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Per conoscere una scrittrice

"Non ho mai creduto alla letteratura femminile"

Parla Elizabeth Strout mentre esce negli USA il suo nuovo romanzo.

Sono sicuro che sia importante avere una visione unitaria. C’è qualcosa che va al di là e supera le differenze. L’origine della vita e dell’energia è unico e si declina poi in vari modi (ndr)

NEW YORK

A otto anni da "Olive Kitteridge", con il quale vinse il premio Pulitzer, e a meno di tre da "I Fratelli Burgess", esce oggi negli Stati Uniti il nuovo romanzo di Elizabeth Strout, intitolato "My name is Lucy Barton" (in Italia uscirà a maggio tradotto da Einaudi). Il libro è stato preceduto da un'unanimità di critiche osannanti, che consacrano l'autrice del Maine come una delle voci più sincere e appassionanti dell'universo letterario contemporaneo. La finezza e la sensibilità con cui immortala ancora una volta ritratti indimenticabili di donne invita a interrogarsi se esista una letteratura prettamente femminile: in questo caso le protagoniste sono una madre e una figlia, riavvicinate da una grave malattia. Nell'universo di Elizabeth Strout la condivisione, la confidenza e anche l'amore sembrano nascere unicamente attraverso il dolore, e anche i rapporti più intimi possono sopravvivere solo in virtù del perdono delle nostre debolezze. Da questa concezione scaturisce un sentimento nel quale la speranza si mescola alla malinconia, che rifiuta tuttavia il sentimentalismo:

 Claire Messud ha definito il romanzo sul New York Times, «potente, malinconico e squisito» e il Kirkus Review ha parlato di un libro «magistrale» e «pieno di poesia».

«Sono lusingata dagli elogi», si schermisce l'autrice, di passaggio a New York: «quello che mi fa più piacere è l'apprezzamento di come ho cercato di raccontare i sentimenti senza diventare sentimentale: non bisogna aver paura dei sentimenti, ma guai a diventarne vittima».

Se dovesse proporre il libro oggi ad un editore come lo racconterebbe in poche parole?

«La storia di una madre ed una figlia e del dolore che le riavvicina. All'interno di una vicenda che racconta il rapporto tra classi sociali diverse».

Esiste una scrittura squisitamente femminile?

«Molti non saranno d'accordo, ma io non penso affatto che sia così: un autore, maschio o femmina, quando è grande, è in grado di raccontare anche l'altro sesso. Io penso che le pagine di Alice Munro o Margaret Atwood siano semplicemente alta letteratura, e non parlerei di letteratura femminile ».

Direbbe lo stesso di Jane Austen?

«Riconosco che lei è forse un'eccezione: nel suo caso si sente in maniera prepotente lo sguardo femminile. Ma anche in quel caso vedo prima la grandissima autrice, poi il sesso».

Ci sono scrittrici che l'hanno ispirata?

«Certamente, ma anche scrittori: oltre alla Munro, faccio il nome di William Trevor, del quale mi sono cibata fin quando non mi sono sentita in grado di scrivere ».

Esistono autori che ammira, che trattano temi molto lontani dai suoi?

«Si molti, e voglio citare una donna: Elena Ferrante. Ne ho grande ammirazione, ma non potrebbe esistere autrice più diversa. E circola anche la voce che potrebbe essere in realtà un maschio ».

In campo letterario, la presenza delle donne è numericamente minoritaria rispetto a quella degli uomini, ma più elevata rispetto a quella di altri campi, come il cinema, ad esempio.

«L'emancipazione della donna deve fare ancora molti passi. Credo che questa differenza di percentuale sia dovuta al fatto che il cinema — ma lo stesso discorso vale anche in altri settori — richiede un impegno maggiore da un punto di vista fisico. E si tratta di un impegno che assorbe completamente per un lungo periodo di tempo: storicamente la donna è stata più legata alla necessità, o all'obbligo, di tornare alla vita quotidiana».

I suoi personaggi femminili sono pieni di difetti e debolezze. E sono contraddistinti da una grande solitudine.

