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Nel sorriso di Bonatti l'Italia che sognava

A cinque anni dalla morte del grande scalatore esce il suo libro fotografico, che è insieme avventura esistenziale e ritratto del Paese. Il racconto di Michele Serra.

  di Michele Serra, la Repubblica - R2 Cultura13 settembre 2016

Walter Bonatti. Il sogno verticale

Questo è un libro meraviglioso. Lo dico perché è vero, ed è vera la meraviglia. È la stessa meraviglia che prova chi va in montagna o per mare quando un paesaggio, un vento, una luce, un piovasco, un passaggio di cresta, un’onda, il transito di una bestia, il salto di un pesce, il volo di un uccello spalancano dentro l’anima una specie di varco misterioso. È il varco che ci separa dalla natura, ovvero da ciò che cultura e civiltà ci hanno insegnato a domare, ma ci portiamo dentro come l’impronta stessa della vita.

Quando quella soglia si apre, sgomento e commozione ci trapassano. È come se cominciasse a parlare, nel suo linguaggio indecifrabile eppure strapotente (divino?) il nostro Dna. Ci sentiamo vivi in una misura insospettabile nella vita normale, nelle esperienze ordinarie. Per molti di noi Bonatti è stato l’incarnazione stessa di quella soglia. L’uomo solo nello squasso degli elementi, nell’enormità del mondo, l’uomo che cerca sopra ogni cosa di sentirsi vivo ma vivo in modo fisico, come si canta nelle prodigiose liriche di Walt Whitman: «Accolgo la natura nel bene e nel male, lascio che parli a caso, senza controllo, con l’energia originale. Ogni atomo che mi appartiene, appartiene anche a voi».

Nella sua lunga e puntigliosa pubblicistica, libri e reportage quanti ne bastano ampiamente a ripercorrere la sua storia di alpinista e di esploratore, nonché a rimediare a qualche torto, Bonatti ci ha restituito quasi tutto della sua avventura, prima nella verticalità siderea dei monti poi nell’orizzontalità sconfinata dei suoi viaggi. Ma qui, nella sequenza di fotografie private (moltissime inedite), appunti, ritagli di giornale, lettere, fogli di calendario; nelle testimonianze schiette e vibranti dei suoi non molti compagni di avventura ancora viventi; qui, in questo libro non è più Walter che ci parla, con la inevitabile mediazione del suo punto di vista su se stesso e sugli altri; è direttamente la sua vita a parlarci, è la sua vita — gli atomi del suo corpo — il vero autore di questo libro.

Con forte emozione di chi l’ha conosciuto ma, immagino, anche di chi ha solamente saputo di lui, Walter esce da queste pagine con il vigore di ciò che è stato e sarà per sempre. Un ragazzo italiano del dopoguerra, povero e sano, integro e tenace, con un talento innato per il movimento fisico e una smania irriducibile: salire sulle montagne, fino in cima. Le vedeva dal Po, ancora bambino, biancheggiare vaghe eppure formidabili in fondo alla pianura. Ginnasta, mai fermo, come certi ragazzini che si appendono e si arrampicano appena possono nei posti più assurdi, Bonatti diventa Bonatti molto presto, quasi subito, con una destrezza, una determinazione che a ripensarla oggi pare miracolosa. Bonatti poco più che ventenne è già tra i grandi dell’alpinismo. Ben prima dei quaranta avrà già smesso per cominciare a girare il mondo e a raccontare le sue imprese su Epoca. È una tempistica da campione dello sport.

C’è, in Bonatti, il crisma inconfondibile del fuoriclasse sportivo, quei pochissimi predestinati il cui cognome diventa un marchio (si direbbe oggi), un mito (si diceva ieri). Come Maradona, Coppi, Nuvolari. Segnato da un talento straordinario che incrocia il suo destino; e se non lo incrocia se lo va a cercare, lo strappa con ogni mezzo al caso, come quando Walter adolescente comincia a gravitare appena può, e ad ogni costo, verso Nord, come l’ago della bussola. Dove la crosta terrestre si increspa e si impenna, prima le Prealpi, poi le Alpi. Non ha soldi in tasca, non ha santi in paradiso, ha solamente la sua smania, una gran bella faccia e un bel sorriso, muscoli, agilità, una incredibile resistenza alla fatica e allo stress (come Coppi) e l’occhio imperturbabile del rocciatore che cerca la sua via sulla parete.

Molte vie inedite, le “vie Bonatti”; quasi tutto, del resto, era inedito in quegli anni. Si respira a pieni polmoni, specie nella prima parte del libro, la sensazione di un tempo ancora intatto, di vita che fiorisce, di un Paese nuovo e di occasioni nuove, che basta voler cogliere. Se non temessi la retorica dei “bei tempi”, che di tutte le retoriche è forse la più ingannevole, direi non c’è immagine di quei ragazzi, di quei rifugi, di quegli incontri che non racconti la dignità, l’eleganza fatta di così poco dei nostri padri e delle nostre madri.

Madri, in questo libro, poche. È un libro virile, sprigiona da un mondo virile. L’alpinismo estremo ha una genesi tipicamente di maschi soli, o in piccolissimi drappelli, è un salire muto, ostinato, da soldati, da asceti. Poi i tempi sono cambiati e i ruoli, almeno in parte, rimescolati. Ma è impossibile immaginare il cammino di Bonatti, specie da ragazzino e da ragazzo, se non come (anche) una rinuncia a certe morbidezze, forse anche una diffidenza verso eventuali impicci, psicologici e pratici, che i legami sentimentali impongono. È un mondo di uomini. Completo di una delle poche e vere pienezze di noi maschi (in mezzo a tante deplorevoli incompletezze), quelle amicizie virili assolute e senza equivoci che di questo libro sono parte molto evidente, i compagni di cordata, quelli perduti in parete, quelli con i quali non servivano più di tre parole al giorno.

Walter da solo, comunque, è il Bonatti più vero, il Bonatti più Bonatti. Della sua solitudine in parete serbo ricordi così remoti (da telegiornale in bianco e nero) e così intensi che li ho ampiamente confusi, oramai, con la mia mitologia infantile, quella degli albi di avventura, dei film, dei libri di Salgari e di Verne. Avrei detto, con l’ingenuità e l’entusiasmo di quando ero bambino, che le foto di Walter da solo in parete sono le foto di un eroe. Ho vissuto abbastanza per sapere che non è esattamente così (anche se un poco è davvero così). Non è l’eroe che ritrovo in queste pagine. È l’uomo che anche per mio conto, e anche per vostro conto, è riuscito a spiegarmi, senza bisogno di mezza parola, che la natura ci salva perché la natura è tutto ciò che noi siamo, ed è solo lì che possiamo ritrovare la nostra identità profonda, il nostro essere vivi. Ogni atomo di Walter è anche un nostro atomo.

Questo testo è tratto dalla introduzione a Il sogno verticale di Walter Bonatti

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