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Dopo Parigi

L’imam, il rabbino e la Marsigliese: “La paura non prevarrà”

Tra il via vai di comuni cittadini l’omaggio delle diverse fedi. Le parole più usate: “Amour” e “Love”. Per battere l’ultimo nemico: il panico

ADRIANO SOFRI -  la Repubblica

PARIGI. L’IMAM E IL rabbino si sono chinati insieme davanti al Bataclan. È stato importante, ed è importante che gli imam convenuti abbiano cantato la Marsigliese, che uno degli imam convenuti abbia spiegato: «Sono francese musulmano, e penso di essere più toccato di altri», e abbia aggiunto che «la gran parte degli imam francesi è pacifica»: la gran parte non sono tutti. Credo che ci sia un equivoco di fondo nella distinzione che continuiamo a formulare fra musulmani fanatici e moderati. E non perché i musulmani si somiglino tutti, che è un oltraggio all’intelligenza e all’evidenza. Il totalitarismo islamista, pur diviso in bande mutuamente accanite, si mobilita e organizza fino a costituirsi in esercito e stato multinazionale, come nel sedicente califfato, e offre la sua bandiera al rancore e alla frustrazione di una vasta parte del pianeta. Al contrario, il cosiddetto islam moderato non ha istituzioni né persone a rappresentarlo adeguatamente. Sono innumerevoli i musulmani moderati, ma è più giusto chiamarli ricchi di umanità. E sono così spesso vittime di quegli invasati. Ma loro sono persone e famiglie, gli altri sono un’armata conquistatrice. Sostenere i musulmani che vogliono bene all’umanità è importante, ma è decisivo battere gli altri.

Dunque sono andato anch’io a cercare il Bataclan. Non c’è bisogno di chiedere informazioni, basta lasciarsi portare dalla folla. Sembra il viavai di una domenica qualunque nel centro di Parigi, ma è una specie di corteo di fatto che va da una stazione all’altra del calvario di venerdì notte. Uso termini cristiani in un’accezione comune, non certo perché ignori che quegli spasmodici credenti hanno assassinato all’ingrosso, di ogni paese e di ogni religione d’origine, islam compreso. Si crede di aver guardato e letto tutto, e però si resta sbigottiti di fronte alla moltiplicazione dei luoghi in cui hanno ammazzato e ferito, ciascuno mutato in un memoriale di fiori e candele e messaggi, con la gente che gli si accalca attorno, qualcuno prega, tutti fotografano, e poi continuano verso il prossimo altare da marciapiede. Fa ricordare le lente, estenuanti processioni dei Sepolcri dei nostri venerdì di passione. (Nel punto più fitto, accanto alle transenne che isolano il boulevard davanti al Bataclan, vuole spiccare una vistosa composizione di rose rosse col nome di Abdullah Ocalan). La stazione di arrivo è place de la République, quando ci arrivo è piena di migliaia, soprattutto giovani. Stanno raccolti in diversi cerchi, fanno musica e cantano, alzano pagine scritte a mano in cui le parole più ricorrenti sono Amour e Love, e la frase che rivendica: “Non abbiamo paura”. Lo si legge grande anche sul piedistallo del monumento. Nella piazza un gruppetto di ragazze solleva il cartello con la scritta “Free hugs”, e scambia i suoi abbracci gratis. Sono belli, questi ragazzi, pieni di luce, direste. Grazie a loro tutto prende un’aria di festa, commovente: che cosa può contraddire più radicalmente l’odio e la ferocia degli assassini di un’amicizia espansiva fra sconosciuti? Perché allora provo una sensazione tormentosa di impazienza e di vera paura? Lascio la République e mi avvio a Notre Dame, perché fra poco sarà celebrata dal cardinale arcivescovo André Vingt-Trois la messa solenne per le vittime e per i loro cari. Nel comunicato che l’annunciava, il cardinale informava personalmente che la messa sarebbe stata trasmessa dalla televisione cattolica Kto: una precauzione per l’eventualità che ancora alle 18,30 della domenica la sicurezza dei movimenti non fosse garantita. Ma a mezz’ora dall’inizio la cattedrale e l’intera piazza sono già gremite e transennate, e devo rinunciare e tornare indietro. Anche le strade adiacenti sono piene di persone che cercano qualche varco attraverso cui entrare. Dei ragazzi corrono, e basta la loro corsa ad allarmare la folla, che si ferma e si muove di qua e di là interdetta. Torno alla République, in tempo per gli strascichi di un panico che si è impadronito della folla che poco fa cantava e danzava e si abbracciava e inalberava il proprio coraggio. Uno sbandamento clamoroso e amarissimo, e peraltro facilissimo da capire. Forse davvero qualche scemo aveva fatto esplodere dei petardi, più probabilmente no, non ce n’era bisogno. Si grida, ci si calpesta, la polizia non può che urlare di evacuare il terreno. Viene travolto il tappeto di candeline, prendono fuoco le lettere e i fiori. Lo ridico: che cosa c’è di più comprensibile e perfino inevitabile che un simile tracollo in una folla che ha negli occhi il mattatoio di Bataclan? Quale maramaldo potrebbe infierire su quel cedimento? Il panico ha rivelato la fatica di una giornata in cui tante migliaia di persone, i ragazzi degli abbracci gratuiti e le fedeli del sagrato di Notre Dame, anche quello bruscamente evacuato, avevano voluto ostentare coraggio e amore del prossimo e della pace. Passato il panico, sono tornati in pochi nella gran piazza. C’era un peso da smaltire. La sensazione che non bisogna scrivere sui monumenti: “Noi non abbiamo paura”. Gli uomini neri incollati agli schermi a Raqqa e a Palmira hanno visto. Gli slogan devono essere sbrigativi, ma se ne deve trovare uno che riesca a dire: “Abbiamo paura, ma non prevarrete, perché siete disumani, e noi umani”.