«È vero, ma ovviamente non si tratta di caratteristiche unicamente femminili».

Un altro elemento è una profonda vita interiore, che non appare in superficie.

«Potrei ripetere la risposta precedente, ma voglio aggiungere che ho conosciuto moltissime donne che hanno rivelato un'intimità molto diversa da quella che rivelava l'esterno. E con essa un anelito sorprendente per qualcosa che le redimesse da una condizione che erano le prime a non amare».

La famiglia sembra essere sempre il centro di ogni cosa.

«Prescindere dalla famiglia è solo un'illusione, anche quando si tratta di famiglie dilaniate o disfunzionali. E anche all'interno di questo nucleo è fondamentale essere in grado di perdonare».

Lucy, la protagonista del libro è una scrittrice

«È inevitabile che si pensi a un elemento autobiografico, ma non si tratta di una caratteristica che volevo all'inizio. Lucy è talmente povera che rimane a scuola per riscaldarsi, e legge per ingannare il tempo: la passione per i libri e le parole nasce da lì».

Si può dire che viene salvata dalla letteratura?

«Direi che la letteratura le va incontro in maniera inaspettata e le cambia la vita. E anche in questo caso ho in mente esempi precisi di persone che conosco».

"Olive Kitteridge" è stato adattato con molto successo, e ora anche "The Burgess Boys" è in preparazione: pensa che negli adattamenti si perda qualcosa?

«Credo sinceramente che si tratti di forme espressive diverse. Nel mio caso sono stata molto fortunata e mi dichiaro soddisfatta. Tuttavia quello che voglio affermare è che il regista deve catturare il cuore del libro che sta adattando: i dettagli sono poco importanti e si può tradire per rimanere fedeli».

Lei è laureata in legge: come l'hanno formata, questi studi?

«Ho impiegato molti anni a capirlo: è stata un'educazione fondamentale, che mi ha insegnato ad essere meno emotiva e più analitica. Non sarei la scrittrice che sono diventata»

"Ho molta ammirazione per Elena Ferrante E circola voce che possa essere un uomo" "L'apprezzamento che preferisco è di aver parlato di sentimenti senza sentimentalismi" "

L'ALTRO SESSO

Penso che un autore, maschio o femmina, se è bravo, è in grado di raccontare benissimo anche l'altro sesso

LO SGUARDO

Jane Austen è un'eccezione Ma anche se in lei si vede l'occhio di una donna è per prima cosa una grande scrittrice

 

Elizabeth Strout e "I ragazzi Burgess" "Altro che Roth, amo Elena Ferrante"

E' una delle scrittirici più profonde e raffinate della letteratura americana. Il suo ultimo romanzo è stato paragonato a "Pastorale americana" del grande romanziere

 ANTONIO MONDA -

NEW YORK - Elizabeth Strout è una delle scrittrici più profonde e raffinate della scena letteraria americana. Schiva, ironica ed estremamente acuta, vive nel Maine, limitando le frequentazioni sociali: il mondo culturale newyorchese è una realtà con cui si confronta a piccole dosi e con la massima cautela, mentre il mondo rurale dello stato in cui è nata rappresenta il retroterra imprescindibile di una commedia umana nella quale sa individuare con ammirevole capacità introspettiva splendori e miserie, speranze e delusioni. Non è un caso che nelle sue storie ci siano personaggi ricorrenti. Prima che un piacere, la scrittura per la Strout rappresenta una necessità catartica, che lei affronta con rigore quasi monastico: da questo punto di vista, il suo lavoro è paragonabile a quello di Alice Munro e Annie Proulx. In questi giorni è uscito per Fazi "I ragazzi Burgess" (traduzione di Silvia Castoldi), pubblicato a cinque anni di distanza da "Olive Kitteridge", la raccolta di racconti che l'ha resa celebre e con cui ha vinto il Pulitzer. Le recensioni americane sono state ottime: il Washington Post ha scritto che "il libro dimostra come il lavoro di questa straordinaria scrittrice continui a evolvere e migliorare" e il Boston Globe lo ha definito il suo "romanzo migliore". E se il New York Times ha espresso riserve su alcune soluzioni narrative, Time è arrivato a paragonarlo a Pastorale Americana di Philip Roth. I due libri sono in realtà diversissimi, ma è analogo il senso ineluttabile di declino che investe i protagonisti, e la descrizione, all'interno di una comunità provinciale, di avvenimenti tragici e violenti che finiscono per travolgere personaggi ad essi estranei.

