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Un’esperienza (ndr)
Qui devi portare tutto te stesso. I tuoi pesi, le tue sofferenze, la tua vita, le tue gioie, i dolori. La tua parte consapevole e quella inconscia.
Mi quieto, percepisco il cuore che batte, il mio respiro. Affiora un’immagine lontana. L’immagine sono io, è il volto più segreto di me.
Paolo Rodari – La repubblica
(Martedì scorso, 23 luglio 2016, le pagine di cultura di Repubblica hanno anticipato il primo capitolo del mio nuovo libro appena uscito: "La custode del silenzio" (Einaudi). Tre anni fa feci per il giornale un'inchiesta sugli eremiti di città. Conobbi Antonella Lumini, eremita in un antico appartamento di Firenze. Dopo l'inchiesta le proposi di raccontare la sua storia in un libro. Ecco qui di seguito il primo capitolo).
Pustinia.
Stamattina questa arcana parola è rimbalzata più volte nella mia mente, mentre in treno partivo da Roma alla volta di Firenze. Sí, ho deciso: oggi entrerò in pustinia. E anche se mi sento pronto, anche se Antonella mi ha spiegato, sono un po’ ansioso.
Cosa mi dirà il silenzio?
È trascorso più di un anno dalla prima volta che sono stato a casa sua, e non so spiegarmi perché solo dopo tanto tempo mi sia deciso a chiederle di poter varcare la porta della pustinia.
«Il silenzio parla, siamo noi che non sappiamo ascoltare», mi ha più volte ripetuto, facendomi intuire che ognuno ha il suo momento, l’ora X in cui accetta di porsi in ascolto.
Antonella abita in un antico palazzo nel centro di Firenze. Vicino all’entrata c’è la cucina, un ambiente piuttosto spazioso con una grande cappa di pietra sopra i fornelli, un tempo probabilmente alimentati a legna. Le nostre conversazioni le abbiamo fatte qui, seduti al tavolo di marmo bianco, davanti a una tisana preparata con erbe sempre diverse.
Ricordo la prima volta che venni a trovarla.
– Quindi è così la casa di una eremita? – le chiesi a bruciapelo.
Sorrise e, dopo aver preso un respiro, rispose: – Sinceramente non lo so. Non amo troppo definirmi tale. Non mi piacciono le etichette. Sembrano fatte apposta per omologare le persone, come se tutto dovesse rientrare in canoni prestabiliti. Sono una donna che a un certo punto della vita ha scoperto il silenzio. È stato un richiamo irresistibile. È successo più di trent’anni fa. Vedi, il problema non è trovare una connotazione, bensì denudarsi, spogliarsi da ogni identificazione. Attraversare il vuoto. Sono una semplice battezzata, tutt’al più una custode del silenzio.
Anche oggi sediamo davanti a una tisana calda che pian piano scioglie le parole. Il tempo passa veloce senza che me ne renda conto.
– Si è fatto tardi, – mi dice Antonella. – Vogliamo andare in pustinia?
Dalla cucina imbocchiamo un ampio corridoio finestrato.
Saliamo alcuni scalini ed entriamo in una stanzetta quadrata, illuminata da un lucernario incassato fra le travi.
Accostato alla parete di sinistra, sopra una stuoia, c’è un materasso. A destra una sedia e una piccola cassapanca di legno. In mezzo un tappeto e un panchetto. Sotto il lucernario, poggiato su un piccolo tavolo, un lumino davanti a una croce di legno, appesa al muro poco più in alto.
Antonella si sistema sul panchetto con le ginocchia che toccano terra.
– Mettiti dove vuoi, – mi dice. – C’è chi si siede per terra, chi su un cuscino o sulla sedia, chi sul materasso.
Scelgo la sedia. È un po’ scomoda, o forse sono io che non riesco a trovare la giusta posizione.
Accende il lumino, quindi si alza. Esce, ha dimenticato qualcosa. Dopo pochi istanti ritorna con una piccola campana tibetana fra le mani. La posa davanti al panchetto.
– Ha un suono molto vibrante, – mi spiega. – La uso per scandire i tempi. Tre colpi leggeri prima d’iniziare, altri tre alla fine, per indicare che il tempo del silenzio è terminato.
Si toglie le scarpe e prende di nuovo posto.
– Mettiti a tuo agio, Paolo. Non essere rigido. È importante che il corpo stia comodo. Siamo qui per vivere un momento di abbandono.
– Abbandono? Dobbiamo abbandonarci a chi, a che cosa?
