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Trucidati i miei fratelli ma le vere vittime sono gli islamici che vivono in pace
Tahar Ben Jelloun – La Repubblica
DODICI morti e decine di feriti per «vendicare il Profeta»: così gli assassini che hanno attaccato la sede di Charlie Hebdo giustificano il loro crimine. Ma né il Profeta (il suo spirito), né alcun teologo serio li ha mai incitati a massacrare giornalisti liberi, impegnati nel campo della satira, che mai hanno avuto riguardi per le religioni in genere. Dal 1905 la Francia è un Paese laico, in cui la Chiesa è separata dallo Stato. Ma questo, i terroristi armati e decisi a uccidere non lo riconoscono.
È il caso di ricordare le parole del Profeta Maometto, quando esortò i suoi soldati a recarsi a Mu'ta, in Siria, a combattere contro i Gassanidi protetti dai Romani: «Andate in nome di Dio. Combattete i nemici di Dio che sono vostri nemici. In Siria troverete monaci che vivono nelle loro celle, lontano dalla gente: non li importunate. Troverete guerrieri votati a Satana: combatteteli con la sciabola in mano. Non uccidete né donne, né bambini né vecchi, non sradicate nessun albero o palma, non distruggete nessuna casa».
Non è la prima volta che i fondamentalisti musulmani aggrediscono un organo di stampa. Quando Charlie Hebdo pubblicò le caricature del Profeta Maometto, il giornale e i suoi redattori furono oggetto di minacce. Ma con l'attentato di mercoledì mattina si è passati a un altro livello. I terroristi sono apparsi come guerrieri armati fino ai denti, e hanno ucciso deliberatamente chiunque si trovasse sul posto. Purtroppo quel giorno tutte le maggiori firme erano presenti. Per l'ultimo numero del giornale, Charb (che è tra le vittime) aveva disegnato una vignetta alquanto provocatoria. Si vede un uomo armato di bombe, e Charb gli dice: «Ancora niente attentati?» L'uomo risponde: «Aspetta, c'è tempo fino a fine gennaio per fare gli auguri». Eccoli: li hanno fatti il 7 gennaio, alle 11.30. I miei amici Cabu e Wolinski sono morti insieme ad altri dieci giornalisti. E ancora una volta si parlerà dell'Islam. Sì, gli assassini hanno gridato «Allah Akbar», come per firmare il loro crimine. Ma non è detto da nessuna parte che si debba assassinare chi non la pensa come voi.
Ovviamente il rettore della Moschea di Parigi ha condannato quest'atto barbarico, e molti musulmani francesi hanno espresso tutto il loro orrore. Che altro fare? Una soluzione ci sarebbe, ma per questo la Francia dovrebbe lavorare mano nella mano coi musulmani residenti sul suo territorio, riconoscendoli e considerandoli come cittadini a pieno titolo, integrandoli nei valori repubblicani. Perché di fatto quest'atto criminale è un attacco contro l'Islam, contro i musulmani che vivono pacificamente in Europa.
Ma prima ancora dobbiamo ricordare che i questi ultimi tempi sembrava si fosse aperta una caccia contro l'Islam e i musulmani, stigmatizzati in continuazione, segnati a dito ogni volta che una certa Francia si lasciava andare allo sconforto e alla ricerca di capri espiatori, per spiegare la crisi morale o la paura del futuro. C'era nell'aria qualcosa di funesto, di malsano — umori e toni di razzismo trasudanti dalle pagine di alcuni libri che hanno avuto un'eco notevole.
Si è fatto commercio con l'odio e la paura, le ossessioni e le crisi d'identità. Si sono presi di mira gli immigrati extra-comunitari e l'Islam. Il Front National si fregava le mani vedendo aumentare i propri voti alle elezioni parziali. L'ideologia dominante in questa Francia in crisi, dove il morale della popolazione è basso e non si vedono soluzioni alla disoccupazione e alla precarietà, si riduce a segnare a dito gli stranieri. Dopo il saggio sul «Suicidio francese» di Éric Zemmour, ora è la volta dell'ultimo romanzo di Michel Houellebecq, che pronostica per il 2020 un presidente della Repubblica musulmano.
La paura ha ormai preso piede. I musulmani sono stanchi di essere sospettati, ostaggi di una crisi morale e identitaria. So- no i primi a essere inorriditi dalla barbarie dell'Is e di Al Qaeda. E sono le prime vittime di questo terrorismo. La Francia sta pagando in qualche modo il proprio impegno in Africa, in Siria e in Iraq. I suoi soldati combattono il terrorismo. In Mali sono riusciti a farlo arretrare; l'aviazione francese ha messo a segno ogni settimana diversi attacchi contro l'Is; e la portaerei Charles De Gaulle sarà inviata in prossimità della Siria. La Francia è in guerra contro quest'Islam barbaro e deviato. Non so se l'attentato contro Charlie Hebdo sia una vendetta o una risposta dell'Is alla Francia, che si è alleata con l'America per combatterlo. Sia come sia, oggi sono i musulmani di Francia a essere i più malvisti da una maggioranza della popolazione. Per quanto possano denunciare e condannare questi atti intollerabili, il sospetto su di loro rimane. ( Traduzione di Elisabetta Horvat)
Non uccidiamo la speranza dei musulmani che vivono in Occidente
Orhan Pamuk – La Repubblica
IL MIO primo impulso è quello di non analizzare le motivazioni degli uomini che hanno attaccato il Charlie Hebdo.
Le notizie da Parigi, prima di tutto, hanno suscitato in me un'immensa frustrazione e tristezza, perché questo attacco è un duro colpo per quelli che, come me, credono che i musulmani possano vivere in pace accanto ai cristiani in Europa. Questo attacco è un tentativo di uccidere questa speranza.
