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Il vincitore del premio Oscar dirigerà il 12 aprile "La gazza ladra", la sua quarta regia operistica che è anche il suo debutto alla Scala di Milano, un altro traguardo professionale
ANNA BANDETTINI – La Repubblica
Ha l’aspetto elegante, semplice, perfettamente a posto – austeri golf e pantaloni neri – unica civetteria due anelli d’argento di foggia orientale alle mani. E mentre con orgoglio mostra la nuova casa, a pochi passi dal Duomo a Milano, un bel luogo luminoso, perfettamente ordinato, uno pensa: sono lo specchio l’uno dell’altro. «Ah sì, è la prima vera casa che mi corrisponde», dice Gabriele Salvatores con leggero sorriso ironico. «Perchè io un po’ sono così, un po’ ossessionato dal fatto che nulla sia lasciato al caso intorno a me. L’unica ombra, semmai è un’altra: sarà l’età, ma la sera tornare a casa e non trovare nessuno comincia a persarmi. Rita (Rabassini, la sua compagna, ndr.) preferisce la campagna e vive a Lucca. Ma non posso lamentarmi, perchè non ho nemmeno fatto niente per avere una famiglia. Sono fatto un po’ così».
Con calma, più che preoccupazione, perfino un filo di ironia, il regista si racconta. «Sono un po’ complicato - dice - forse per deformazione professionale, farei la regia anche della mia vita. Devo sempre tenere la scena sotto controllo. Io, per dire, sono uno che prenota il ristorante tre giorni prima. Poi però sono anche quello che rifugge l’immobilità. La ripetitività mi fa paura, la noia mi terrorizza, quando la vita diventa routine mi uccide». E allora? «Allora quando questa frizione è diventata insonnia, alla soglia dei 60, sei anni fa, sono andato da un dottore. Pensavo mi desse solo qualche pillola per dormire, invece abbiamo cominciato a parlare, anche perchè lui è un appassionato di cinema e di teatro. E adesso è il mio analista e più che i miei sogni gli racconto i film e gli spettacoli, Shakespeare più che Freud, e lui mi spiega che la vita non è un film che si lascia dirigere o di cui si può fare la regia a piacimento».
Sono passati 25 anni dal premio Oscar per Mediterraneo – la statuetta massiccia, pesante, è lì che ci guarda dalla libreria («Prima non la volevo, era rimasta dal produttore, ma ora dopo tanto tempo non mi chiede più niente e dunque me la sono ripresa») e Gabriele Salvatores è da tempo un regista riconosciuto e affermato. Ha appena girato il suo ventesimo film, "Il ragazzo invisibile 2" che uscirà in autunno, sequel del precedente, con gli stessi protagonisti cresciuti di qualche anno, a cominciare dal protagonista Michele Silenzi, un fantasy con più profondità psicologiche e, come piace a lui, più effetti speciali supervisionati da Victor Perez, lo stesso di "Star wars", "The Dark night rises", "Harry Potter". In estate inizierà il ventunesimo, una produzione italo-franco-americana, una storia on the road, scritta con Umberto Contarello, su un padre che scopre il rapporto col figlio autistico. «Fare il regista, dedicarmi alla finzione artistica deve essere stata la mia vera terapia, la certezza di poter controllare quello che nella vita non puoi», ammette. E c’entra qualcosa "La gazza ladra", che a giorni, il 12 aprile, segnerà un altro traguardo professionale, il debutto alla Scala, per la sua quarta regia lirica.
«Ho dato alla Gazza il ruolo primario che le dà il titolo: quello che decide la storia, il burattinaio – e all’inizio animerà davvero le marionette della storica compagnia Colla in un gioco di teatro nel teatro – che scompagina e riorganizza la vita degli altri. Me la sono immaginata come un’acrobata che vola sulla scena, un deus ex machina che dall’alto decide mentre se la ride guardando gli uomini intenti ad affannarsi. La vita, diceva Shakespeare, è come un povero attorello sussiegoso che si dimena in palcoscenico per il tempo assegnato alla sua parte. È caos, come in Rossini. Non c’è spartito, copione, regia. E quanto a me, il teatro, il cinema mi sono serviti per stare lontano da una realtà che non si controlla. C’è una frase che amo e riassume quello che sono: faccio arte per non morire di troppa realtà. Da ragazzo ero destinato a fare l’avvocato nello studio di mio padre, ero iscritto a giurisprudenza, ma l’unico avvocato che potevo concepire, a quell’epoca, era Jack Nicholson in Easy rider. Il teatro fu la mia via di fuga. E non ho rimpianti, se non che aver fatto il regista ha condizionato la mia vita privata. Per esempio non ho avuto figli, ma ho fatto tanti film con bambini e considero il Teatro dell’Elfo di Milano il mio vero bambino. Chissà, poi, se sarei stato capace di fare il padre. Magari la prossima vita. È che una volta alla reincarnazione ci credevo. Da quando faccio l’analisi, comincio ad averne dei dubbi».