– Allo Spirito Santo creatore che ci pervade, al suo abbraccio che ci contiene. È come un grembo materno che ci accoglie. Qui devi portare tutto te stesso. I tuoi pesi, le tue sofferenze, la tua vita, le gioie, i dolori. I rapporti a cui tieni, le persone che ami. La tua parte consapevole, ma anche quella inconscia. La luce dello Spirito tutto vede, penetra, rigenera. Anche le ferite profonde, quelle che nascondiamo perfino a noi stessi. Se vuoi puoi nominare qualcuno o parlare di certe situazioni in modo esplicito, oppure solo evocarle nel cuore dove rimangono custodite, perché il cuore è il luogo della memoria. Puoi non dire nulla, restare qui, in questa presenza amorosa.
A essere sincero mi aspettavo di ricevere delle indicazioni precise su come sedere, su come respirare. Invece no. Ciò mi rende un po’ ansioso. Forse Antonella lo intuisce, e riprende il suo discorso per tranquillizzarmi.
– C’è chi ha difficoltà a esprimersi e impara ad ascoltarsi interiormente. C’è chi sente subito il bisogno di parlare. C’è chi all’inizio non riesce a dire nulla poi, piano piano, si apre. Le reazioni sono diverse, l’importante è percepire che il silenzio è abitato dallo Spirito Santo, che avvolge, scava, risveglia la nostra scintilla interiore.
Ascolto con attenzione. Lì per lì non so che dire, di ferite ne ho, ma le sento confuse.
Antonella è sempre in ginocchio. Lentamente inizia il canto d’invocazione allo Spirito; mi invita a ripeterlo insieme a lei, ma non me la sento.
Chiude gli occhi, la testa appena reclinata su di un lato.
– Ruah Elohim, Ruah Elohim...
«Spirito di Dio» in lingua ebraica. Ripete quelle parole più volte. Vibrano nella stanza come un mantra, e vibrando penetrano nel corpo e nell’anima. La voce passa da toni bassi a toni più acuti toccando ciò che trova chiuso, aprendo, dilatando. Poi diviene cristallina come il suono di una corda ben tesa che si diffonde per lunghi istanti. Sembra stia chiamando qualcuno o qualcosa che abita lontano.
Il canto sfuma, lentamente muore.
Rimango immobile, ma sono contratto, non riesco ad abbandonarmi. Non sono abituato a momenti di silenzio così lunghi e intensi. Vorrei uscire, respirare aria fresca.
Pian piano mi quieto. Percepisco il mio respiro, il cuore che batte. Dopo un po’ affiora un’immagine lontana. Risale dal profondo il mio volto di bambino, scorgo negli occhi innocenti il sogno che fin da piccolo porto nel cuore. È ancora vivo e comprendo che non ci ho mai fatto seriamente i conti.
È strano che si ripresenti proprio qui. In pustinia si fa strada con forza. L’immagine sono io, è il volto più segreto di me stesso.
Antonella riapre gli occhi, solleva la testa.
Un forte bisogno di parlare mi spinge a raccontare il mio sogno. Riesco a dargli voce, a nominarlo liberandolo un po’ dalla nebbia che lo avvolgeva, ma sono solo poche parole. Non so decifrare bene le emozioni, le sensazioni, non aggiungo altro.
Antonella mi guarda e bisbiglia: – Bisogna fidarsi delle intuizioni che sgorgano dal silenzio. Lo Spirito parla nel cuore quando le voci esteriori si quietano.
Rimaniamo in silenzio ancora per alcuni minuti, poi lei mi porge il Vangelo e mi invita ad aprirlo. – Adesso, se vuoi, puoi leggere il brano che ti cade sotto gli occhi.
Il silenzio parla attraverso la Scrittura. Vediamo cosa ha da dirti.
Sfoglio qualche pagina fino a che il mio sguardo si ferma sul Vangelo di Marco, capitolo XIII, versetti 28 e 29.
«Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte».
Subito penso che l’estate è vicina. Che il mio sogno sta prendendo corpo. Non è più un’immagine evanescente, l’ho nominato, ha trovato posto nella mia coscienza. Sta maturando in me l’anelito custodito nell’anima.
Ci raccogliamo di nuovo. Una dolce speranza si fa spazio dentro di me, comincio a credere con fiducia che il mio sogno diventerà presto realtà. Avrei altre cose da far emergere.
Le sento muoversi, agitarsi. Come se questi lunghi minuti di silenzio avessero fatto saltare un tappo. Avverto una massa oscura che vorrebbe uscire per farsi conoscere, ma mi placo, per oggi può bastare.
Non penso più a nulla. Sento la pace dentro di me.
IL LIBRO: la custode del silenzio di Antonella Lumini e Paolo Rodari. Einaudi ed. pag.120 € 15.
