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Alcune considerazioni sull'amore

Non c’è solo la razionalità per descrivere la relazione d’amore, bisogna considerare che ognuno di noi ha dentro di sé aspetti vitali e non vitali, bene e male, e conta anche la fase in cui uno di trova Poi sull’amore si può anche scrivere un libro, e non basta (ndr.)

Scritto da Umberto Galimberti - Repubblica donna

In una società come la nostra che, lungi dall’essere “liquida” , come ripete fino alla noia Zygmunt Bauman, è in ogni suo aspetto rigorosamente recintata e cementata dalla razionalità tipica dell’età della tecnica, che a noi chiede solo efficienza, produttività, realizzazione degli obiettivi di cui ogni anno si alza l’asticella , l’amore è l’unico spazio in cui ciascuno può esprimere sé stesso e la sua libertà al di fuori di ogni regola. (Ciò che uno è dentro, come si relaziona con le persone, si esprime e vale anche nella relazione amorosa e di affetti ndr.) Non è sempre stato così. Nell’età pretecnologica, per i poveri l’amore era funzionale alla sopravvivenza,, alla sicurezza economica, all’avere figli per garantire forza lavoro e assistenza per la vecchiaia in assenza di uno stato sociale, mentre per i privilegiati era suggello di alleanza tra famiglie di rango, quando non strumento per ampliare il patrimonio e il prestigio. Oggi che l’amore è diventato una libera scelta , su cui né la famiglia di origine, né il diritto, né lo stato, né la chiesa sono in grado di esercitare un vero potere, l’amore é diventato un assoluto, nell’accezione latina di “solutis ab”, sciolto da tutto , persino del vincolo che in amore lega due persone che si sono innamorate. E questo per diverse ragioni che qui voglio elencare. La prima è che abbiamo confinato il sentimento nella passione, che, come dice la parola stessa, ci rende “passivi” di fronte alla fascinazione dell’altro. Ma siccome la passione è instabile, o come dice Freud “ è un delirio che ha l’unico pregio di essere breve” , la costruzione dell’amore è sempre minacciata dalla sua distruzione, l’esaltazione cede volentieri alla desolazione, la realizzazione di sé e la perdita si sé camminano affiancati. La seconda ragione è che vivendo noi ogni giorno, nella vita sociale e lavorativa, come una risposta agli altri, che ci compensano a partire dalle prestazioni che siamo in grado di offrire, ciascuno cerca nell’amore la propria autorealizzazione, la possibilità di entrare in contatto col proprio sé profondo, al di là del proprio ruolo sociale e lavorativo, dove l’identità profonda di ciascuno deve essere messa tra parentesi a favore della sua idoneità e funzionalità all’apparato di appartenenza. Va da sé che in un contesto di questo genere ciascuno cerca nell’altro di cui si innamora, il proprio io, quindi non tanto il piacere della relazione, quanto la gratificazione della propria autorealizzazione, Cove è evidente che individualismo, egoismo e narcisismo sono in agguato anche se ben nascosti e tacitati. La terza ragione è che, sempre per ragioni di autorealizzazione, in questa società, cementata e non liquida, abbiamo trovato nell’amore l’unico spazio per celebrare la nostra libertà, che però non è più intesa come libera scelta nella costruzione della propria esistenza, ma come revocabilità di tutte le scelte, per cui si cambiano i partner con la stessa facilità con cui si cambiano gli abiti, in omaggio all’amore inteso come passione, le cui caratteristiche, come abbiamo visto, sono l’instabilità e la mutevolezza. E qui l’amore entra in un’insanabile contraddizione co sé stesso. Non più “relazione all’altro” com’è nella sua natura, ma “ strumentalizzazione” dell’altro funzionale alla realizzazione di sé, alla celebrazione del proprio io che, per quanto narcisisticamente compiaciuto nell’esercizio della sua libertà, non esce dalla sua solitudine, perché si è reso impermeabile alla trasformazione di sé, che solo l’altro può compiere, trafiggendo la nostra autosufficienza, e aprendo una breccia nella nostra identità protetta e difesa . Perché questo è l’amore: violazione della nostra integrità. E chi non capisce queste cose, non solo non conosce sé stesso, ma nulla vuol sapere dell’altra parte di sé che solo l’altro è in grado di rivelarci.

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