Molti miei amici hanno lavorato per riviste satiriche turche, e così mi fecero conoscere Hara Kiri , la prima rivista di Georges Bernier e François Cavanna, poi divenuta Charlie Hebdo. Nei paesi in cui la libertà di espressione è in pericolo, c'è una forte tradizione di riviste satiriche, molte delle quali vengono acquistate dai giovani lettori. Nel mio paese, dove recentemente sono stati vietati Twitter e YouTube, queste riviste sono sempre sotto pressione. Naturalmente, qui non abbiamo avuto niente di paragonabile a ciò che è successo al Charlie Hebdo, ma molti, qui in Turchia, condividono la rabbia e la frustrazione dei francesi. In questa parte del mondo, c'è una lunga e triste storia di tentativi di mettere a tacere l'opposizione o la libertà di parola con il terrore, con omicidi o attraverso la legge: uno dei miei libri, Il libro nero , pubblicato qui a Istanbul nel 1990 (foto a destra, ndr), racconta la storia dell'uccisione dell'editorialista di un giornale per i suoi articoli sovversivi (purtroppo la libertà di espressione è caduta a un livello molto basso in Turchia). Tutti, non solo gli scrittori, abbiamo la responsabilità di difendere la libertà di parola. Tutti dobbiamo farlo, per comunicare la nostra cultura e i mondi in cui viviamo.
Dobbiamo ergerci a difendere la libertà di parola, non importa quale. Sarebbe un grave errore collegare l'ultimo romanzo di Michel Houellebecq, dove si parla di un immaginario presidente musulmano nella Francia del 2022, con questo evento. Naturalmente dobbiamo difendere il diritto di Houellebecq di esprimersi, ma mi sembra evidente che i problemi sono separati e che l'ostilità verso il Charlie Hebdo ha una lunga tradizione. Dobbiamo ricordare l'atto orrendo che è stato compiuto, le vite che sono state perse, e rimanere saldi contro questa distruzione della libertà di parola, contro questo attacco alla creatività umana e, devo sottolineare, alla dignità umana.
La tensione è andata crescendo: questo attacco ha coinciso con un aumento dell'islamofobia in Europa. Sono sicuro che l'Europa sarà attenta a non cadere nella trappola rivolgendo la sua rabbia contro tutti i musulmani. Mi auguro che non ci sia un'escalation di questi attacchi brutali, ma sono preoccupato che possa avvenire.
Traduzione di Luis E. Moriones
Quella piazza illuminista che ha salvato la vera idea d'Europa
Julia Kristeva - La Repubblica
INSIEME al popolo francese, nella strade di Parigi c'era idealmente tutta l'Europa. I tanti europei presenti a Parigi, tra le delegazioni ufficiali ma anche tra la gente comune, hanno contribuito a dare corpo a una comunità viva e democratica che per una volta ha saputo incarnare l'ideale europeo al di là delle semplici dichiarazioni. Colpendo Charlie Hebdo, il terrorismo fondamentalista ha decapitato una forma d'intelligenza rara, quella che fa ridere il pensiero, che appartiene al dna della Francia e dell'Europa. Di conseguenza i popoli europei si sono identificati con quello francese.
Almeno sul piano simbolico, l'Europa degli ideali ha preso il sopravvento sull'Europa dei tecnocrati. Finora l'Unione europea non ha mai avuto una vera base comune culturale, filosofica e ideale. Si è limitata ad essere l'Europa dei mercati e della finanza. A Parigi però, il popolo ha proposto un'altra idea d'Europa, si è schierato a difesa di un'idea della civiltà, di un insieme di valori, di una tradizione culturale minacciata. Di fronte al rischio che stavano correndo, libertà, uguaglianza e fratellanza hanno smesso d'essere concetti astratti, incarnandosi in milioni di persone. E hanno dimostrato di essere valori che appartengono a tutta l'Europa: anche i leader del continente, venendo a Parigi, lo hanno ribadito. Ora dovrebbero sfruttare lo slancio collettivo per provare a trasformare quei valori in azioni concrete. Perché, per far vivere un ideale condiviso, non basta ripetere le parole d'ordine, occorrono fatti reali, ma anche un racconto che li tenga insieme e li spieghi, un racconto comprensibile da tutti.
Una partecipazione che ricorda quella avvenuta ai tempi del crollo del Muro di Berlino. Almeno in parte: perché per noi, oggi, la sfida è ancora più difficile. Quando il Muro è crollato, la gente dell'Est voleva la libertà, ma soprattutto voleva aderire al modello dell'Europa occidentale, quello della democrazia e del libero mercato. Noi invece non abbiamo più modelli, soprattutto i giovani che sono senza prospettive economiche e senza ideali. È una condizione difficile che favorisce l'adesione al fanatismo di ideologie che propongono la morte dell'altro da sé. È per questo che dobbiamo ripartire dall'ideale della libertà, ma anche riprendere un serio discorso critico sulle religioni, ricordando che la tradizione europea si fonda sulla centralità dell'individuo e dei suoi diritti.
Insomma l'Europa deve dimostrare di essere ancora capace di produrre valori universali. In questo, oggi è in anticipo sul resto del mondo, minacciato un po' dappertutto dalle crisi identitarie e dal fondamentalismo. È all'avanguardia della battaglia perché ha saputo diagnosticare il male, ha iniziato a reagire e possiede la tradizione culturale dell'Illuminismo che le fornisce gli strumenti per combatterlo. Libertà uguaglianza e fratellanza non sono dogmi immutabili, ma il risultato di una storia in movimento. E manifestazioni come quella di Parigi contribuiscono a mantenerle vive.
( Testo raccolto da Fabio Gambaro)
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