Io, ebreo e l’inno cantato con gli amici islamici
di Marek Halter


QUANDO HO VISTO quello che sta passando in tv in queste ore, ho deciso che non potevo restare inattivo. Così ho deciso di dire agli imam miei amici: dobbiamo reagire. Quella che sta girando non è vera informazione. Spinge la maggior parte della gente a pensare: forse i musulmani non sono cattivi, ma la maggioranza degli imam è guidata da paesi stranieri – Arabia Saudita, Algeria, Qatar – e spinge i giovani verso la violenza. E siccome è molto difficile chiamare ogni tv o giornale per andare a spiegare, bisognava organizzare un evento, avere i media tutti nello stesso posto. Dovevamo reagire. E il posto migliore era al teatro Bataclan, dove i francesi andavano a portare i fiori. Tutte le tv del mondo erano lì. Abbiamo fatto un comunicato, con quindici imam che rappresentano la religione islamica in Francia, assieme a me, un ebreo polacco, per onorare i morti del teatro. E siamo andati a rendere il nostro omaggio.
Il ragionamento era giusto: c’erano tutti i media. Ma c’era qualcosa che non ci aspettavamo: anche la gente semplice era lì e ognuno ha reagito all’interno della sua cultura politica. C’era una donna dell’estrema destra, che si è messa a gridare contro gli imam: voi siete una minoranza, la maggioranza degli islamici fa propaganda alla violenza. Non l’avevo previsto, non pensavo di dover andare a una discussione, ma ho dovuto rispondere. La mia iniziativa doveva essere un gesto simbolico, non un confronto. Ma ho risposto: bisogna rispettare la memoria dei morti.
Qui ci sono 15 imam francesi, molti di loro sono nati in questo Paese e sono venuti per onorare gli stessi morti. Lei è violenta, loro no. Li guardi, sono venuti a portare fiori.
Molta gente ha applaudito.
Poi, tutti avevano la loro storia da raccontare. Dicevano: il mio migliore amico era qui, oppure: conoscevo l’americano ucciso.
Mi sentivo uno psicanalista: tutti avevano qualcosa da dire, si lamentavano di non essere abbastanza informati e avevano paura. Perché la maggioranza degli assassini sono ancora in strada, preparano altre uccisioni domani o fra una settimana e nessuno sa dove. Quando la gente ha paura, è difficile parlare logicamente e la razionalità non esiste più. Siamo preda dei sentimenti.
Ora sentiremo in tv gli specialisti del Medio Oriente spiegare che la violenza è questo e quest’altro, tutte cose che già sappiamo. Però non ci sono risposte per il sentimento di insicurezza che adesso pervade lo stato d’animo dei francesi. Ma il significato del nostro omaggio è stato capito: c’è stato un interesse straordinario dei media, così tanti giornalisti che non so come abbiano potuto lavorare. Alla fine la polizia ha dovuto portare a casa gli imam in auto, non perché temessero violenze su di loro, ma perché non riuscivano ad andare via. C’erano centinaia di persone, è diventato un incontro popolare, non era previsto. Ma il messaggio è arrivato.
L’ estrema destra dirà: Marek ha portato qualche buon imam, ma la maggioranza degli islamici continua a coltivare la violenza. Marine Le Pen sostiene che l’islam è violento come religione: abbiamo sei milioni di islamici in Francia e sono naturalmente violenti.
Ma è stato importante vedere gli imam pregare in arabo qui, indossando gli abiti tradizionali, perché gli abiti sono importanti. Un imam ha fatto un discorso in arabo, uno in francese. Quando alla fine i militanti dell’estrema destra sono arrivati per distruggere questa bella immagine, ho cominciato a cantare la Marsigliese, e tutti mi hanno seguito. Ed era bellissimo vedere gli imam, con un rabbino arrivato all’ultimo momento, che cantavano tutti assieme l’inno nazionale.
(testo raccolto da Giampaolo Cadalanu)

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