laboratorio, s’impegnava a scardinare i falsi miti che influenzano la visione del- la sessualità femminile. Il mio dialogo con lei è durato otto anni. Intanto si sviluppavano le mie ricerche e le mie interviste a donne delle quali narro le esperienze».

Lei racconta che sono numerose le eterosessuali che coltivano fantasie omosessuali, mentre ciò non accade nei maschi etero. «Questa realtà, scientificamente confermata, è stata una delle ragioni per cui la ricerca di Meredith mi ha conquistato. Nel suo laboratorio le donne avevano una reazione fisica molto intensa alle scene pornografiche che mostravano donne con donne, o donne da sole. Gli uomini invece non hanno questo genere di reazione».

La sua inchiesta afferma che fantasie di stupro sono presenti in un’alta percentuale di donne. Non è una dichiarazione rischiosa? «Spero che gli uomini siano abbastanza intelligenti da capire che c’è un’ampia differenza tra ciò su cui capita di fantasticare e ciò che vogliamo che accada. Questo è vero nel regno del sesso così come negli altri campi del vivere. La fantasia è una finestra potente affacciata sul desiderio: è il motivo per cui ho descritto certe fantasie riportate dalle mie intervistate. Il che, ovviamente, non deve indurre affatto a giustificare lo stupro».

Sono stati davvero registrati sperimentalmente tre tipi di orgasmo femminile: vaginale, cervicale e clitorideo? «Il dibattito si trascina da anni, e probabilmente durerà per sempre. Ho trascorso molto tempo con scienziati che isolavano diverse tipologie di orgasmo in maniera assolutamente tecnica: la scienza può essere comica e sexy. L’idea che l’orgasmo vaginale sia antifemminista appartiene a una prospettiva politica. L’ottica politica e quella erotica non sembrano andare d’accordo».

“Cosa vogliono le donne” parla del leggendario punto G, spiegando che non è chiaro se esista o no... «Alla scivolosità di questo tema contribuiscono vari fattori. Uno l’ho appena menzionato: secondo la vecchia scuola femminista parlare dell’orgasmo vaginale significa cadere in una trappola patriarcale freudiana. C’è poi un aspetto che è emerso con insistenza dalle mie ricerche: gli scienziati non hanno fatto per niente un buon lavoro per capire le caratteristiche dell’anatomia genitale femminile. Questa scoperta è stata per me stupefacente».

Vuol dire che sono ancora ignoranti sull’orgasmo femminile? «Lo sono molto, e temo volutamente. Fino a una decina d’anni fa, la scienza non conosceva la struttura sottostante al clitoride e la sua interazione con la parete vaginale. Questo suona molto tecnico, mentre il mio è un libro umano. Ma il dato ci fa capire quanto si sia svicolato da queste ricerche».

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