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Berlino premia Delio Morandi: integrazione migranti

Delio Miorandi: "Gli italiani di Germania e ora i profughi siriani, la mia vita per i migranti"

Berlino premia il volontario che ha aiutato a integrarsi due generazioni di stranieri

TONIA MASTROBUONI – La Repubblica

L’IMPEGNO

Ho insegnato il tedesco e come ci si comporta in fabbrica. Oggi mi batto per i rifugiati.

BERLINO - Delio Miorandi porta un grande cappello nero, ha baffi arricciati e una vigorosa stretta di mano. Classe 1938, trentino, è arrivato in Germania quasi 60 anni fa per studiare, con la prima ondata dei lavoratori italiani che contribuirono al miracolo economico tedesco. Alcuni vivevano nelle baracche dei nazisti, piene di scritte dei prigionieri ebrei e polacchi. Da quei tempi, da quei primi contatti con i connazionali, Miorandi ha dedicato la sua vita ad aiutare gli altri. Ieri ha ricevuto a Berlino il più importante premio che la Germania assegni ai volontari, il Deutscher Bürgerpreis.

Miorandi, lei è cresciuto a Rovereto. Quando ha cominciato a fare volontariato?
"A 11 anni, con la parrocchia. Il cappellano era molto impegnato nel sociale, ogni terzo fine settimana raccoglievamo stracci, ferro e altri oggetti, li vendevamo e col ricavato aiutavamo i senzatetto. Il mio impegno è poi proseguito con le Acli. Mio padre, in quegli anni, mi parlava bene della Germania. Era una cosa rara, tutti avevano in testa le atrocità dei nazisti. Invece lui c'era stato e mi diceva sempre "la tecnologia tedesca è 50 anni avanti alla nostra"".

E lei ha deciso di partire nel 1959, per studiare sociologia all'università di Francoforte. Erano gli anni di Horkheimer, di Adorno.
"Con Adorno facevamo delle belle passeggiate fuori Francoforte, a Waldorf. Le sue parole mi hanno segnato, la sua sensibilità per il sociale, per l'internazionalizzazione. Quel suo insistere sul fatto che abbattere i confini era l'unico modo per sconfiggere il razzismo e le guerre".

Poi si è trasferito a Rüsselsheim, quartier generale della Opel.
"Volevo mantenermi agli studi e lavoravo lì qualche mese all'anno. E la vita costava meno. Gli italiani dormivano ancora nelle baracche dei nazisti, le stesse usate per i deportati ebrei e polacchi nel Terzo Reich. E c'erano ancora le scritte sui muri di alcuni di loro, le ultime parole prima di essere mandati nei campi di concentramento".

Come trovò gli italiani?
"Quando arrivai a Rüsselsheim, la prima cosa che cercai fu il campanile. La prima domenica, dopo la messa, mi avvicinai al parroco che mi invitò a pranzo e mi confessò che era triste. Tutti quegli italiani - "anime", disse - e lui non poteva raggiungerli con le sue parole. Allora proposi di fare un'anagrafe. E cominciai a scrivere lettere a tutti perché partecipassero alle nostre iniziative ".

Come vivevano quegli italiani?
"Si lavorava e si dormiva, e basta. Non c'era spazio per la vita privata. Erano tutti uomini, venivano a lavorare da soli. Erano in gamba, come siamo noi italiani, e a tanti riuscì il salto dall'attività agricola alla fabbrica. Ma avevano bisogno di aiuto".

Con il tedesco.
"Non solo, lei deve immaginare che avevano bisogno di aiuto per le cose più elementari. Chi veniva dalle campagne e si alzava con il sole doveva imparare che la fabbrica funzionava con gli orari, e che bisognava essere puntuali. O che se litigava con un compagno non poteva andarsene come faceva magari in paese e tornare dopo un po'. In fabbrica rischiava il licenziamento, c'erano delle regole. Tanti, poi, erano analfabeti, li aiutavamo a scrivere le lettere, a espletare le formalità. Ma, da sociologo, avevo creato un concetto. Ridurre al massimo l'assistenza individuale e sostituirla col lavoro collettivo ".

Lei è stato per 40 anni nella Caritas, ha militato nel Movimento federalista europeo, tuttora è impegnato con i profughi. Cosa significa per lei questo impegno costante per il prossimo?
"Chi 
riceve la grazia di essere sensibile verso il prossimo la vive come un'esigenza personale. Quando uno si impegna per gli altri è come quando si ha fame e si fa una grande mangiata. Ancora oggi quando torno a casa dopo una giornata coi rifugiati, io sono felice".


 

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