I ragazzi Burgess ha una scrittura cristallina e un tono sobrio, asciutto, che consente alla Strout di essere particolarmente efficace nelle descrizioni psicologiche dei protagonisti: Jim Burgess, un avvocato di grande successo e straordinaria popolarità mediatica; il fratello Bob, che vive nella sua ombra ed esercita la stessa professione con pochissime gratificazioni, e la sorella Susan, amara e terribilmente sola, il cui figlio Zach si è messo nei guai lanciando una testa di maiale in una moschea durante le celebrazioni del Ramadan. Questo gesto sconsiderato, che il ragazzo non riesce neanche a spiegare razionalmente, riunisce la famiglia, e costringe i componenti a confrontarsi con un tragico incidente nel quale molti anni prima aveva perso la vita il padre.

"Quando ho letto che citavano Pastorale Americana a proposito del mio libro mi sono sentito lusingata e ho provato un'enorme emozione", racconta la scrittrice. "Roth è un grande maestro, e credo che uno degli elementi in comune con il mio romanzo sia l'ambientazione in una comunità chiusa, nel quale l'elemento razziale finisce per imporsi irreversibilmente ".

Da dove nasce il suo libro?
"Non riesco a rispondere razionalmente: so solo che era da molti anni che avevo abbozzato la storia di un incidente che sconvolge le vite di alcuni personaggi, ma che diventa un tabù. Ogni piccola città ha la sua tragedia, e nella mia c'era quella di un ragazzo che aveva ucciso per sbaglio il fratello. Io conoscevo la sorella dei due ragazzi e da piccola mi inquietava il fatto che di quel dramma non si potesse parlare".

Immagini di essere un'aspirante scrittrice che deve vendere "I ragazzi Burgess" a un editore: come lo descriverebbe?
"La storia di uomini e donne che sono costretti ad affrontare un dolore rimosso dal quale si sono illusi di poter sfuggire. E che ora possono crescere, sapendo che con ogni probabilità sbaglieranno di nuovo ".

Samuel Beckett diceva "prova di nuovo, sbaglia di nuovo, sbaglia meglio".
"È una massima che riassume perfettamente il senso ultimo di un romanzo che vuole interrogarsi sul rapporto tra tempo e dolore, responsabilità e fuga".

Ancora una volta ambienta una sua storia nel Maine.
"È il luogo nel quale sono nata e vivo. I miei antenati si stabilirono qui nel 1603. Provengo da un mondo puritano, dove non si parla dei dolori personali".

Il suo protagonista Jim è un uomo di legge di grande successo: come suo marito, che ha lo stesso nome, ed è stato procuratore generale del Maine.
"Ho iniziato a scrivere il libro prima di conoscere mio marito. Il personaggio è nato con quel nome e non sono riuscita a cambiarlo. Immaginavo che molti lettori lo avrebbero identificato con lui, ma cambiare il nome di Jim Burgess mi sembrava in qualche modo snaturarlo. Molti pensano che sia il personaggio meno simpatico, ma io lo amo particolarmente per il dolore che si porta dentro".

Uno dei temi del libro è l'isolamento all'interno della famiglia, un tema affrontato da molti autori, tra cui Jonathan Franzen.
"È un tema che mi ha sempre affascinato, e il fatto che sia comune ad altri ci deve invitare a riflettere sulla nostra società. Tuttavia spero che il libro dica qualcosa anche sul fatto che il passato non finisce mai di parlarti e a volte perseguitarti. Così come dei conflitti razziali che esplodono in un microcosmo". 

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