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Kabul, il basket della speranza "I miei ragazzi sono rinati"
Alberto Cairo – La Repubblica
Alberto Cairo della Croce Rossa internazionale raconta com'è nata la squadra afgana di giovani disabili
DOMENICA , dopo la prima vittoria, piangevano e ridevano gridando così forte da stordire (quindici afgani possono fare un gran baccano) e io non sapevo dove guardare, chiedendomi se l'avventura, cominciata quattro anni fa, fosse realtà o solo un sogno. È il 2010 quando ci domandiamo se il lavoro che la Croce Rossa Internazionale fa da decenni per i disabili afghani (riabilitazione fisica con protesi e fisioterapia, reinserimento sociale attraverso impiego, scuola, corsi professionali, microprestiti) sia sufficiente, se non manchi qualche cosa. Attività per il tempo libero, ad esempio. Molti storcono il naso, in Afghanistan ci sono cose più importanti, perché perdere tempo. Fingo di non sentire. Cominciamo con lo sport, pallavolo, il gioco più diffuso nel paese, e calcio. Pallacanestro in carrozzina, suggerisce un collega guardando i ragazzi con patologie più severe assistere alle partite con aria rassegnata. Proviamo. I giocatori accorrono numerosi, ma è subito chiaro che senza un allenatore e carrozzine apposta non si andrà lontano. Le nostre, buone e robuste per le strade afghane, sono pesanti e instabili nelle piroette per conquistare la palla. Ahimè, scopro che una carrozzina sportiva non costa meno di quattromila euro, trasporto escluso. Occorrendone almeno 150 da distribuire nei sette centri di riabilitazione sparsi per il paese, la cifra sarà di certo respinta dai nostri addetti alle finanze. Tuttavia proseguiamo, organizzando tornei: come ballare con gli scarponi e sembra lotta libera, non pallacanestro.
Ma i giocatori non perdono un allenamento, malgrado fatica e cadute. Possiamo deluderli? Improvvisamente due miracoli: Jess Markt, giocatoretrainer americano, disabile, si presenta a Kabul, disponibile ad allenare; una organizzazione inglese, "Motivation", lancia carrozzine sportive a prezzi stracciati, 200 euro. Ne ordiniamo trecento. «Come volare», dicono i ragazzi quando le provano. Jess tiene corsi per giocatori, allenatori e arbitri (io tra questi), viaggiando per tutto il paese. Il pubblico accorre incredulo a vedere. Cominciano veri tornei intercity. Le tensioni tra squadre non mancano. Mazar odia Maimana, Kabul non può soffrire Herat. Ad ogni partita anche venti raggi delle ruote saltano negli scontri e ogni giocatore sembra fare gara da solo, passando la palla meno possibile e male. Occorre una squadra nazionale, insisto. Quando Jess seleziona i giocatori per conto del Comitato paralimpico afgano, il malcontento esplode: perché cinque giocatori di Kabul e solo tre di Herat?
Zitti e ascoltate. In nazionale, a rappresentare il vostro paese, si va per merito, non in base a quote, etnie o raccomandazioni. Capito? Mi chiedo però a che servirà mai una nazionale se non potrà confrontarsi con nessuno. E il terzo miracolo avviene. Unipol Briantea84, la squadra campione d'Italia, decide di festeggiare i trent'anni dalla fondazione invitando i giocatori afgani a Cantù. Quando il presidente Marson e l'addetta stampa Silvia Galimberti mi informano stento a credere. Non lo comunico ai ragazzi fino a che non è certo. Non voglio sognino inutilmente. Il primo raduno della squadra ha luogo a gennaio a Kabul nella nuova palestra intanto costruita, il secondo a marzo. Intanto bisogna pensare al viaggio. L'Ambasciata italiana dà una mano per i visti, la Sergio Tacchini regala le divise, ma trovare una compagnia aerea non è facile, spaventate dal numero di carrozzine e dagli insoliti passeggeri. Mi tocca riempire un certificato che esclude siano contagiosi, che abbiano bisogno di un medico e di ossigeno a bordo.
«Sono atleti», rispondo, «di fiato ne hanno da vendere». Fino all'ultimo il volo è incerto, ma il 20 maggio sbarcano a Milano. «Vinceremo? » chiedono. Li guardo. Saber, senza gambe per una mina, da quando gioca ha deciso di imparare a leggere e scrivere. Mohamadullah, paraplegico, con la convocazione nazionale, è diventato un eroe nel quartiere dove vive. Shapoor, il più bravo, ha finalmente accettato di farsi operare per camminare meglio, e di studiare l'inglese. Portano magliette tre taglie più piccole per mostrare i muscoli diventati potenti, scoprendo di avere un corpo, orgogliosi e vanesi; prima solo spettatori, ora campioni applauditi. Non lo sanno, ma già hanno vinto. Miracolo dello sport. La vittoria di domenica sul campo ha dato loro ulteriore fiducia. «Quando andremo a giocare in America? E in Australia?» chiedono. A Cantù - si gioca oggi avete la partita più importante, concentratevi, rispondo. Ma chi sono io per fermare i loro sogni?
