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Non cederemo al ricatto del terrore

 

Il rabbino capo della Danimarca Jair Melchior: "Non cederemo al ricatto del terrore"

Parla il religioso che guida la comunità ebraica sotto shock dopo gli attentati di Copenaghen: "Un errore l'appello di Netanyahu: non si torna in Israele per paura. Questa è la nostra casa, e qui rimarremo. Dobbiamo reagire, scendere in strada, manifestare contro ogni forma d'odio" 

PAOLO BERIZZI – La Repubblica

Jair Melchior COPENAGHEN - L'OFFERTA di Netanyahu? "Capisco che da primo ministro lo abbia detto per proteggere il popolo israeliano. Per senso di responsabilità. Forse quella di proporre agli ebrei europei di emigrare in Israele è stata anche una reazione a caldo. Ma, in un momento come questo, non mi è sembrato un appello opportuno. Non si ritorna in Israele per paura. Non si fanno scelte di vita facendosi guidare dal terrore di chi, come jihadisti, fa leva proprio su questo. E quindi: no grazie. Dobbiamo e vogliamo restare qui".

Jair Melchior, rabbino capo della Danimarca, è arrivato a Copenaghen da Israele solo un anno e mezzo fa. "Mi sto ancora ambientando, figuriamoci se me ne vado adesso", prova a sdrammatizzare. Abita in un palazzo vicino alla sinagoga. Lì dove sabato sera Omar Hussein ha falciato con un colpo in testa il guardiano- eroe Dan Uzan, adesso c'è un lungo tappeto di fiori, messaggi di solidarietà, candele. Il tono di voce del rabbino torna mesto: "Era un amico per tutta la comunità".

Come stanno reagendo gli ebrei danesi? "Siamo una comunità molto forte e molto unita. Capace di reagire anche nelle situazioni più difficili. Ma abbiamo perso un nostro amico, e non è facile. Dan era una persona buona, gentile, tollerante, disponibile con tutti. Uno che si faceva volere bene. Era molto co- nosciuto, c'è una grande sofferenza per la sua perdita e ci mancherà moltissimo. Ma voglio dirlo con forza: non ci lasceremo intimidire".

Sabato sera fuori dalla sinagoga assieme a Uzan c'erano tre poliziotti. Eppure non è bastato per fermare l'attentatore. "L'avevamo chiesta noi la polizia, temevano che ci attaccassero. Avevamo in mente quanto successo a Parigi. E così purtroppo è stato. Certe situazioni sono difficili sia da prevenire che da fermare. Ma se non ci fossero stati quegli agenti, e anche il povero Uzan, là davanti al portone, l'attentatore sarebbe entrato nella sinagoga e avrebbe fatto una strage. A quest'ora staremmo piangendo la morte di chissà quante persone". Torniamo all'offerta di Netanyahu.

Che cosa ne pensa? "È impensabile che uno si debba trasferire in Israele per paura. Nessuno ha il diritto di dirci e decidere dove dobbiamo andare: e mi riferisco ovviamente ai terroristi. Se decidi di ritornare in Israele deve essere per motivi religiosi, per il sionismo. Come hanno fatto per esempio i miei genitori. Sono tornati guidati dalla passione, dalla fede, dall'amore. Non per paura. I motivi che stanno alla base di una scelta di vita come questa devono essere positivi. Altrimenti vuol dire cedere al ricatto dei terroristi. Il loro scopo è farci vivere nella paura e farci scappare in Israele. Questo per noi è intollerabile".

Netanyahu ha detto agli ebrei danesi: "La vostra casa è Israele". È d'accordo? "No, la nostra casa è la Danimarca. Ci sono settemila ebrei qui, cinquemila nella sola Copenaghen. Quelli che partecipano attivamente alla vita della comunità sono duemilacinquecento. Che senso ha dire a chi è nato e cresciuto in questo Paese, o a chi si è trasferito qui per scelta di vita, per amore, per lavoro, "ritorna in Israele perché qui potrebbero ucciderti""?

Un leader di Stato si preoccupa della vita del suo popolo. "Certo, è giusto. Ma adesso non è il momento di dire "scappate, tornare a casa". Adesso serve reagire, scendere in piazza, manifestare. Far capire a queste gente che non ci pieghiamo alla loro legge del terrore. Tornare "a casa" vuol dire dare ragione a loro, decretare la loro vittoria".

A proposito di manifestazioni: che cosa farete? "Lunedì sera la comunità ebraica era presente in massa alla manifestazione per la libertà di espressione. Abbiamo voluto subito lanciare il segnale: farci vedere, andare in strada, dire no a ogni forma di odio, violenza, pregiudizio. È importante dimostrare che non abbiamo paura. Abbiamo in mente delle manifestazioni e delle iniziative per i prossimi giorni. Ma il primo appuntamento collettivo è per domani (oggi per chi legge, ndr). Il funerale di Dan Uzan. Non sarà una cerimonia riservata agli ebrei: sarà aperta a tutti. Perché la nostra è una comunità aperta".

L'altro giorno lei ha detto che più avanti potrebbe imitare i suoi genitori che sono emigrati in Israele. "Sì, ma più avanti, certamente non adesso. Adesso non ci penso nemmeno. A parte che sono qui solo da un anno e mezzo, questo è il momento di rafforzare le nostre comunità nel mondo. Perché gli ebrei possono e devono vivere ovunque si trovino. Questo deve essere chiaro a tutti".

Dalla Libia lo Stato Islamico ha minacciato l'Italia. Nella nazione della croce c'è una grande comunità ebraica. Vuole rivolgere un messaggio agli ebrei italiani? "Si. State tranquilli, non rinunciate alle vostre abitudini di vita e di fede. Non dobbiamo mai fuggire guidati dalla paura. Soltanto, in caso, da sentimenti positivi. Non pieghiamoci al ricatto e alla propaganda dell'orrore. Vale in Italia, in Danimarca, in tutto il mondo".

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