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L'INCONTRO "Religioni, riti e spiritualità nel tempo del morire", Per saperne di più: www.vidas.it
FILIPPO AZIMONTI – La Repubblica
L'UOMOche sta affrontando la fase terminale della sua malattia ha circa trent'anni. Ma non intende rinunciare ai precetti che la sua fede gli impone: vuole osservare il digiuno del Ramadan, per non divenire "kafir", colpevole di empietà proprio nel momento più drammatico della sua vita. Chi lo assiste vuole assecondarne la decisione, ma per farlo è costretto a modificare l'approccio terapeutico. Non è un caso estremo, quello che ricorda Giada Lonati, direttore socio-sanitario di Vidas, l'associazione che offre assistenza gratuita ai malati terminali. Per capirlo basti pensare che i 29mila pazienti assistiti in questi anni provenivano da 30 diversi Paesi. E professavano cinque diverse religioni.
Vidas è un'associazione orgogliosamente aconfessionale ma, di fronte al dolore e alla morte, ha intrapreso un difficile percorso di ricerca che testimonia in una continua attività seminariale, che ora si fa pubblica nell'incontro organizzato con il Forum delle Religioni domani a Palazzo Reale. A prendere la parola, moderati da Giorgio Cosmacini del Comitato scientifico Vidas, saranno Alfonso Arbib, rabbino capo della Comunità ebraica di Milano, Giovanna Giorgetti, vicepresidente dell'Unione buddhista italiana, Svamini Hamsananda Giri, vicepresidente Unione induista italiana Sananta Dharma Samgha, Asfa Mahmoud, presidente della Casa della cultura islamica di Milano, Giuseppe Platone, pastore della Chiesa valdese di Milano, padre Traian Valdman, vicario Eparchiale delle Comunità ortodosse romene in Italia, e don Tullio Proserpio, cappellano dell'Istituto nazionale tumori. Persone che, per don Giampiero Alberti, referente del Forum delle Religioni, sono anche i primi interlocutori di chi, in una situazione estrema, chiede soccorso spirituale.
«Viviamo in una comunità sempre più multiculturale e inter religiosa e ci mettiamo al servizio di questa realtà, convinti di dover valorizzare quanto ci unisce nella fede, il senso della sua forza interiore, nel rispetto delle differenze». Che oggi si misura con nuove sfide, prima fra tutte la crescente presenza della comunità islamica. «La nostra assistenza — spiega Giada Lonati — è principalmente domiciliare: delle 2mila persone che seguiamo, solo 500 sono negli "hospice". Ma è qui che chi ha lasciato i propri affetti in un'altra parte del mondo chiede assistenza. E anche gli operatori, sempre più spesso, hanno altri e diversi riferimenti culturali e religiosi».
Lo sa bene Asfa Mahmoud, presidente della Casa della Cultura islamica di via Padova che, citando il Corano, racconta come per l'Islam la morte sia il passaggio per tornare alla vita eterna. A richiamare una forte relazione con il credo monoteista, pur in una diversa ritualità che rivendica e che, ammette, non è mai stata ostacolata. Riconosce al Comune il merito di aver riservato agli islamici una degna sepoltura, ma gli rimprovera, con qualche ironia, «di non essersi ancora occupato abbastanza dei vivi», che nelle moschee celebrano anche i propri riti funebri. Ascoltandolo non sembra così difficile praticare il progetto martiniano del Forum che intende favorire la crescita di una società più inclusiva, giusta e solidale, mettendo in relazione le grandi tradizioni spirituali con i valori etici che pure si esprimono nel patrimonio di sapienze della società contemporanea Al confronto del Vidas partecipano anche rappresentanti delle Comunità buddiste e induiste
Don Alberti: "Siamo convinti di dover valorizzare quanto ci unisce, nel rispetto delle differenze"
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